Il signor Renato aveva iniziato a lavorare per l'azienda dei miei genitori, l'Alfa Petroli, agli inizi degli anni '50. Lo ricordo fin da quando ero bambino, quando andavo in azienda, girando in cortile in bicicletta anche sotto l'autotreno
Un tuttofare insostituibile
Aiutavo l'Aurelio a riempire di petrolio lampante le lattine di metallo da un litro, con beccuccio e tappo a vite. Era un lavoro semplice, molto artigianale, che potevo fare anch'io, naturalmente sotto la supervisione dell'Aurelio, che aveva forse 16 anni. Un fusto, tagliato a metà verticalmente, era dotato di sei rubinetti collegati ad altrittanti tubetti, sotto i quali, sopra una traversa di metallo, erano poste le lattine da riempire. Se ne vendevano allora a migliaia: camionate intere venivano consegnate nelle valli, dove ancora non arrivava la corrente elettrica e si usavano quindi le lampade a petrolio.
Il signor Renato era insostituibile: faceva di tutto e di più. Riceveva le materie prime; andava alla pesa pubblica per pesarle; scaricava benzina, olio combustibile fluido, olio combustibile denso, oli minerali lubrificanti, petrolio lampante. Provvedeva a miscelare gli oli in un fusto con un bastone ed a riempire lattine, secchie e fusti.Compilava le bolle di consegna ed organizzava i viaggi degli autitsti.
Compilava anche i famigerati H-Ter, documenti di consegna con timbro a secco dell'UTF, che dovevano indicare il nome del prodotto, la sua quantità, il destinatario, l'indirizzo di consegna, l'orario di partenza ed il tempo previsto di consegna, in cifre ed in lettere, l'itinerario che sarebbe stato percorso, la targa dell'automezzo ed il nome del conducente. Il Renato era velocissimo e non ne sbagliava uno. Il giorno dopo, entro le 24 ore, la copia di tale documento doveva essere consegnata all'UTF a mezzo raccomandata R/R, a pena di sanzioni o di visite di controllo dei funzionari dello stesso UTF. Il Renato faceva tutto da solo.
La famiglia e in ditta sempre, anche con la febbre
Nel 1972, quando il 6 Giugno nacque la Petroli Bellini della quale ero Amministratore Unico, fu trasferito insieme ad altri otto - dieci dipendenti nella nuova azienda, per la quale lavorò fino alla pensione, verso la metà degli anni '80. Un giorno, nei primi mesi, il signor Renato venne nel mio ufficio e mi chiese: “Dottore (così mio padre aveva obbligato a chiamarmi tutti i dipendenti, orgoglioso di avere un figlio laureato, lui che si era fermato alla terza elementare), mi chiese, ma se lei mi dice di fare una cosa e suo padre mi dice di farne un'altra, io che cosa debbo fare?”. «Lei dica di sì, poi faccia quello che le dico io.» E così fece sempre: io gli dicevo che cosa e come fare e lui eseguiva esattamente, nel massimo rispetto reciproco.
Avevo la massima fiducia in lui. Senza di lui, non so come avrei potuto fare in quei primi anni. Lavorava nove ore al giorno, dalle 8 alle 12 e dalle 14 alle 19, con un'ora di straordinario. Il sabato mattina dalle 8 alle 12. Andava e veniva quattro volte al giorno da Seriate, con un motorino piuttosto malandato. Tanto malandato che, un giorno, mi sentii in dovere di comprargliene uno nuovo: non aveva la patente. Viveva in un appartamento in affitto di un centinaio scarso di metri quadri: una piccola cucina, due camere da letto, una sala ed un bagno. Ci viveva con sua moglie, tre figli maschi e sua mamma, che dormiva su un divano in sala.
Il suo stipendio era buono, certo, ma non gli era facile mantenere sei persone. Eppure, non l'ho mai sentito lamentarsi. Era contento di quello che aveva. Aveva conosciuto la Rosy, che sarebbe diventata sua moglie, al lavoro: faceva la segretaria.
Il Renato era un uomo senza pretese, semplice, ma dotato di uno straordinario attacco al lavoro, onesto ed affidabile al massimo. Per quanto io sappia, non è mai stato assente dal lavoro nemmeno un giorno, tanto che una volta venni a sapere che era venuto a lavorare con la febbre: rimasi esterrefatto, ma lui era fatto così.
L'azienda, senza di lui, non ci sarebbe
Solo una volta commise un errore: ci fu un periodo in cui un agente di vendita ebbe a vendere dei giacconi di dubbia provenienza e ne regalò uno al Renato, in cambio di alcune confezioni di olio lubrificante che poi lui avrebbe venduto in nero. Me ne accorsi e dovetti fargli un richiamo: “Se me lo avesse chiesto, glielo avrei regalato io il giaccone” gli dissi. Ma non lo avrebbe mai fatto.
Si asciugò gli occhi con un fazzoletto, non disse nulla e tornò al suo lavoro. Ne fui sconvolto, ma non potevo non intervenire.
Il Renato ebbe un ruolo fondamentale per la ditta: senza di lui, la Bellini oggi non ci sarebbe. Provo ancora oggi molta riconoscenza verso di lui.
Ho compreso solo ora, pensando a lui, che è stato per me un dono, importante, che mi ha permesso di portare avanti quella che divenne la missione della mia vita.