Pantomima di tutti gli eserciti della storia.
Parodia delle guerre.
Una delle più forti immagini in tema di guerra inventata dall’arte si trova esposta nell’abside - proprio dietro l’altare maggiore - di una chiesa di Bergamo, una tra le più antiche e importanti nella storia della Città.
Il fatto è insolito per svariati motivi; si tratta di una parodia, genere poco consono ai luoghi liturgici: non presenta segni di iconografia religiosa o devozionale; parla di morte senza cenni a significati cristiani, tanto meno escatologici; non è un “memento mori” perché, come parodia, stimola curiosità profana rasentando il comico.
Il Tamburino

Su un pannello di legno lungo e stretto è dipinto a tempera un “personaggio” in divisa da soldato nel ruolo di tamburino; nell’immagine si impone infatti un grande tamburo portato a tracolla. Il Tamburino, in primo piano, si incammina per una strada sassosa; suonando la grancassa precede il battaglione inquadrato che marcia al tempo scandito dai rulli di tamburo. L’ufficiale di reggimento, agitando la spada, comanda impettito: tutti “minuscoli automi in balletto parodisticamente marziale.”
Il cielo è limpido, il paesaggio solare: non è dato capire se si prepari una battaglia, o si tratti di preparativi per una parata.
La bandiera sul fondo - oltre a cimieri e giubbe - consente di collocare la scena ai tempi della Repubblica Cisalpina, tra sussulti napoleonici e attese di nuova società.
C’è però un particolare: i personaggi sono tutti scheletri: Tamburino, ufficiale e plotone in marcia.
La scena non ha l’austerità di una prolessi, anticipo di futuro certo per questi personaggi, nemmeno la solennità di prossimi eroismi.
Quello che si impone è la spietata rappresentazione della vacuità delle guerre e la pantomima critica di tutti gli eserciti del mondo.
“Macabri” molto particolari in Borgo Canale
Il Tamburino è uno dei sei pannelli che formano una serie insolita di figure che interrogano.
Opera enigmatica - in parte riso, in parte grido - esprime la secolare visione della vita e della morte, ancora consolidata nei ceti popolari, non ancora inficiata da concezioni romantiche.
Nella nuova cultura la morte diventa atto esistenziale estremo, esasperazione della persona - fine di un individuo, fine di un mondo - tragica separazione di affetti: non è ancora così nel Borgo Canale ai margini della Bergamo frastornata tra caduta della Serenissima e turbinosi arrivi si idee e di eserciti. Nel Borgo - estrema parte della Città verso ovest, emarginata da antiche fortificazioni, già proiettata verso il piano - vive un artista, figlio di pittore, molto libero e originale, Vincenzo Bonomini.

Morte già dentro la vita, vita ricomincia dopo la morte
La parrocchia gli commissiona nei primi mesi del XIX° secolo un catafalco per il triduo dei morti: una sorta di paravento fatto da sei pannelli da aprire al cento della chiesa di “Santa Grata inter vites” durate le ricorrenze dedicate alla preghiera per i defunti.
Vincenzo dipinge a grandezza naturale su ciascun pennello abitanti del borgo, vivi, identificabili per ruoli, modi di vestire, atteggiamenti, anche alludendo a vicende personali, manie e fissazioni.
Distribuisce sui pannelli nove personaggi - uno è il Tamburino; dipinge anche se stesso autoritratto con moglie e garzone; su un altro due frati in preghiera - tutti però in forma di scheletri impegnati nel quotidiano: tutti i viventi in forma di scheletro, tranne un delizioso cagnolino a passeggio con la coppia di sposi borghesi.
Il catafalco sembra affermare: “Morte è già dentro la vita, vita che ricomincia dopo la morte”.

Arte, non più devozione
Parroco e fabbriceria accettano l’opera condividendone implicitamente un qualche significato didascalico, moralistico, forse escatologico; non solo: l’apparato viene utilizzato nelle liturgie e la memoria orale del borgo tramanda l’identità dei “personaggi” illustrati.
L’apparato, esposto a Firenze alla memorabile mostra a Palazzo Pitti sulla pittura italiana tra Seicento e Settecento, riscuote grandissimo interessa al punto che il catafalco viene - purtroppo - smontato e l’abside della chiesa di Santa Grata sfondato per alloggiarvi i dipinti, non più supporti liturgici, ma opere d’arte, solare interrogativo sul senso del vivere.
Leggi anche:
Roncelli