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La letizia di Francesco di fronte alla morte

Francesco di Assisi morte

 

Nella settimana santa, settimana del “duello mirabile” di vita e morte, vogliamo raccontare la morte di Francesco di Assisi e lasciarci meravigliare dal Poverello che mette insieme gli strazi delle ultime sofferenze con una insopprimibile letizia.

 

 

Nell’immaginario collettivo il Cantico delle creature francescano viene associato ad un sentimento di pura gioia vitale, alla valorizzazione della bellezza delle creature, alla pia contemplazione della bontà della natura restituita ad un rapporto armonioso con la vicenda umana: una laus che, rompendo le tenebre degli ascetismi medievali spregiatori del mondo, apre alla luminosa affermazione moderna  delle libertà e delle capacità umane, trionfalmente etichettata «antropocentrismo umanistico».

Il Cantico tra atroci sofferenze e mistica gioia

In realtà il Cantico ci immerge in una dimensione assolutamente straniante ed inattuale: la tradizione dei compagni racconta di un Francesco che sta soggiornando a San Damiano e soffre pene indicibili per una grave malattia agli occhi. Per di più la sua celletta è infestata dai topi al punto che non riesce a prendere sonno ed a recitare le orazioni.

Tormentato dal dubbio che questo stato di sofferenza fosse una tentazione del demonio, implora dal Signore il sostegno necessario a sopportarne il peso. Dio glielo concede, infondendo in Francesco la sicurezza interiore che, a compenso delle malattie e delle sofferenze patite, egli potesse giubilare della certezza di possedere il suo regno. Dal rasserenamento mistico, dalla gratitudine per l’atto misericordioso di Dio  (un imperatore capace di donare le ricchezze del suo impero ad un umile servo), Francesco si sente chiamato, per sé ed il suo prossimo, a celebrare le lodi del Signore, a riscatto dell’ingratitudine con cui ci serviamo quotidianamente della creazione  senza riconoscerne il divino fondamento (Compilazione di Assisi, 83). Dunque  i versi del Cantico ci mettono di fronte alla celebrazione dell’artefice sacro dei processi e degli elementi naturali fondamentali e non ad una esaltazione feticistica, intrinsecamente pagana,  della natura e delle sue manifestazioni.

Per Francesco, la bellezza del creato  consiste nel portare «significatione» di un Dio Altissimo, onnipotente e buono e della sua legge morale, incarnata nella concretezza dell'essere e dell'agire delle creature; l'uomo risponde della loro corretta interpretazione, viatico ad un giusto godimento e utilizzo. La vicenda, storica e personale, della conversione umana all’unico Signore ed alla sua legge diventa il presupposto necessario perché il creato possa rivelarsi a rispecchiare, nella lode, la gloria di Dio.

"Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale"

La gioia mistica del possesso della verità trascendente del creato permette a Francesco di cantare la lode più disumana e incomprensibile del Cantico:  «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale…». La «letizia interiore ed esteriore», con cui Francesco sopportò i tormenti delle sue gravi malattie  e accolse la notizia della sua imminente morte, fu tale da diventare motivo di imbarazzo per il suo carissimo fratello Elia, preoccupato che un simile atteggiamento potesse scandalizzare il popolo devoto, facile a scambiare gli effetti della stretta unione di Francesco al suo Signore con la mancanza di santo contegno nel prepararsi alla morte (Compilazione di Assisi, 99).

In effetti, la morte di cui canta Francesco non è la nostra: la nostra è la morte che annichilisce, quella dolorosa ma biologicamente necessaria e salutare per gli ecosistemi; la morte da contrastare tecnicamente e infine subire, da scegliere, alle strette, col suicidio assistito o traumatico, quando si ritenga di essere stati espropriati della vita e delle sue ragioni più qualificanti. Invece la morte cantata da Francesco è attraversabile perché abbia un senso et il vivere  et il morire: perché le cose rivelino e diano compimento integrale alla loro natura, ma nel contempo la riscattino. La morte cui  Francesco sorride non è un mistero in cui accogliere e risolvere le complessità e le aporìe (perché aprioristicamente fiduciosi nella bontà non giudicante di un Dio), ma transito  alla legittimità di un giudizio che riconosca la condizione morale che abbiamo maturato attraverso la vita e il dolore, che porti a compimento il significato storico delle nostre condotte (e per questo può implicare la morte seconda, quella dell’anima).

Il senso definitivo dell’evento insensato della morte

Riflettere sulla sora morte di Francesco spinge a chiedersi: chi può cogliere la bellezza della realtà, scoprirne le potenzialità morali, se non l’uomo compreso, giudicato, trasformato, redento? Chi riscatta il patire se non chi lo subisce fino in fondo, insieme agli altri, attribuendovi un senso?  Chi, nella logica di Francesco, può dare senso alla sofferenza più infamante, se non colui che crede di ripercorrere, col dolore e con la mortificazione di sé, il cammino glorioso di Cristo risorto con lui, in lui? Riflettere la miseria del mondo per sconvolgerlo e trasformarlo.

Penso, a questo punto, a quei  maestri laici oggi tanto accreditati,  provetti nell’utilizzo della tradizione biblica per i travagli personali di platee disorientate e secolarizzate. Tocca purtroppo constatare che costoro, messi di fronte a se stessi dalla durezza delle cronache, per difendere (legittimamente, peraltro) il principio della libertà di scelta nei grandi dilemmi morali di fronte alla malattia, dismettono la loro pensosità verso il Cristianesimo e non esitano a degradare la Croce a simbolo di dolorismo ricattatorio, rinunciando a farne uno strumento di intelligenza critica dei problemi spirituali e morali contemporanei che pure ambiscono a scandagliare.

Tra questi magisteri on demand – mi chiedo - che spazio ci può essere per Francesco?

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