Apro il sito dell’Ansa. Uno dei titoli di apertura: “Netanyahu respinge il piano USA su Gaza”. “Fino al completo disarmo di Hamas”, aggiungono altri siti.
Mi viene spontaneo un confronto – è molto rozzo, lo riconosco, ma mi si impone come una evidenza – un confronto con Salvini e la sua posizione intransigente sul problema dei migranti.
In che senso? Nel senso che se, per caso, tra Israele e Iran scoppiasse la pace, Netanyahu non avrebbe più futuro né come politico, né, tanto più, come primo ministro.
Nel senso che se, per caso, non ci fossero più immigranti, per Salvini non ci sarebbe più futuro né come politico, né, tanto più, come ministro.
La mia è la constatazione della serva, che non sa praticamente nulla di politica. Ma mi consolo guardandomi in giro verso chi ne sa molto più di me. Fiori di osservatori dicono che il premier israeliano “ha bisogno” della guerra: è la guerra che nutre la sua popolarità presso i suoi elettori. Netanyahu deve quindi ringraziare Hamas. Hamas non consegna le armi, quindi lui non si ritira da Gaza, quindi la guerra continua, quindi può sperare di vincere le elezioni del 27 ottobre (magari le perderà comunque, ma le perderebbe di sicuro se non ci fosse la guerra).
Idem, o quasi idem, per Salvini. Sempre gli osservatori di cui sopra, dicono che il problema dei migranti è il problema dei problemi per Salvini; ha puntato quasi tutte le sue fortune su quello. Quindi se gli immigrati continueranno ad arrivare in Italia, se ci sarà una Ceuta due a ferragosto, gli elettori continueranno a votarlo. Altrimenti carriera finita per Salvini (che magari, come per la guerra per Netanyahu, finirà comunque, dopo il tracollo dal 34,6 delle europee del 2019 al cinque sempre più scarso di oggi, grazie soprattutto all’”amico” Vannacci).
Ed ecco il paradosso della politica, di una certa politica, almeno: dice di impegnarsi a risolvere problemi che spera non si risolvano altrimenti è destinata a morire. Mors tua, vita mea, dicevano i latini. “Le malheur des uns fait le bonheur des autres”, traducono i francesi: La sventura degli uni fa la felicità degli altri. Qualcuno la attribuisce al Candide di Voltaire. Ma non è sicuro che sia di Voltaire: è prima di tutto “sapienza popolare”, popolare come Netanyahu, popolare come Salvini.
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