La rivista Il Regno ha dedicato un numero speciale monografico a papa Francesco ricapitolando tutti i 14 articoli sotto il titolo “Papa Francesco. Un tempo nuovo”. L'editoriale è di Gianfranco Brunelli che indica il “novum” nel “ritorno della Chiesa all'essenziale della propria fede. Al centro il Vangelo”
Questo è l'annuncio di sempre, ma che “deve essere fatto risuonare nuovamente, come fosse la prima volta, andando oltre le forme culturali prevalenti che sin qui l'hanno espresso”.
Sì, lo sbaglio sta in una lettura fondamentalista che si fonda sul presupposto che i Vangeli siano stati scritti per insegnare la morale cristiana, nient'altro che una serie di precetti neppure troppo originali. Ma la Bibbia non è un codice morale.
Il Vangelo, semplicemente
Il Vangelo, dunque, la nudità del Vangelo, e la sua radicalità.
Ed è questa la specificità di Francesco, ed è ciò che ha “attratto” gli umili e ha “disturbato” i superbi. Cosa che è diventata palese al suo funerale quando la protagonista è stata la folla, una folla immensa (400mila persone) che sconfinava oltre il colonnato del Bernini, fatta di gente anonima, bambini, vecchi, intere famiglie, poveri, malati nel corpo e nello spirito, tutti attorno a quella bara di legno nel sagrato di San Pietro, folla che rendeva scialbi i vestiti scuri dei potenti della terra e mandava un'ombra perfino sul luccichio delle tuniche viola dei cardinali.
La novità, che non è mai esaurita, è il Vangelo, la bella notizia, annuncio di gioia, ( “Evangelii gaudium”, la magna charta del suo pontificato), liberato da tutto quell'apparato che il “cesarismo” nei secoli gli ha costruito intorno fatto di regole, di precetti, di dogmi, anche di devozioni, e non fondato primariamente sull'Uomo e sul fuoco inesauribile del suo amore, quel cristianesimo più attento alla difesa della propria sopravvivenza che all'accoglienza fiduciosa verso tutti a partire di chi vive nella marginalità ed è escluso.
La rivoluzione della misericordia
È l'essenzialità dell'annuncio senza il peso di mezzi potenti e dello sfoggio di ricchezza che si può tradurre anche in cultura quando questa si fa autocompiacimento che finisce per depotenziare il messaggio stesso.
Gesù ai Dodici mandati in missione raccomanda di “non prendere niente per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, né sandali, né due tuniche” (Mt 10, 9), inviati, ma non per annunciare se stessi magari presentando titoli accademici, ma per testimoniare le “viscere di misericordia” del Dio di Gesù Cristo.
Così Francesco.
Non predica una teologia, non difende una legge, fosse pure la Legge, ma fa segni di speranza, gesti di tenerezza senza condannare o incasellare, soprattutto senza la preoccupazione di codificare ciò che non può essere codificato come è il cuore dell'uomo.
La sua è la “rivoluzione della misericordia” che ha la forza di cambiare la Chiesa più radicalmente di molte riforme del passato.
Una “Chiesa povera per i poveri”, e non una Chiesa potente per i poveri, come Gesù, l'Uomo della Galilea, “umile e mite di cuore” venuto non a giudicare e incatenare, ma a graziare e a liberare.
È il pastore che vive con le sue pecore, fino ad assorbirne l'odore che “porta in braccio gli agnellini e conduce pian piano le pecore madri” (Is 40).
Quel pastore che non rinchiude nel recinto i perfetti, ma osa spalancare le porte per raggiungere i più distanti in un continuo e sempre rinnovato dialogo ecumenico.
Una Chiesa in uscita
“Ecclesia semper reformanda” per un dinamismo in perenne conversione dentro le vicissitudini umane, incarnato in una storia, perché è Dio che parla nella storia e il linguaggio di oggi non può essere quello di ieri. Una Chiesa chiamata a discernere il tempo che sta vivendo per udire dove lo Spirito la orienti, per guardare fuori di sé, a quel che accade nel mondo di cui è parte e che la costituisce.
Una “Chiesa in uscita”, dunque, ma non per tornare indietro verso rifugi rassicuranti, come anche oggi succede dopo più di 50 anni dal Concilio, verso quel glorioso passato di un cristianesimo trionfante, ma per essere Chiesa che sappia esprimere oggi il “novum”, la parola del Vangelo.
Niente è immutabile e inamovibile.
Una Chiesa, infine, che abbia la capacità di essere plurale, policentrica, unita dalla sinodalità e dalla dinamica della fraternità, strutturalmente missionaria e “extroversa” in tensione verso quel Cristo “semper maior”.
C'è un salto qualitativo da fare, ed è a misura di Cristo.
Non si tratta di qualche aggiustatina, ma di “essere creature nuove” per quel tempo nuovo da costruire.