Ha fatto incetta di premi - ben 8 David di Donatello! Tra cui quello più prestigioso per il Miglior Film - una pellicola indipendente, di nicchia, un po’ bizzarra, con tutte le caratteristiche di un film d’autore, opera di un giovane e poco conosciuto regista veneto, Francesco Sossai.
Un film fuori dai canoni. Moderatamente
Sembra che gli siano occorsi addirittura sei anni per realizzarla, bazzicando tra bar e bettole del Veneto, e raccogliendone storie, dicerie e aneddoti. Ne è nato un film di piacevole stranezza, non commedia, né film italiano, insomma moderatamente fuori dai canoni.
Carlobianchi (tutto attaccato) e Doriano sono due ex operai di una fabbrica di occhiali, oggi chiusa, che riciclavano gli scarti di lavorazione ricavandone un bel po’ di denaro, comunque dissipato allegramente e con grande leggerezza. Unico “investimento”: una automobile di grossa cilindrata, su cui ancora si muovono.
La pellicola è dunque un road movie, in cui i personaggi, sempre alticci e stornati dal continuo bere, vanno in un locale per il bicchiere della staffa, poi in un altro e così via, fino a non andare mai a dormire. Insomma, sono due simpatici lestofanti che esorcizzano gli smacchi della vita trasformandola in una continua festa etilica.
Ne esce un ritratto di caratteri picareschi, dove la malinconia del tempo andato è compensata da una contagiosa leggerezza che permette ai nostri di continuare a vivere, nonostante tutto.
In un caos narrativo bellissimo e mai fastidioso, alimentato dall’alcool per tenere uno stile di vita piacevolmente alterato, leggero e soffice, quel tanto che basta per non tornare mai sobri, si crea così un’aria molto interessante e coinvolgente.
A questi due uomini spiantati che non hanno un lavoro stabile, né una famiglia e nemmeno uno straccio di piano, si aggiunge poi per caso Giulio, timido e beneducato studente di architettura, rigoroso e morigerato, sfortunato in amore, il cui modo di vedere e affrontare il mondo si trasformerà man mano che il trio vaga di bar in bar per il Veneto. (E qui viene in mente “Il sorpasso”di Dino Risi).
Una critica alla vita di provincia
Tra questa tipologia umana e la terra che abitano c’è un rapporto di perfetta simbiosi, una sorta di critica alla vita che si conduce mediamente nella provincia veneta, ma non soltanto, perché “tutta l’Italia alla fine è provincia”- dice il regista.
C’è comunque da subito una grande sintonia tra personaggi e territorio, che fa corrispondere l’anonimato esistenziale dei protagonisti a quello della pianura veneta. Pianura che non è quella da cartolina di Venezia, ma sono le strade statali, le rotonde, i capannoni, i bar dalla luci ancora accese a mezzanotte. E’ l’Italia che era lì nel 2008, quando tutto si è fermato, e da allora è rimasta ferma anche lei.
Questo lembo di terra che separa la laguna veneta dalle Dolomiti era infatti fino agli anni ’90 la locomotiva trainante dell’economia del Nord Est italiano e che, dopo la grande crisi economica del 2008, è finito per scomparire dall’ immaginario collettivo.
Una certa empatia. Nonostante
Tanto che la scena in cui i protagonisti ne disegnano il reticolo stradale e le città principali - il film è “on the road”, come già detto – su fogli di carta velina, diventa quasi una metafora sul bisogno di certificarne l’esistenza da parte delle persone che lo abitano. E’ proprio la fine di un’epoca in cui il Veneto era pieno di piccole e medie imprese. Da allora i paesi si sono svuotati, la vita di comunità è diminuita, e in molti luoghi è rimasta una certa desolazione.
Di contro, la scena del monumento funebre della famiglia Brion, opera del famoso architetto Carlo Scarpa. I nostri protagonisti, su indicazione di Giulio, vanno a visitarlo. La sua architettura modernistica eccezionale rimanda però al contrasto con la tristezza delle case e del paesaggio circostante.
I personaggi, umanissimi, possono suscitare in noi spettatori una certa tenerezza, ma rimangono tuttavia quello che sono. Non c’è cambiamento, a parte Giulio, né redenzione. Sergio Romano (Carlobianchi) e Pierpaolo Capovilla (Doriano) fanno a gara nella bravura, con aggiunte e sottrazioni che ne vivificano le interpretazioni.
E secondo me il film ha l’empatia necessaria per conquistare i favori del grande pubblico, che infatti non sta fuori dalla storia, ma ne è coinvolto. Ce ne accorgiamo quando, alla fine della pellicola, un saluto affettuoso fatto dai due protagonisti seguendo con l’auto un treno (su cui è Giulio, che non può vederli) che per un tratto passa accanto alla strada, è al tempo stesso inutile e ridicolo – come loro – ma anche emotivamente sincerissimo. Abbiamo smesso perciò di guardarli con sufficienza e un certo rimprovero, e, forse, cominciato a capirli.
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