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Un antico romanzo attualissimo.
“Le lettere persiane” di Montesquieu.
A proposito di alcune nostre radicate manie

Vale la pena tornare ai testi letterari del passato? Risposta scontata: ovviamente sì. Soprattutto quando si tratta di testi significativi di una intera cultura, che, mentre parlano del mondo di allora, parlano anche, in modo non meno efficace, del mondo di oggi. 

Il vestito è tutto

Sto leggendo uno di questi testi, uno dei tanti. Si tratta delle “Lettere persiane”, romanzo epistolare, pubblicato per la prima volta nel 1721. E’ opera di Montesquieu, uno dei grandi “filosofi” del ‘700 francese. Montesquieu immagina che due persiani, Uskbek e Rica, intraprendano un viaggio. Arrivano a Parigi, la grande capitale, e scrivono ai loro amici, rimasti in Persia e ad altri, che sono in viaggio in altre parti dell’Europa. E parlano, in maniera disincantata, delle abitudini, delle istituzioni, della cultura francese.

Rica scrive a Ibben, amico rimasto in patria, a Ispahan. A Parigi Rica è oggetto di interminabili attenzioni da parte dei parigini. Per stare più tranquillo si veste all’europea.

Libero di tutti gli ornamenti stranieri, mi vidi apprezzato nel mio giusto valore. Avrei avuto di che lamentarmi del mio sarto, che in un attimo mi aveva privato dell’attenzione e della considerazione pubblica: precipitai all’improvviso in un nulla spaventoso. A volte rimanevo per un’ora in una compagnia senza che nessuno mi guardasse, e senza avere l’occasione di aprire bocca. Ma se qualcuno, per caso, rivelava ai presenti che ero persiano, subito udivo un brusio intorno a me: «Ah! ah! il signore è persiano? Ma è incredibile! Come si può essere persiano? (Lettera 30).

Tutto dipende dal vestito, dunque. Si è persiani perché si è vestiti alla persiana. E quando non si è vestiti alla persiana ci si chiede come si possa essere persiani. Non si appare come si è, ma si è come si appare… Questo, però, l’ho sentito dire ancora e in tempi un po’ più recenti rispetto a Montesquieu. 

Si pensa di essere intelligenti e quindi si scrive

La smania della maggior parte dei francesi è di essere intelligenti, e la smania di quelli che vogliono essere intelligenti è di fare dei libri.

Tuttavia non c’è idea peggiore: la natura sembrava aver provveduto, saggiamente, a che le sciocchezze degli uomini fossero effimere; i libri le rendono immortali. Uno sciocco dovrebbe essere soddisfatto di aver infastidito tutti coloro che sono vissuti nel suo tempo; e invece vuole tormentare anche le generazioni future, vuole che la sua stupidità trionfi sull’oblio di cui avrebbe potuto godere come della tomba, vuole che la posterità sia informata del fatto che ha vissuto, e che sappia per sempre che è stato uno sciocco… (Lettera 66).

Dunque: non si desidera scrivere, ma si desidera la fama e quindi si scrive. Interessante. Quante sono le attività umane che sono messe in opera per il bene degli altri e quante per il bene proprio? Pochissime le prime, moltissime le seconde.

Ma, domanda conclusiva: perché scrive Montesquieu? E perché scrivo io e perché scriviamo noi? E la lista delle domande non finisce mai…

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