Santa Teresa di Lisieux, senza mai lasciare il convento, è diventata patrona delle missioni perché la missione nasce prima di tutto dal cuore. La sua attualità sta nel parlare a quella parte immutabile dell’uomo che continua a cercare il proprio Creatore.
Dottore della Chiesa, morta ad appena ventiquattro anni
Il 1° ottobre la Chiesa celebra Santa Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo: carmelitana, Dottore della Chiesa, morta ad appena ventiquattro anni. Teresa è anche patrona universale delle missioni, titolo che Pio XI le attribuì nel 1927 insieme a san Francesco Saverio. Il paradosso è che Saverio attraversò mari e continenti, mentre Teresa non lasciò mai la clausura del Carmelo di Lisieux. Tuttavia, la Chiesa li ha messi, per così dire, uno accanto all’altra.
Il paradosso diventa ancora più interessante in questo ottobre 2026, che apre il mese missionario e conduce alla centesima Giornata Missionaria Mondiale. Fu Pio XI a istituirla nel 1926; quest’anno si celebra dunque un secolo da quella scelta. Il tema indicato da Leone XIV è Uno in Cristo, uniti nella missione: una formula che, letta accanto alla vita di Teresa, ci aiuta a sciogliere l’apparente contraddizione, perché la missione cristiana non coincide semplicemente con il partire, ma prima ancora del viaggio c’è una direzione spirituale.
Teresa desiderava ardentemente essere missionaria. Non potendolo essere nel modo più evidente, scoprì una forma diversa di presenza: pregare, offrire, amare, sostenere spiritualmente chi annunciava il Vangelo lontano. Giovanni Paolo II, proclamandola Dottore della Chiesa nel 1997 proprio durante la Giornata Missionaria Mondiale, sottolineò questo punto: Teresa fu missionaria senza lasciare il Carmelo, perché comprese che la carità appartiene al cuore stesso della missione.
Così lontana così vicina
Forse c’è un’altra ragione per cui questa ragazza francese dell’Ottocento continua a risultare sorprendentemente vicina. Non perché sia “contemporanea” nel senso abituale del termine. Quasi tutto, nella sua vita concreta, ci è estraneo: la società in cui cresce, il linguaggio religioso, la disciplina del convento, il rapporto con la famiglia, perfino il modo di raccontare le emozioni. Sarebbe artificiale trasformarla in una giovane del XXI secolo con l’abito da carmelitana.
Eppure, la sentiamo indiscutibilmente vicina, perché l'essere umano di ogni epoca porta in sé due dimensioni. Una è mutevole, che cambia con la cultura, la tecnologia, i costumi, il linguaggio, la forma delle relazioni. È ciò che ci rende uomini e donne del nostro tempo. L’altra è ontologica. È la creatura che si scopre creatura e che guarda verso il proprio Creatore desiderando di essere riconosciuta e amata, in cerca di un senso capace di reggere anche quando vengono meno le sicurezze.
È nella dimensione ancestrale che Teresa diventa attuale, perché ha parlato a quella parte della creatura umana che non cambia con gli strumenti che tiene in mano. La “piccola via” nasce precisamente dalla sproporzione tra la creatura e Dio, e dalla fiducia che questa sproporzione non sia un ostacolo ma il luogo stesso dell’incontro.Teresa non propone l’autosufficienza, ma l’abbandono; non la costruzione eroica di sé, ma la disponibilità a lasciarsi amare.
Un modo di guardare Dio
Forse proprio per questo può permettersi di essere, con un po’ di ironia, una “influencer” senza essere mai uscita dal convento. Ha attraversato il mondo non con il corpo, ma con una parola, una spiritualità, un modo di guardare Dio. Le sue opere sono state tradotte in decine di lingue; il suo messaggio ha raggiunto persone di culture lontanissime dalla sua; la sua figura continua a parlare anche a chi vive in un mondo che lei non avrebbe potuto immaginare.
Nel mese missionario, Teresa ricorda che non tutti siamo chiamati ad attraversare un oceano, ma nessuno è dispensato dal portare altrove ciò che ha ricevuto. A volte la missione prende la forma di un viaggio, a volte di una presenza, a volte di una preghiera pronunciata dietro una grata.
E può accadere che, da quella grata, una voce arrivi molto più lontano di quanto avrebbe potuto immaginare chi l’ha pronunciata.
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Rocchetti