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La guerra in Iran. Spunti oltre la guerra

Iran

 

Nell'attacco all'Iran iniziato sabato 28 c'è la prova, ennesima, della cattiva coscienza di ciò che oggi ci ostiniamo a chiamare Occidente.

 

 

L’Occidente e la sua cattiva coscienza

In nome della egemonia occidentale in medio oriente (e della liberazione delle donne da quella immensa prigione che nell’immaginario collettivo è l’Islàm),  l’ offensiva a trazione israelo-statunitense (con il silenzio-assenso della vecchia Europa in riarmo) questa volta  non rade  al suolo (del tutto) città, non mobilita (ancora) eserciti infiniti: In Iran per il momento seppelliamo sotto decine di bombe chirurgiche capi di stato rintanati come topi o mafiosi latitanti; disarticoliamo il sistema nervoso  produttivo e difensivo del paese, causiamo danni collaterali irrilevanti, come l’uccisione di bambine di  una scuola femminile.
Alla fine, però,  cerchiamo di imporre governi e rifondazioni istituzionali compatibili con le difficoltà ambientali (leggi storia e dignità dei popoli) e i "nostri" interessi.  In questo caso abbiamo lambito, con qualche schizzo esplosivo e qualche ritardo aereo, le mecche plastificate del divertimento e degli affari (Dubai), dove i nostri ragazzi emancipati o in carriera vanno a lavorare o a divertirsi sotto lo sguardo benevolo e protettivo delle loro famiglie. Anche il nostro Ministro della difesa è rimasto bloccato nelle spire di strategie imperiali gestite a sua insaputa da pochi loschi personaggi.

Quello che conta per le nostre opinioni pubbliche, ancora una volta, sarà portarli tutti in salvo, i nostri "connazionali", sì che il nostro governo debba rispondere non di cosa stia facendo per evitare la ridefinizione dei rapporti internazionali attraverso la prepotenza (l’hanno chiamata «guerra mondiale a pezzi»)  ma solo dello scampato pericolo degli italiani. L'ennesimo.

Le nostre risibili, ambigue “crociate"

Con l'agonia, sarà da capire quanto lunga,  della rivoluzione islamica del '79 assistiamo alla resa dei conti intorno a uno degli ultimi tentativi novecenteschi  di fuoriuscita dall'ordine capitalistico-occidentale (manca Cuba all'appello, ma ha l'embargo contato), a rischio di implosione nell'autoritarismo religioso e poliziesco.

Fanno specie i commenti dove la critica politica tradisce, piatta,  i luoghi comuni intorno alla cultura islamica e la demonizzazione ottusa di simboli storico-religiosi e del rapporto tra "società civile" e "religione"  in quei mondi (salvo poi difendere, in Italia, le "radici cristiane" con crocefissi e presepi fraintesi e branditi come pistole scaccia-immigrati).

Usiamo la vicenda globale delle libertà femminili come grimaldello per scardinare ogni credibilità storica delle comunità che si vogliono alternative a quello che per noi è l'unica prospettiva  non di convivenza civile, ma di sviluppo economico ordinato secondo i nostri interessi: basti vedere, nonostante la comune problematica dei diritti civili, la differenza di rapporti con l’Iran e con i paesi del Golfo.

Poi, dopo, il disincanto e le macerie

Per questo motivo abbiamo, in tempi passati, giustificato l' assoggettamento e la devastazione dell’ Afghanistan in nome della liberazione dal burqa, fingendo in mala fede che organizzazioni socio-culturali secolari  potessero essere dismesse in pochi anni e sotto la minaccia dei nostri fucili. Non è accaduto e non poteva accadere. Lo stesso si vuole millantare in Iran.

In concreto, qualunque sia la piega che questa vicenda prenderà, non sarà quella di una occidentalizzazione  sbrigativa e liquidatrice (la dea «prosperità» sui cui altari Trump sacrifica ogni decenza e ogni scrupolo). Faremo i conti con le macerie e con il disincanto di coloro che, con autentico spirito democratico,  in Iran confidano in una possibile liberazione dalla tirannide a colpi di missili. E basterà che i giovani iraniani rivendichino  sotto altre forme l'autodeterminazione, vera,  del loro paese per ritornare nel mirino dei "liberatori".

L’Occidente e i suoi interessi anzitutto

Anziché dotarsi di uno straccio di consapevolezza storico-culturale come presupposto per confrontarsi ed interagire diplomaticamente con le mille diverse esperienze storiche che chiamiamo Islàm; anziché porsi il problema di come  riconoscere, nel rispetto reciproco, il diritto di quei mondi ad un ruolo e un futuro autonomi ma anche solidali, queste aggressioni fanno capire che ai potenti del nostro Occidente interessa  che gli “altri” siano compatibili e funzionali ai loro interessi, alle loro "crescite", ai loro "sviluppi".

Pretendiamo che non si armino per quella stessa deterrenza in nome della quale noi pretendiamo di armarci e Trump di usare le armi. In realtà non riteniamo di avere nulla da riconoscere e da garantire se non  la subalternità degli interlocutori e l’arroganza del nostro dominio.

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