Search on this blog

Strada facendo

I preti sono stressati

 

Ho assistito, testimone involontario, a una piccola scena. Un prete sta parlando con una collaboratrice molto impegnata: una di quelle persone che danno tutto il tempo libero che hanno, generosamente e disinteressatamente. Sento che la collaboratrice sta dicendo al prete: “Non ce la faccio, don, non ce la faccio, non ho tempo…”. Non ho sentito il seguito. Ma mi è bastato quello che ho sentito per una mia personale riflessione.

Il prete chiede perché, presumibilmente, non ha tempo per una incombenza che gli viene richiesta da qualcuno o da qualcosa. Chiede alla collaboratrice che, però, anche lei come il prete, non ha tempo. E questa non ha tempo perché, di certo, ha famiglia e lavoro e perché, generosa com’è, fa già molto e non può fare altro. Uno stressato, il prete, chiede un aiuto a una stressata, la collaboratrice.

La scenetta dice bene una situazione che si incontra spesso. Le comunità cristiane del passato hanno fatto molto e i preti erano i primi e spesso gli unici incaricati del gran daffare. Le comunità del presente continuano a fare tutto quello che possono di quel molto. I preti, però, sono sempre di meno e cercano, anche facendo di necessità virtù, la collaborazione dei laici. Ma anche i laici sono di meno perché anche loro, come i preti, sono diminuiti: meno laici partecipano alla vita della comunità e anche quelli che partecipano non hanno solo la parrocchia da servire, ma hanno e lavoro e famiglia e tanto altro. La situazione finale è quella di un soverchio di cose da fare che non si riesce a fare.

E’ una quadratura del cerchio, un rompicapo. Quando due realtà confliggono non ci sono grandi soluzioni a portata di mano: bisogna modificare o da una parte o dall’altra. Quindi, nella situazione dello stress da parrocchia, o si aumentano le persone che fanno o si diminuiscono le cose da fare. Teorema tanto elementare quanto difficile da risolvere. Infatti, è impossibile aumentare le persone. E’ prevedibile, anzi, che diminuiscano: vedi sopra. Dunque, non resta che diminuire le cose da fare. Forse qualcosa da cancellare lo si trova da subito. Ma le cose si potranno cancellare in modo significativo solo dopo che si è cambiato la fisionomia della parrocchia. Chissà fino a quando riusciremo a tenere in piedi, oratori, chiese (sono 1500 per le 390 parrocchie della diocesi di Bergamo), feste, celebrazioni… E quanto tempo riusciremo a dedicare ai malati, ai ragazzi, ai giovani… Avremo ancora tempo di confessare? (di confessare almeno quei pochi che si confessano ancora…).

La parrocchia, pare proprio, ha bisogno di robusti interventi chirurgici. Ma bisogna onestamente ricordare che una operazione talvolta va male e il malato muore. Spesso va bene ma a condizione di sapere quale è la malattia, di avere chiare le idee su dove praticare l’intervento chirurgico e come. E, nella situazione attuale, soprattutto di operazioni chirurgiche c’è bisogno.

Urgono, dunque, degli ospedali da campo, nei quali studiare come curare e operare e urgono non solo per il mondo, come voleva papa Francesco, ma anche, e soprattutto, per la Chiesa.  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *