Non è solo informazione trasparente verso un’opinione pubblica che va rispettata, ma anche un modo concreto di vivere la malattia e di vivere la Chiesa
Anche questo è un segno dei tempi. Il Papa annuncia pubblicamente, ieri, in piazza s. Pietro, a conclusione del suo “Angelus”, di avere un nodulo ai polmoni. Con molte immediate reazioni, quelle degli esperti che ci spiegano i diversi tipi di noduli, il rischio che possa essere un tumore, con le relative conseguenze, e quelle della gente che di fronte a quel termine un po’ si spaventa: le prime notizie hanno riferito che su piazza s. Pietro è sceso il gelo quando hanno sentito l’annuncio. E si capisce.
Ma l’annuncio non è solo una notizia, è anche un “gesto” ecclesiale. L’annuncio di papa Prevost è in sintonia con un modo nuovo di vivere il ruolo di capo della Chiesa e di vivere la Chiesa. Mi è venuta in mente, per contrasto, la vicenda, tra tragedia e scandalo, della morte di Pio XII. La malattia era stata tenuta rigorosamente nascosta. L’8 ottobre del ’58, alle 11.11 del mattino, una agenzia di stampa diffonde la notizia, falsa, della morte del Papa. Alcuni giornali si affrettano a pubblicare edizioni straordinarie che devono essere ritirate frettolosamente. La morte avviene soltanto il giorno dopo, 9 ottobre, alle 3.52 del mattino. Segue poi la penosa vicenda, figlia di quella reticenza, del medico personale del Papa, Riccardo Galeazzo-Lisi, che vende ad alcuni giornali le foto del Papa morente.
Queste notizie così avvilenti e così datate servono per confrontarle con la notizia che il Papa stesso ha dato ieri dalla finestra del Palazzo pontificio. La reticenza ai tempi di Pio XII è figlia diretta di una certa idea dell’autorità e, in specie, dell’autorità papale. In quella prospettiva, se al Papa capita di essere debole e malato perde qualcosa della sua aura sacra ed è di fatto un po’ meno Papa. Quindi se si ammala è necessario tacere. Già con papa Giovanni si seppe molto per tempo che aveva un tumore, papa Wytjla non ebbe paura di esibire la sua malattia, un po’ come papa Francesco. Papa Luciani fece passare la rude evidenza che anche un Papa può morire di una banale crisi cardiaca dopo soli 33 giorni di pontificato e papa Benedetto XIV fece sapere Urbi ed Orbi che, per colpa della vecchiaia, era perfino consigliabile, anche per un Papa, dimettersi.
La conclusione teologica di questa storia della Chiesa è la conferma di una verità antichissima, scontata e dimenticata: che la Chiesa è fatta di uomini. Gli uomini di Chiesa, teologi e prelati, prendono ripetutamente atto di quella verità. Ma faticano talvolta a tirarne le conseguenze pratiche: riconoscono di essere deboli ma si comportano come se non lo fossero. L’annuncio di papa Prevost di ieri è l’atteggiamento contrario. Non una teologia da cui si fa nascere un comportamento ma un comportamento dal quale si può far nascere o confermare una teologia.
Il risultato finale è che il fascino del Papa non sta nella sua “differenza”, dove la malattia è uno scandalo, ma nella sua “vicinanza”, dove la malattia è la norma. E’ un altro modo di vedere la malattia, ma, soprattutto, è un altro modo di vedere la Chiesa.
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