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La città sostenibile

Non sono un urbanista e mi scuso in partenza per l’audacia dei miei commenti e delle mie graduali convinzioni, tutte discutibili.  Sono solo un cittadino preoccupato della piega che sta prendendo la vita sociale della mia città

 

 

La città cambia

Davanti a ogni nuovo spazio costruito, scattano nelle persone stimoli sociali, memorie, emozioni, ricordi, sensazioni. Così avviene ogni volta che nella mia città si tolgono i ponteggi a qualche struttura e la realtà appare nella sua evidenza, al di là dei rendering progettuali che tentano di prefigurare ciò che verrebbe poi edificato. Val la pena di riflettere su queste personali sensazioni riguardo alla riqualificazione di spazi sociali destinati ad essere osservati dal cittadino che li percorre. Che ricaduta possono avere le modifiche di spazi urbani, così come vengono recepiti, rispetto al benessere del cittadino? Non è una domanda retorica e neppure una critica precostituita nei confronti di chi governa la città.

Spazi urbani sono, secondo le definizioni, quelli di passaggio ed incontro ad uso di tutti: strade, piazze, stazioni, slarghi, edifici pubblici, agglomerati urbani, abitazioni multiple, parchi e zone verdi… soggetti che possono essere considerati grazie a quella partecipazione sociale da tutti auspicata.

Il cittadino medio guarda

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Appena scoperchiato l’impacchettamento dell’ex Italcementi in via Camozzi, ci si chiede, ad esempio, che tipo di facciata piena di loculi per ricchi si presenti agli occhi del passante medio, quello che non accederà mai ad uno dei costosissimi appartamenti che la struttura imponente racchiude. Viene da pensare a una città per pochi, soffocata da un traffico insostenibile, scarsamente solidale con i più poveri. Risulta che centinaia di appartamenti vengano tenuti sfitti o vengano destinati a bread and breakfast da proprietari paurosi e diffidenti nei confronti di chi chiede una casa in affitto… risulta che i luoghi di accoglienza per stranieri siano sempre pieni… risulta che l’edilizia economica e popolare (come sin chiamava ai miei tempi) non sia più nel cuore delle amministrazioni locali.

Gli spazi sterilizzati della città di Bergamo

“Le logiche speculative e fondiarie continuano a spingere verso la cementificazione, l’asfalto, il consumo del suolo. Mentre le nostre città avrebbero bisogno dell’esatto contrario: de-pavimentare, de-saturare, restituire la permeabilità, rafforzare la resilienza”. (Elena Granata: PLACEMAKER Ed. Einaudi; prof di urbanistica al Politecnico di Milano).

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Ci facciamo male da soli. Nel recente passato Bergamo ha sterilizzato molti spazi. Decoro o logica della pulizia a tutti i costi? Sto pensando al piazzale della stazione, a quello degli Alpini, a Piazza Dante, alla piazzola prospicente la Carrara, al Corus Life e agli altri spazi ex-industriali che vedranno in un tempo vicino, la costruzione di altri appartamenti per ricchi. Ciascuna di queste operazioni avrà le sue ragioni, le sue discussioni, le sue decisioni. Ma il senso di una città escludente, impaurita e diversamente benestante fa subito pensare a un assetto sociale in continuo mutamento.

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Il decoro controllato e politico, lindo e vagamente plastificato sembra essere una scelta irreversibile di questi ultimi anni, preparando i cittadini a non usare più la piazza e la strada, a chiudersi nel proprio piccolo mondo rassicurato e protetto. Se mettiamo a dura prova l’occhio, la mente e la socialità del cittadino medio, dobbiamo prepararci alla chiusura personale dentro confini che diventeranno sempre più angusti.

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