“Ora lascia, o Signore”…

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Ecco l’opera che Rembrandt dedica alla sera della sua vita. Un’opera rimasta incompiuta che rappresenta Simeone e il bambino Gesù, tema a lui caro che dipinse molte volte fin  dalla giovinezza, e che riprende ora, prossimo ormai alla morte, prestando con un autoritratto il proprio volto al vecchio Simeone

È l’incontro di gente semplice, umile, i “poveri di Javè”, il figlio di Maria e Giuseppe che viene portato al tempio, secondo la Legge, in offerta al Signore (Lc 2, 22), e l’uomo di preghiera, Simeone, che né prima né dopo i Vangeli ricordano. Uno sconosciuto agli occhi del mondo, ma, dice il testo, “era giusto e timorato di Dio e lo Spirito era sopra di lui”. 

All’interno niente di spettacolare:  non ci sono miracoli, né angeli che cantano. Siamo fuori anche dal contesto cultuale che avverrà in seguito.

È l’incontro fra due debolezze, quella di un uomo carico di anni che si prepara all’ubbidienza della morte, e quella che sta sbocciando alla vita come un fiore.

Ambedue impotenti: uno per i troppi anni, l’altro per i troppo pochi.

Deboli, bisognosi di tutto, assorbiti dal divino

Eppure c’è un’intesa fra i due, che è data dal fascio di luce che, partendo dal basso, illumina i loro volti e dà risalto ai corpi, così diversi e così misteriosamente simili, deboli, bisognosi di tutto,  assorbiti dal divino.

Il resto rimane in ombra. Non serve.

Il vecchio, scavato negli anni dalla preghiera e reso capace di lode, ha gli occhi semichiusi, così come le labbra, da cui  esce il sussurro del meraviglioso canto del Nunc dimittis.

Ora Simeone può congedarsi dalla terra incontro alla pace, perché fra le sue mani ha riconosciuto la “salvezza”, attesa  da secoli e secoli, “luce per illuminare le genti e gloria del suo popolo Israele”.

L’immagine dipinta sulla tela sembra venir fuori da un silenzio profondo di chi sa vedere la pienezza di senso al di là dello spessore delle cose e osa varcare la soglia del mistero.

Opera incompiuta perché non è possibile esprimere l’inesprimibile

Così è anche per Simeone, il mendicante del Messia, che veglia in attesa, uomo della provvisorietà, libero da ogni possesso, che vive già ora nella speranza pasquale, coltivata nell’intimo, con occhi che guardano lontano e cuore che anticipa i cieli nuovi e la nuova terra.

Bene che l’opera sia rimasta incompiuta, perché non ci sono parole, segni, suoni o pennelli che possano esprimere l’inesprimibile.

Tutto rimane sospeso, in attesa di un’ultima immagine che sarà l’incontro con il Signore.

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