Generazione/i perduta/e

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Abbiamo perso non solo i giovani
ma anche gli adulti.
Resta qualche spiraglio, ma bisogna vederlo

Una delle espressioni più ricorrenti, quando nelle nostre comunità si parla di adolescenti e giovani, è “abbiamo perso una generazione”. È proprio così? O ne abbiamo perse molte? Se è così, come leggere questo dato da uomini e donne credenti?

Le generazioni corrono

Innanzitutto mi sembra sarebbe opportuno soffermarci, chiedendo aiuto a chi ha competenze sociologiche, sul concetto stesso di “generazione”. Pur da inesperto in materia, mi pare non sia semplice dare una definizione, in quanto questa espressione, oggi, assume un significato radicalmente diverso rispetto al passato.

La velocità nei cambiamenti, su molteplici fronti, che caratterizza il mondo, rende impossibile definire con chiarezza quali siano l’inizio e la fine di una “generazione”.

I nati nel 2005 erano diversi da quelli del 1997, quelli del 2005 da quelli del 2003 e questi da quelli del 2009…

Offro un esempio personale, su questo. Giunto a Telgate come curato di oratorio nel 2010, la prima annata di terza media della quale sono stato catechista è quella dei nati nel 1997, giovani oggi venticinquenni. Ecco, quella annata di terza media, per modi di vivere l’età adolescenziale, l’utilizzo degli smartphone e dei social networks, il modo personale di porsi nelle relazioni, già costituiva una modalità superata quando, pochi anni dopo, ho lavorato con i ragazzi nati nel 2005. Questi, a loro volta “di altra epoca” rispetto ai nati nel 2003, che nulla hanno a che vedere con i nati nel 2009 di cui sono catechista quest’anno.

Ora, una generazione dura tre o quattro anni? Certamente no! Se decenni fa i cambiamenti strutturali nella società e nelle persone avvenivano lentamente, tanto da poter definire “generazione” persone nate in vent’anni o anche solo dieci, oggi questo non funziona più. Non si tratta di stabilire se ieri fosse meglio di oggi, chiaramente! Ogni periodo ha le sue criticità e le sue grandi potenzialità. E’ importante essere consapevoli di questo e lavorare, a livello comunitario, perché i ragazzi siano accolti in modo che si sentano liberi di portare le loro fatiche a chi li ascolta e ci siano condizioni per mettere a frutto al meglio le loro capacità e le loro competenze.

Chi porta la Madonna non va a messa

Ciò detto, torno alla domanda iniziale. Abbiamo perso una generazione, nella Chiesa? Anche qui, riferiamoci a un esempio. A Telgate, ogni anno chiediamo ai trentatreenni di portare l’effigie del Cristo morto in occasione della processione del venerdì santo e ai cinquantenni quella di Maria con il bambino in occasione della processione della Madonna del rosario. Ciò che si nota è che intervengono pochissime persone e, di questo piccolo numero, la maggior parte non è praticante.

E’ da decenni che stiamo “perdendo generazioni”

Quindi, se siamo seri e obiettivi nell’analisi, dobbiamo dirci a chiare lettere che è da decenni che, come chiesa, “perdiamo generazioni”. Alle nostre celebrazioni l’assemblea è costituita soprattutto da persone con più di 60 anni; gli uomini e le donne della mia “generazione”, quella dei quarantenni, è praticamente inesistente, tranne rare eccezioni o in occasione dei sacramenti dei figli. Notiamo quindi che anche persone con un importante passato in oratorio, spesso ancora legate da amicizie (o anche solo da bei ricordi) con i sacerdoti del tempo, hanno perso, terminati gli anni dell’adolescenza, il legame con la comunità cristiana. 

Cosa fare di fronte a queste generazioni “perdute”

Tutto quanto ho esposto sarebbe tuttavia inutile se, ora, non ci ponessimo la domanda fondamentale: come leggere questi dati e questo tempo alla luce della fede e in prospettiva pastorale? 

Il rischio, infatti, è quello della chiusura in un atteggiamento nostalgico che si limita a rimpiangere il “glorioso” passato (che, pure, non era privo di problemi…) leggendo il presente e, soprattutto, il futuro, in modo negativo, come se fosse già scritto che esso sarà foriero di soli peggioramenti.

Come uomini e donne seri e come cristiani non possiamo cadere in questo rischio distruttivo e disgregativo. Si tratta, allora, di fare insieme la bella fatica del discernimento, che ci disponga ad accogliere ciò che il Signore, presente nella sua Chiesa, offre a questo tempo.

Se ci limitiamo a pranzi e cene e non sentiamo il vissuto della gente, siamo destinati a una lenta agonia

Mi sembra che la grande sfida che urge iniziare sia quella di accogliere l’uomo e la donna che incontriamo, vicini o lontani che siano dalla fede e dai nostri ambienti, senza moralismi e giudizi, ma mostrando le ragioni del credere oggi unitamente a molteplici occasioni di preghiera e di meditazione della Parola.

Il mio pensiero, che certamente è discutibile, ma che mi deriva da questi primi 12 anni da prete in parrocchia, è che se ciò che abbiamo da offrire agli uomini e alle donne di oggi è solo organizzazione di eventi, pranzi e cene seguiti da incontri frontali dove il vissuto umano di chi incontriamo non conta nulla, ci condanniamo da soli, a livello ecclesiale, a un’agonia lenta e inesorabile.  

Se, invece, avremo passione per l’umano, incontrando le persone nella loro quotidianità e accogliendole così come sono, proponendo loro esperienze caratterizzate da profondità e non da vastità, allora la sfida della trasmissione della fede risulterà ancora una partita apertissima.

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