Piccoli grandi sogni per la chiesa di domani

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«I have a dream»  è il titolo del discorso tenuto da Martin Luther King il 28 agosto 1963.
Anche io ho un sogno, un piccolo sogno.

Il mio sogno ha per tema la chiesa. È un sogno fatto a puntate, a piccoli pezzi. Un sogno che nasce dal bene che voglio alla chiesa. Il mio sogno non rappresenta il dramma del futuro della chiesa, non rappresenta la fatica della chiesa. È un sogno di speranza, un sogno di un futuro per la chiesa che vuole avere il gusto del vangelo e niente di più.

Sono perplesso di fronte ai molti “ripensamenti”

Si, io ho un sogno e siccome amo legare i miei sogni alla vita quotidiana parto proprio da quanto sto vedendo. Partecipo ad una serie di incontri e in tutti questi momenti viene detta più o meno questa frase: stiamo pensando a come ristrutturare il servizio per renderlo più agile. Stiamo riformando quell’attività per renderla più efficiente. Stiamo ripensando al modello di quella proposta per renderla più partecipativa. Rimango un po’ sgomento per tutti questi ripensamenti.  Attenzione: non mi fanno paura i ripensamenti, mi fa paura altro che ora tento di spiegare.

Noi veniamo dall’epoca dei grandi progetti pastorali, che venivano consegnati alle parrocchie e alle associazioni. Devo essere sincero: se il progetto pastorale sembrava  interessante a me parroco, lo assumevo e lo proponevo alla parrocchia, altrimenti rimaneva nel cassetto.

E qui voglio mettere in evidenza il problema che sta alla base del mio discorso e che è lo stesso problema che stava alla base dei grandi progetti pastorali e delle più recenti ristrutturazioni dei servizi di cui parlavo sopra.

Di fatto ero io parroco che decidevo se quel progetto pastorale era valido per la mia parrocchia. Facevo un rapido passaggio presso il consiglio pastorale che era ovviamente solo consultivo e poi dicevo: adesso pensiamo ad alcune proposte per l’anno pastorale per realizzare tale progetto. Il modello non teneva conto dei processi con cui si sceglieva, con cui si discuteva, con cui si attuava. La stessa sensazione me la porto a casa riguardo a tutti questi processi di ristrutturazione di servizi. Un gruppo, un consulente, un qualcuno di non bene identificato sta pensando alla ristrutturazione di servizi e attività, che poi verrà consegnata ai laici per essere eseguita.

E qui emerge il mio sogno.

Il popolo di Dio deve diventare protagonista

Dopo anni penso di avere capito che non è importante la ristrutturazione di un servizio, ma il processo che conduce a tale ristrutturazione. Penso che non è importante la riforma del catechismo, ma il processo che conduce a tale riforma, e nemmeno è importante la riforma della parrocchia, quanto il processo che porta alla riforma. E il processo deve essere comunitario, deve tener conto di tutti.

E allora sogno che nei processi di riforma della chiesa e delle nostre comunità, il popolo di Dio possa essere coinvolto; che nei processi di ristrutturazione dei servizi della chiesa, chi lavora presso quel servizio possa esprimere un suo parere e non soltanto che riceva il “dono prezioso della ristrutturazione fatta con tanto amore da un consulente esterno”. Frase che ho sentito e che mi ha fatto sorride.

Sogno che il consiglio pastorale non debba essere solo l’organo di consultazione del parroco che poi si assume la responsabilità dell’attuazione del progetto pastorale; ritengo invece importante che il consiglio pastorale possa partecipare a pieno titolo ai processi di decisione. E sogno che il parroco o i direttori dei servizi diocesani, possano diventare grazie al loro ministero il segno della comunione ecclesiale e della partecipazione piena del popolo di Dio.

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