Lucio Sisana, figura di spicco della scuola bergamasca e nostro prezioso collaboratore, ha pubblicato “L’ultima campanella”, il libro che è “atto d’amore” per la professione di insegnante. Così lo definisce Massimo Maffioletti nella presentazione che pubblichiamo.

Il memoriale che il professore (e amico da quarant’anni) Lucio Sisana ha voluto scrivere al termine della sua carriera scolastica chiude con un interrogativo, per nulla retorico, che non è solo la chiave interpretativa del libro affidato alla nostra lettura ma è proprio la cifra stilistica di un insegnante che ha fatto del “farsi domande” il cuore della propria etica professionale.
“La più bella professione del mondo"
Una volta lasciata la cattedra, il professore di lungo corso, con un consolidato bagaglio di esperienze, prova a tracciare un bilancio con sincerità e onestà intellettuale: «… siamo entusiasti di questo privilegio, che rende unica la nostra professione, senza ombra di dubbio la più bella del mondo?» dove il “privilegio” sta tutto nell’avere potuto assumere il compito unico di generare all’umanità generazioni su generazioni. Perché per meno di questo la “professione meravigliosa” non regge. Fallisce il suo scopo.
Il pamphlet di Lucio non è, però, soltanto il classico report di fine mandato o l’album di ricordi – sarebbe andato benissimo anche così – ma un vero e proprio atto d’amore nei confronti della Scuola (sì, con la maiuscola) che nonostante tutto meriterebbe le migliori attenzioni e più robuste energie (economico-politiche e intellettuali) e della figura del maestro, così difficile oggi da interpretare, perché sempre più vocazione e sempre meno mestiere, anche se mestiere di per sé sarebbe una bellissima parola se prendessimo sul serio l’etimo che attinge dal latino ministerium, cioè servizio. Siamo noi che lo abbiamo derubricato a funzione o prestazione. Quindi, è utile partire dalle note finali perché è lì che il nostro prof offre la sua visione di Scuola – inclusiva, dialogante, tremendamente seria – e i caratteri dell’insegnante: consapevolezza della disciplina, lettura della società e dell’epoca, relazione e incontro con le generazioni adolescenziali, passione per la cultura…
I venticinque doppi capitoletti, “come coppie di neuroni a specchio"
I venticinque capitoletti che confezionano il testo che abbiamo fra le mani sono tutti divisi in doppi paragrafi, come se fossero coppie di neuroni a specchio, e tracciano una mappa dei mille ruoli dell’insegnante (tra esami di maturità e valutazioni, forme alternative di didattica e viaggi di istruzione, incontro con i genitori e ruolo educativo, condotta) e delle molteplici incombenze del mondo-Scuola: collegio docenti, aggiornamento, segreteria, offerta formativa, libri di testo. Da una parte, la galassia “insegnante” sunteggia le intenzioni e le preoccupazioni generate dalla relazione tra docente e discente; dall’altra, l’universo “Scuola” snocciola i must dell’istituzione non tralasciando punte di schietta e onesta critica e qualche concreta proposta («perché le nostre scuole, nei pomeriggi che sono solitamente liberi da attività didattiche, non possono diventare spazi sociali di aggregazione?»).
L’alleanza tra le istituzioni e il futuro della scuola
Il racconto presenta una sorta di cassetta degli attrezzi che il prof di greco e latino consegna alla Scuola del futuro (e per il futuro della Scuola), senza la sicumera e la saccenza di chi pretende di avere tutto lui da insegnare. Il libro vuole essere un aiuto, non un ammonimento; anzi, è un incoraggiamento rivolto da chi ha fatto della Scuola un esercizio personale di “fede”. Proprio come don Milani, per il quale la Scuola era l’“ottavo sacramento”. E con una convinzione nettissima: la Scuola è ormai una delle poche “riserve indiane” dell’educazione, sempre al centro dell’attenzione quando le cose non funzionano, sempre facile bersaglio di critiche, sempre oggetto di ingenerosi j’accuse quando, invece, necessiterebbe di abbondanti risorse perché è la “risorsa” principe della cura delle generazioni.
Avrà tutti i difetti del mondo, d’accordo, ma è da lì che deve passare il futuro di un paese civile e la speranza di una democrazia. Altre istituzioni, e Lucio le chiama per nome chiamandole in causa (famiglia, oratori), faticano a tenere il passo sempre più complesso dell’educazione, arrancano vistosamente, tanto da ritenere ancora oggi attualissimo il ficcante adagio di un istruttivo saggio del teologo contemporaneo Giuseppe Angelini: Educare si deve, ma si può? Se così, perché non confermare l’urgenza di ristabilire il patto o, come scrive Lucio, l’«alleanza tra le istituzioni», tutte concordi nell’imprescindibilità della Scuola, come tempo di e per la vita e non solo strumento o condizione per l’ingresso nel mondo del lavoro. Qui si tratta innanzitutto di far entrare nel mondo, prima di qualsiasi altra cosa. La Scuola non è la lunga parentesi del dovere imposta dallo Stato ma esercizio di umanizzazione, presidio autorevole di una comunità di adulti che non dimentica il compito del generare (arduo finché si vuole, ma affascinante).
L’autorità dell’insegnante autorevole e la capacità di suscitare domande
Il libro, grazie anche alla concretezza decennale di aneddoti ed esperienze sul campo, riflette moltissimo sul ruolo dell’insegnante, proprio perché oggi è messo in crisi ed è sempre meno credibile. Da una parte, nell’attuale stagione dell’“evaporazione” della figura paterna e della miope esaltazione dei diritti individuali, ad essere messa in crisi è l’autorità, percepita, anzi subìta, come un intoppo al diritto di fare sempre ciò che ci si sente di fare e un fastidioso intralcio al libero corso narcisistico della libertà. Dall’altra, l’avvento pervasivo e omologante dei social ha autorizzato tutti a sentirsi “tuttologi”, maestri di pensiero e pontefici di verità (ci sono solo opinioni e mai verità, e le opinioni vengono spacciate per verità insindacabili). Tutti possono dire tutto quello che passa per la mente (e per la pancia). Il maestro era un maestro proprio perché non era un quaquaraqua di sciasciana memoria, sapeva offrire un sapere o una conoscenza di cui l’alunno non poteva disporre (per questo va a scuola, no?). La sua autorità era garantita dal ruolo che nessun’altra istituzione si permetteva di mettere in discussione. Autorità riconosciuta, perché riconosciuto era il sapere che dava forma a menti e coscienze. D’accordo, fortunatamente poi abbiamo capito che il maestro non poteva avvalersi della sola auctoritas (pena lo sterile e inviso autoritarismo) e che ci voleva soprattutto autorevolezza (da guadagnarsi sul campo quotidiano delle relazioni). Ma il punto è che il maestro era tale perché la sua autorità autorizzava l’altro a diventare autore-attore protagonista della propria vita.
Lo psicanalista Massimo Recalcati, cui fa riferimento anche l’autore del nostro pamphlet-diario, ha dedicato riflessioni corpose al riguardo: una alla Scuola (L’ora di lezione) e l’altra al maestro (La luce e l’onda). Ha pienamente ragione quando sottolinea l’importanza dell’“erotica” dell’insegnamento e l’essere luce del maestro. Il maestro non è soltanto colui che consegna delle nozioni ma è colui che accende il desiderio di sapere. Qui sta l’idea del desiderio come eros: è qualcosa che fa vibrare anima e corpo, perché la ricerca del Senso ha sempre a che fare con i sensi. La relazione maestro-allievo non ha nulla di asettico e neutrale. Il maestro, però, sa perfettamente di non dover mai attirare l’attenzione su di sé, il suo compito è indirizzare altrove. Questa è la differenza: il seduttore attira a sé, l’educatore spinge l’altro verso una ulteriorità di senso (verità) che lui, maestro, può solo custodire e consegnare ma mai possedere. Recalcati parla di “trasmissione” del desiderio di sapere. In questa logica il maestro è, soprattutto, una figura della luce. Illumina il desiderio dell’alunno incontro al segreto della propria esistenza e alla promessa del vivere. Tutti ricordiamo perfettamente la maestra o il prof che ci ha elettrizzato con le sue lezioni (anche il contrario, purtroppo, ma è solo la conferma della tesi), che ha acceso la passione di conoscere e ci ha avviato alle bellezze vertiginose della cultura.
Maestro non è mai stato colui che ci ha dato risposte ma colui che ci ha aiutato ad abitare le domande, a porre bene le questioni, con rigore, metodo e scienza. Siamo debitori di molti maestri che ci hanno appassionato non solo a una semplice materia di scuola ma alla vita; e mentre venivamo introdotti nelle profondità delle Lettere noi assaporavamo le cose dello Spirito. Ritroviamo tutto nel libro di Lucio.
Una questione di volti e la relazione prima di tutto
Nella maniera con cui l’autore del pamphlet ha interpretato il suo compito, non nascondendo al lettore il suo disappunto per una scuola non sempre all’altezza di ciò che avrebbe dovuto essere né tacendo l’amarezza di certi fallimenti o sgrammaticature professionali (Lucio non guarda la professione da una posizione terza, guarda sé come professore e si mette in gioco), emerge il primato della relazione: con gli studenti, con le famiglie, con i colleghi. In alcuni passaggi, commoventi, rivela che l’insegnamento non è mai stata una faccenda di numeri ma sempre di volti («insegnare è una questione di volti»), non è mai stata mera burocrazia delle procedure o tecnicismi dell’apprendimento ma sempre nomi e persone. C’è molta differenza tra un volto e un numero. Un numero lo conteggi, un volto lo incontri (e ti interroga). Proprio perché gli alunni sono persone l’insegnante è chiamato a valutare l’alunno non con la freddezza istituzionale di chi deve «decidere del destino di qualcuno» ma con approccio olistico, considerando l’altro nella sua interezza. Sa benissimo, Lucio, che l’insegnante è un insegnante, ma sa altrettanto benissimo che i ragazzi sono anche figli e il maestro ha anche il compito di esercitare una paternità generativa. Nessun paternalismo caramelloso, ovviamente, ma volontà di far sentire l’altro “voluto bene”. Lo spiccato senso di chi non pasticcia con i ruoli (l’amicone, lo psicologo) unisce sapientemente docenza e paternità. Siamo agli antipodi del prof interpretato da Alessandro Gassman nella fortunata serie tv Un professore. Può piacere, anche molto certo, ma non tiene sempre distinti i livelli.
Tutto da assaporare è il capitolo che introduce la tesi (inedita?) circa la lingua-madre (per Lucio il greco) e lingua-padre (l’italiano), inserendo anche una lingua-fratello (inglese per il prof) e lingua-sorella (latino, ça va sans dire). Evoca molto l’idea lacaniana dell’uomo come parlêtre, cioè un essere parlante definito dal linguaggio. Sì, la scuola con la maiuscola di Lucio crede fermamente che il suo compito sia innanzitutto far imparare a parlare: la lingua non è solo un device antropologico, ma un modo di stare al mondo e genera cultura. Abbiamo bisogno di altro?
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