I giovani non conoscono più i modi di dire di origine biblica. Ma sono aumentati quelli che non si sentono più cattolici o sono dichiaratamente atei. Le provocazioni per la Chiesa.
Capita, leggendo pagine firmate da persone più acute di noi, di trovarvi la chiara indicazione di qualcosa che già avevamo vagamente percepito.
A noi è successo, per esempio, con una raccolta di saggi di argomento scolastico dell’insegnante e scrittore Marco Lodoli, Vento forte tra i banchi (Edizioni Centro Studi Erickson), pubblicata nel 2013. Un capitolo del libro ha per titolo Le parole smarrite della religione: pur tenendo conto del fatto che sempre meno i ragazzi italiani frequentano le chiese e gli oratori, Lodoli, da docente di Lettere, si diceva stupito dalla «scomparsa definitiva nel linguaggio comune di ogni riferimento al Vecchio e al Nuovo Testamento.
Il figliol prodigo, i talenti, la pecorella smarrita... non si citano più
Per secoli e secoli tutti hanno saputo chi fosse “il figliol prodigo”, che razza di guai avesse combinato, perché fosse tornato a casa e quale vitello gli avesse imbandito il padre. Tutti avevano letto e assimilato la parabola dei talenti o della pecorella smarrita, e anche chi poi era diventato ateo e mangiapreti continuava a usare certi modi di dire, popolarmente condivisi. Se San Marino incontrava la Germania in una partita di calcio, il titolo “Davide sfida Golia” era chiaro a ogni ragazzo.
Se una paga era frutto di un tradimento o di un comportamento miserevole, tutti capivano che si trattava di ignobili “trenta denari”». «La pazienza di Giobbe, i castighi d’Egitto, il diluvio universale, Sodoma e Gomorra, la valle di Giosafat, settanta volte sette, un Golgota, una Maddalena, un buon Samaritano, un Fariseo, un sepolcro imbiancato, una vergine stolta: infinite erano le frasi idiomatiche e tanti i personaggi emblematici che uscendo dalla Bibbia e dal Vangelo entravano nel nostro linguaggio».
Secondo alcuni ragazzi Gesù è l'autore dei quattro vangeli
Frequentando pure noi delle aule scolastiche, si ha davvero l’impressione – per non dire l’evidenza – che nel corso di qualche decennio sia andato evaporando un patrimonio di concetti, immagini, nomi tradizionalmente collegati alla dimensione religiosa, all’esperienza cristiana in particolare.
Intendiamoci: non stiamo dicendo che le generazioni passate avessero, a differenza di quelle più giovani, una cultura biblica di prim’ordine, o che avessero ben chiaro in che senso, secondo la dottrina cattolica, i sacramenti varrebbero ex opere operato. Il problema non consiste neppure nel fatto che i ragazzi di oggi non abbiano mai sentito nominare Aggeo, Malachia e gli altri «profeti minori»: semmai, è che sanno molto poco – senza apprezzabili differenze tra chi va alla Messa domenicale e chi no, tra chi è un habitué degli oratori e chi se ne tiene alla larga – di Gesù Cristo (che per alcuni di loro sarebbe l’«autore dei Vangeli» - Si può allora supporre che Matteo, Marco, Luca e Giovanni fossero gli pseudonimi da lui di volta in volta utilizzati? I nostri interlocutori scambiano questa battuta, magari non spiritosissima, per un’ipotesi da tenere in seria considerazione).
I giovani atei sono il 31%
Recentemente, in una conversazione con la pedagogista Paola Bignardi, già presidente nazionale dell’Azione Cattolica, avevamo ripreso alcuni contenuti di una serie di indagini condotte nel corso del tempo dall’Istituto Toniolo di Studi superiori sulle convinzioni religiose dei giovani italiani, tra i 18 e i 29 anni.
Gli esiti numerici di queste ricerche sono abbastanza impressionanti: se nel 2013 coloro che si professavano cattolici erano il 56% degli intervistati, nel 2023 sono stati solo il 32,7%; quelli che si dichiarano atei sono invece passati dal 15% al 31%. In un testo pubblicato da Vita e Pensiero (Dio, dove sei? Giovani in ricerca), la stessa Bignardi esaminava in chiave «qualitativa» le ragioni portate in una serie di interviste da coloro che avevano deciso di allontanarsi dalla Chiesa e, soprattutto, i «desiderata» da loro espressi, le descrizioni di come le comunità cristiane dovrebbero essere: accoglienti, solidali, inclusive, gioiose.
"La Chiesa dovrebbe essere come una cena a casa di amici"
Ci aveva particolarmente colpito, in questo caso, il virgolettato di una ragazza: «La Chiesa dovrebbe essere come una cena a casa di amici, in cui sei libero di parlare di quello che vuoi sapendo che dall’altra parte ci sono persone che ti vogliono bene e che ti ascoltano e che non ti giudicano, a prescindere da quello che tu dica e che tu pensi».
Sono parole che denotano una notevole sensibilità, un forte spessore umano; e che però hanno suscitato in noi – in noi malpensanti - anche un dubbio: una Chiesa così cordiale, allegra e open minded non assomiglierebbe molto a ciò che gli psicologi sociali chiamano «gruppo in fusione»? Basta, per giustificare l’esistenza della Chiesa, un’atmosfera di benevolenza reciproca tra i suoi membri, per cui tutti si sentirebbero gratificati?
La catechista che non conosce le Beatitudini
Ancora un aneddoto di ambientazione liceale: V., una ragazza assai intelligente ed estremamente generosa, ci racconta che conduce un gruppo di catechesi per ragazzini, in una parrocchia non lontana da Bergamo. Ci congratuliamo con lei: non dubitiamo che, con le sue doti umane, sia capace di svolgere egregiamente questo incarico. Sennonché, mentre approfondiamo il discorso («Che cosa fate, nelle ore di catechismo?»), veniamo a scoprire che lei non ha mai – proprio mai – sentito nominare il Discorso delle Beatitudini; e nemmeno sente il bisogno, nonostante una nostra benevola sollecitazione in tal senso, di colmare questa lacuna, prendendo in mano i testi di Matteo 5,1-12 e di Luca 6,20-38: «Ma non serve, noi la catechesi la facciamo in modo diverso, non come la si faceva una volta». «E come la fate?». «Ogni volta uno di noi propone un tema, e lo si discute».
Il rischio di non trovare più Dio quando arriva la prova
Subito ci è venuto in mente il titolo di un libro che qualche anno fa aveva incontrato un certo successo, Io e Dio. Rigorosamente nell’ordine: Io e Dio. Andando certamente al di là delle intenzioni dell’autore di questo volume, Vito Mancuso, siamo indotti a pensare a una religiosità psicologica, ovattata, per cui a Dio – posto che esista, ma la questione potrebbe persino risultare secondaria – è assegnato il compito di soddisfare i nostri bisogni, di offrire soluzioni ai nostri dubbi, di porsi in sintonia con il nostro desiderio.
Già molto tempo fa, nella sua Dogmatica ecclesiale, Karl Barth aveva dichiarato la sua diffidenza verso questa forma di entusiasmo religioso: decidendo di parlare di Dio a partire da sé stessi – egli sosteneva -, si può correre il rischio che «nel momento della prova, quando ci si dovrebbe appellare a Dio, Dio non ci sia più» e che alla fine «l’uomo rimanga solo nel gioco».
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