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 La scomparsa di due artisti diversi nella biografia, nella ricerca, negli itinerari, nella risonanza mondiale.

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Yayoi Kusama e Sliman Mansour: un “impossibile” confronto carico di differenze stilistiche e di rilevanza sociale delle loro opere.

 

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Nei giorni scorsi si è diffusa la notizia della morte di due artisti di lunga vita. Le notizie dei media hanno dato all’evento risonanze diverse: i giornali di tutto il mondo hanno parlato di Yayoi Kusama come di un’artista d’avanguardia che ha avuto riconoscimenti da occidente ad oriente. Di Sliman Mansour, artista palestinese, poche parole e qualche timida attestazione, quasi sempre proveniente dai media mediorientali. Non vogliamo costruire parallelismi e confronti audaci sull’importanza dei due grandi artisti. Semplicemente voglio delineare i diversi ambiti del loro operato e, soprattutto, la diversa fortuna del loro lavoro.

I pois, i reticoli, le zucche giganti di Yayoi Kusama

Yayoi Kusama è morta in un ospedale di Tokio a 79 anni. Dal ’77 viveva per sua scelta in una struttura psichiatrica della capitale giapponese. Dopo aver frequentato in gioventù la vita culturale delle avanguardie americane, nel dopoguerra ha prodotto innumerevoli opere di pittura, scultura, installazione e performance, subito catturate dal mercato internazionale e da importanti case di moda e alta finanza. Il processo ossessivo dei suoi lavori si manifesta con i pois di colore rosso, i reticoli, le superfici specchianti, le zucche giganti con colori brillanti che pullulano del segno ripetitivo delle sfere.

 

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 Un processo ossessivo che nasce dalla sua infanzia e che l’accompagnerà per tutta la lunga vita, tra ritiri di lavoro solitario ed estenuante ripetitività di stilemi. A dare risonanza ci ha pensato la parte peggiore del mercato dell’arte che ha valorizzato Kusama oltre ogni limite. Basti pensare all’operazione di facciata come quella organizzata a Bergamo nel non lontano 2024, con l’esposizione di una sua opera non particolarmente significativa a Palazzo della Ragione e che ha coinvolto bel 93 mila visitatori paganti. Biglietti messi a disposizione a più riprese, fenomeno di massa e di moda lanciato sapientemente dagli organizzatori, con ingresso destinato alla visita di pochi minuti per ammirare una sola opera in ambiente buio, con pozza d’acqua e 150 piccole lucine appese al soffitto. Un evento-copertina giostrato da un marketing di lusso.

Gerusalemme sulle spalle del facchino di Sliman Mansour

Sliman Mansour è morto a 79 anni in un ospedale per palestinesi a Gerusalemme. Pittore, scultore, docente e fondatore di movimenti artistici, Mansour si era diplomato nel ’70 a Gerusalemme, tra mille difficoltà facilmente immaginabili. Mansour ricordava che negli anni ‘80 le autorità israeliane limitarono nella pittura l’uso del rosso, nero, verde e bianco, i colori della bandiera palestinese. Per tutta la vita il pittore ha rappresentato la vita del popolo palestinese, contribuendo alla conoscenza approfondita dello stile di vita nei territori occupati. L’icona che lo ha reso famoso rappresenta un anziano facchino palestinese che porta sulle spalle la città di Gerusalemme.

 

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Ebbe pochi riconoscimenti internazionali per la sua testimonianza e la sua scelta di campo, ma anche per uno stile figurativo considerato con disprezzo, fuori dalla moda delle avanguardie. Il suo impegno artistico è stato valorizzato all’interno di una comunità dispersa geograficamente.

Ogni confronto tra i due esponenti del mondo artistico, scomparsi nello stesso anno, non si pone. Si è voluto semplicemente segnalare il diverso trattamento nei loro confronti dalla stritolante industria della finanza che guida ahimè le sorti del mercato dell’arte.

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