I bambini e la loro capacità di vedere dove non si vede. Un dipinto di Niccolò di Pietro agli Uffizi che "racconta" un sorprendente miracolo di san Benedetto bambino. Tutta la creazione è grande e bella e degna di essere contemplata
Lo sguardo dei bambini e dei santi
A volte, quasi di nascosto, sorprendiamo i bambini mentre s’intrattengono e parlano con i loro pupazzetti di stoffa, oppure con i giocattoli o altri piccoli oggetti.
Come se questi fossero dotati di una loro vita e coscienza, i piccoli dialogano insieme ad essi con assoluta naturalezza eleggendoli a confidenti e amici privilegiati.
È una relazione affettuosa con le cose del mondo che appare ingenua al nostro sguardo adulto, eppure questo atteggiamento semplice, poetico, trasfigurante, non è forse quello dei santi che riconoscono in ogni aspetto del visibile una divina sorgente, una divina presenza?
San Francesco chiama sorelle e fratelli anche gli elementi e le manifestazioni naturali, il vento, l’acqua, il sole, tutte le cose ch’egli incontra sul cammino; sorella diventa persino la morte.
Molte tradizioni spirituali guardano ogni aspetto della vita – anche un semplice umile oggetto – come abitato dal divino di cui è rivelazione. A questa attitudine e disponibilità dello sguardo umano fa riferimento il vangelo quando invita a diventare come bambini, riconoscendo ovunque e in tutto l’impronta di un dono e di un’origine.
Un quadro degli Uffizi

Il dipinto che proponiamo attraverso la bella pagina di Giorgio Manganelli (all’interno di un più ampio articolo dedicato al museo degli Uffizi) descrive il gesto umile che “sana” e ricompone un piccolo oggetto, il setaccio di terracotta che una donna ha fatto cadere, infrangendolo.
Il bambino si china e prega e dolcemente così ricongiunge le parti spezzate.
Il gesto del piccolo (che pare ricambiare le cure ricevute dalla nutrice) rimanda alla profondità della vocazione umana, al compito di cura e sollecitudine verso ogni cosa e creatura - la più fragile, la più dimessa - per risanare le ferite e ricomporre l’infranto.
Un miracolo “sproporzionato”
“Mi piacerebbe parlare di un quadro, di non grande mole, di colorito un poco spento, che, ho notato, quasi nessuno guarda, giacché si trova accanto ad altro quadro sfolgorante di ori, L’Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano.
L’autore del quadro che ho in mente è indicato come “Artista del Nord Italia della prima metà del secolo XV”: come sono lunghi i nomi degli anonimi. [oggi una critica non concorde attribuisce l’opera a Niccolò di Pietro].
Il quadro raffigura un miracolo di San Benedetto, ma non il San Benedetto che noi conosciamo, barbuto e annoso, ma un santo fanciullo.
Ma la natura del miracolo soprattutto mi affascina. È un miracolo che si può raccontare nello spazio fintamente breve di un quadro; ma il miracolo stesso ha un carattere che dovrei definire artistico, per la singolare sproporzione che lo ispira. Dunque, noi vediamo il piccolo San Benedetto inginocchiato, e di fronte a lui una figura femminile, asciutta ed alta: è la nutrice. Dalle mani di costei è sfuggito un vassoio, un umile, quotidiano vassoio di coccio, e si è spezzato.
Ed ora, vedete, San Benedetto interviene per miracolare quel coccio frantumato. Il vassoio viene risanato, come poteva venir risanato un lebbroso, un cieco, resuscitato un fanciullo morto, ucciso nella caduta dalla sommità di una casa. Vi sono, non lontano, quadri che raccontano altri miracoli di san Benedetto: esorcismi e veleni dispersi; ma questo miracolo mi pare di rara perfezione, perché, miracolo nel miracolo, è non solo prodigio, ma apparentemente sproporzionato. E questo è appunto il segreto raccontato: che il nume, la potenza, colui che regge l’universo, può venir commosso e chiamato da un bambino, una nutrice afflitta per piccola pena, un coccio scheggiato. Il nume non entra solo dove stanno malati in fin di vita, disperati, morti inutilmente pianti. Tutto, e specialmente tutto ciò che ha patito una frattura, chiama a sé l’intervento prodigioso.
Non esiste per il prodigio gerarchia di atti, di oggetti, di situazioni. Il sacro invade ogni cosa, tutto è ininterrottamente coinvolto nel colloquio con la creazione. Questo quadro, astutamente appartato, per nulla esibizionista, con un lieve languore da ex-voto, mi sembra riassumere il prodigio intrinseco ad ogni opera che noi chiamiamo “d’arte”; il collocare in pochi centimetri di colore e di ombra qualcosa che agisce numinosamente, che è insieme gioco e impossibile; la stessa meraviglia drammatica che muove la mole del Battistero, o la veloce grazia di Santo Spirito. (…)” (da Giorgio Manganelli, Lager di squisitezze. Un nume si aggira dentro gli Uffizi, 1982)
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