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I cittadini non votano. La democrazia è in crisi

Si tiene un referendum per una nuova legge elettorale. Alcuni partiti chiedono che si voti, altri lasciano la solita "libertà di coscienza". Risultato: vota il 16 per cento. E' successo in Valle D'Aosta. Ma ci si chiede: questo è anticipazione di ciò che avverrà a breve in tutta Italia?

 

 

Lo scorso 10 agosto si è svolto il referendum regionale sulla nuova legge elettorale della Valle d’Aosta. Il referendum confermativo (per il quale non è previsto quorum) riguardava la recente legge di "Reintroduzione delle tre preferenze e della rappresentanza di genere” (in sostanza una forma indiretta di “quota rosa”). L'attuale maggioranza (autonomisti e Pd) invitava gli elettori a votare a favore della nuova legge; Lega e Forza Italia hanno lasciato libertà di scelta; contrari invece Fratelli d'Italia e la sinistra ambientalista.

Voto in bilico. Collasso della partecipazione

Il risultato è stato in bilico fino all'ultimo: solo il 52,14% dei votanti si è espresso a favore della legge, il 47,86% è stato contrario. Ad Aosta città ha addirittura vinto il No con il 56,5%.

Bassissima l’affluenza: ha votato solo il 16,04% (16.852 elettori su 105.054).

Oserei dire che il Referendum si è svolto in un clima di sostanziale indifferenza: i siti dei principali quotidiani hanno quasi ignorato la consultazione regionale ed anche i giornali (La Stampa inclusa) hanno dato poco spazio all’evento: un ulteriore sintomo della disaffezione in atto.

Il Referendum un istituto in crisi?

Analizzando lo sconfortante risultato di questo Referendum, sorgono alcune riflessioni anche memori del fallimento dei cinque referendum dell’8 e 9 giugno scorso in materia di lavoro e di cittadinanza, dove solo il 30% degli elettori si è recato alle urne.

Una prima considerazione: che senso può avere una decisione presa dal 52% del 16% degli elettori? Tradotto in numeri: 8.655 votanti della Valle d'Aosta hanno deciso "in nome" di 105.054 elettori, vale a dire poco più dell'8% con uno scarto di soli 711 voti sui contrari!

Possiamo ancora considerare questi referendum come espressione di democrazia attraverso cui il Popolo esprime la propria sovranità? Del resto, la stessa considerazione non si pone, mutatis mutandis, anche per le elezioni amministrative dove alle ultime tornate in molti comuni il Sindaco, anche di grandi città, è risultato eletto al ballottaggio con percentuali risultate di poco superiori al 25% degli elettori totali?

Eppure, i quesiti referendari sottoposti alla decisione dei cittadini sia italiani sia valdostani non erano certo di scarsa importanza: il lavoro e la cittadinanza sono temi di grandissima attualità; la promozione delle pari opportunità non è da meno. Peraltro, leggendo i risultati di quest’ultima consultazione persino le donne hanno disertato le urne! Per la cronaca, oggi in Consiglio Regionale della Valle d'Aosta siedono solo 3 donne su 35 consiglieri, la Giunta è composta da soli uomini!

Esiti così deludenti non pongono forse la necessità di ripensare a fondo l’istituto stesso del Referendum?

L’astensionismo: la malattia della nostra democrazia

L’astensionismo pare proprio essere la malattia della nostra attuale democrazia, malattia di cui al momento non si colgono miglioramenti.

Chi non ha votato? Mi pare che agli indifferenti, ai delusi e agli scettici, sempre più numerosi, vadano aggiunti anche i cittadini che, per vari motivi (e non necessariamente perché favorevoli o contrari alla coalizione di governo sia essa Nazionale o Regionale), considerano il non voto come forma di protesta tout court. Ricordo il noto motto di posizioni astensionistiche "Not in my name" che considera già il voto stesso una forma di adesione, remissiva, al sistema dominante.

Occorre inoltre sottolineare che l’astensionismo è molto più alto fra gli strati più poveri e meno istruiti della popolazione, nelle aree periferiche o marginali, al Sud, fatto che rischia di riportare la lancetta della democrazia su posizioni “di censo”, a scapito degli ultimi che non si sentono rappresentati. Le analisi dei flussi di voto nei ballottaggi rilevano come negli ultimi anni stia aumentando il numero di sindaci eletti con un minimo scarto e proprio grazie alla prevalenza decisiva nei seggi dei “quartieri alti”: di fatto l’elezione la decidono i ricchi.

In crisi il rapporto tra elettori e istituzioni?

Credo che questi esiti siano in gran parte lo specchio di una diffusa disaffezione alla politica, di una perdita di credibilità del sistema, di una sfiducia sempre più accentuata verso la classe politica, del senso di impotenza del cittadino che alla fine ritiene che qualunque sia l'esito della votazione per lui, in sostanza, non cambierà molto.

Questo mi pare confermi quanto Franco Pizzolato sosteneva lucidamente in un articolo pubblicato su queste pagine il 14 giugno scorso "Narrazione o dottrina sociale: sui referendum" a proposito del fallimento della consultazione nazionale su lavoro e cittadinanza, dove sottolineava i gravi problemi posti dai referendum «trasformati in oggetto di scontro» e degradati a «gioco politico sulla pelle di quelli che ne avrebbero beneficiato» in tal modo «accreditando sempre più la politica come gioco di ruoli e rendendo le proposte non fini, ma esercizio di lotta»

1 commento

  1. Caro Bruno,
    Che tematica urgente ha scelto! Fa bene, temo, a definire l’astensionismo una malattia. Come un malanno per un organismo, si tratta di un processo idealmente non previsto, e che, una volta dilagante, va a inficiare seriamente sul buon funzionamento dell’organismo stesso.

    Mi viene dunque da chiedermi: quale può essere la medicina?

    Gaber diceva che “la libertà è partecipazione”. Non si tratta solo di essere liberi di partecipare a processi politici o eventi, ma di contribuire attivamente al continuo processo di costruzione ed evoluzione di una società libera.

    Di filosofie politiche che chiamano alla mobilitazione ce ne sono tante. C’è chi lo fa strumentalmente per accaparrarsi voti, salvo poi chiedere di non partecipare quando fa più comodo, e c’è chi lo fa carico di idealismo assoluto.

    Il problema, a mio parere, può essere contrastato con un revival nell’approccio morale alla vita democratica, della kalokagathia – non nel brutale senso estetico, ovviamente, ma in quello più ampio di armonia. Se la politica è percepita come corrotta, sporca, piena di urla e vuota di contenuti, è normale volersene distaccare. La combinazione berlusconismo e TV spazzatura può attrarre sul momento per la sua novità, ma sulla lunga fa disamorare. Non penso sia un caso che i picchi di astensionismo si verifichino dopo gli anni 90, baluardo della linea politica “tutto è lecito, scherzoso, volgare” – e non è un caso che questo atteggiamento venga in opposizione ai decenni precedenti di movimenti popolari basati sulla partecipazione e sulla serietà.

    La politica e la vita democratica non possono fare a meno della morale, della serietà, della dignità. Ciò che è buono, è bello, e attrae, ispira, nobilita – e, soprattutto, mobilita.

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