E’ una mostra piccola, ma non per questo meno interessante, quella allestita a Lecco nel Palazzo delle Paure, che, costruito ai primi del ‘900 in stile eclettico medioevale, ospitava all’origine la sede dell’Intendenza di Finanza: di qui il suo (scherzoso, ma poi definitivo) nome
Tra arte e follia

Filo conduttore dell’allestimento è il complesso rapporto tra arte e follia, con uno sguardo approfondito sulle vicende personali e sulla produzione di otto autori (De Pisis, Zinelli, Sandri, Fraquelli, Ghizzardi, Puccini, Ferrari, oltre, naturalmente, Ligabue) che hanno scritto pagine significative nella storia dell’arte italiana del secolo scorso.
Opere che comunicano sulla tela aspetti dell’animo umano profondo, e un forte disagio interiore che ha portato questi autori al ricovero in manicomio, triste ricordo di un’istituzione ormai dismessa. Alcuni di loro sono entrati in strutture psichiatriche quando già erano pittori affermati, altri si sono scoperti artisti proprio lì.
Sono comunque tutti degli “outsider”, termine inglese che definisce con un solo vocabolo chi è fuori dal giro, dal gruppo, e che non si conforma alle abitudini della gente normale.
Otto storie di vita, dunque, e otto linguaggi artistici fuori dal comune, in un complicato legame tra arte e follia, dove per “follia” si intende una sofferenza di pensiero, un eccesso di sensibilità, traumi e forti emozioni, che determinano insomma un altro punto di vista del mondo, spesso incorrendo nell’incomprensione e nella condanna di chi non sa guardare oltre alla banalità di confini codificati.
Liguabue, una vita sregolata
Primo tra gli outsider è sicuramente Antonio Ligabue, presente nella mostra con quattordici tele, tra autoritratti, scene di vita campestre, animali feroci.
Nato nel 1899 a Zurigo da un’emigrante italiana e presto adottato da una famiglia tedesca (con cui avrà sempre un rapporto di odio/amore), è un bambino gracile e debole, affetto da rachitismo e gozzo, che gli dà un cranio malformato, e problemi di apprendimento (si ferma alla quarta elementare) e psichiatrici. Tanto che a vent’anni – dopo una denuncia della madre adottiva- sarà mandato in Italia, a Gualtieri, paesino emiliano, senza sapere una parola di italiano. Qui vive della carità, spesso solo in mezzo alla natura, facendo lavoretti, ma considerato lo scemo del paese, “Toni el matt”. Una vita sregolata, con accessi d’ira, che lo portano spesso in manicomio.
Con l’argilla del Po, con cui lavora saltuariamente, inizia però a scolpire, quindi scoprirà la pittura: sarà la sua occupazione e l’ancora di salvezza, la sua rivalsa, dopo una vita difficile e tormentata, segnata da ostilità e incomprensioni.
Grazie soprattutto a Renato Marino Mazzacurati, esponente della Scuola Romana, la sua arte infatti sarà riconosciuta e valorizzata: Ligabue comincia a vendere, a fare mostre.
E’ rimasto però l’originale di sempre e impegna i suoi guadagni in un intero campionario delle moto Guzzi (di cui è appassionato), e in molte macchine sportive, con tanto di autista. Vorrebbe anche sposarsi, con la Cesarina – figlia dell’ostessa di Gualtieri - ma ha un ictus e trascorre in ospedale gli ultimi anni di vita. Morirà nel 1965.
Una pittura ingenua, propria degli uomini semplici
Che dire della sua arte? Ligabue è un pittore molto originale, privo naturalmente di formazione accademica, ma capace di immedesimarsi totalmente nel prodotto delle sue mani. Nel suo mondo visionario, la critica ha distinto vari periodi: un primo, caratterizzato da colori chiari, da un impasto non troppo denso, con temi tratti dal mondo della campagna. Molte di queste opere sono andate perdute, perché date dall’autore in cambio di cibo o di qualche favore.
C’è poi un secondo periodo, con una materia più corposa e densa, e lavori più rifiniti. Infine un terzo, con opere più nette, quasi nervose. E’ il momento degli autoritratti e della raffigurazione di belve feroci (molte delle quali viste solo su illustrazioni o nei cartelloni dei circhi), con le quali Ligabue si immedesimava, e che esprimono la sua voglia di libertà e di affermazione, la sua energia.
La sua pittura è quindi ingenua, candida, propria degli uomini semplici, dei “poveri di spirito”, di cui parla il Vangelo.
Ma la sua arte è segnata da un filone primitivo e espressionista, e non soltanto naif, fuorviante definizione che troppo a lungo l’ha accompagnato e ne ha mortificato la comprensione.
Una sala della mostra è dedicata al manicomio, con al centro un vecchio letto dal materasso arrotolato, tipo quelli allora in uso, sormontato dalla gigantografia di una malata di mente.
Si sentono i rumori che accompagnavano le giornate dei reclusi: qualche urlo, ripetizioni ossessive, e un picchiare ritmico, mentre su una parete sono raffigurati molte fotografie seppiate dei volti degli internati, prese dagli archivi delle principali strutture italiane di inizio ‘900. Il tutto è opera di Giovanni Sesia, artista contemporaneo, che ha voluto così documentare la quotidianità vissuta da questi poveretti.
La mostra diventa allora un doveroso atto di riscatto e riconoscimento .
Perché i quadri esposti sono tutti capolavori del dolore per questi autori dalla vena struggente che si trasforma in profondo male di vivere, ma anche manifestazione di una percezione libera e non convenzionale della realtà: importante motivo di riflessione per il visitatore.
Laura Cerri