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Bergamo e il suo Patrono. Geografia di un martirio e geografia dei luoghi

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26 agosto, sant’Alessandro. Il protettore della città è anche personaggio sintesi che contribuisce all’identità della comunità locale. Osvaldo Roncelli si chiede: Oggi di tutto questo cosa resta: tradizione, leggenda, storia, arte, analisi urbana, antropologia del paesaggio, identità collettiva, appartenenza…o anche altro?

 

 

Stefano Scolari, incisore, a metà ‘600, rappresenta nel cielo sopra Bergamo, benedicenti dalle nuvole, tre Santi protettori della Città: Alessandro, Vincenzo e Antonio da Padova. Qualche anno dopo la Città proclamerà unico Patrono Alessandro; la storia del suo martirio - la sua “passio”, da secoli consolidata nella coscienza collettiva - è presente nelle forme stesse della Città e nella definizione degli spazi.

 

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Bergamo a “volo d’uccello” - Incisione di Stefano Scolar, metà sec. XVII

La “passio” di Alessandro è rappresentata dall’arte, dalle ricerche storiche, ma anche raccontata dalla stessa Città, nei percorsi, nei significati e nei nomi di luogo.

 

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E’ cosa nota che Bergamo si sviluppa fino al quarto decennio dell’Ottocento in forma “digitata”, come una mano con le sue dita. Lo rileva già Marcantonio Michiel nel 1520; raffinato intellettuale veneto, viene a Bergamo a trovare il padre Vittore - rettore in quel periodo della Città - e resta sorpreso: compila una specie di guida - “Agris et urbis Bergomati descriptio” - e scrive: “Urbi suburbia veluti manui expanse digiti adnectuntur…”.

Il “palmo” è adagiato sul colle e i borghi sono come le dita di una mano, dal colle scendono protesi verso le grandi direzioni: verso Milano a sud - non a caso via Sant’Alessandro - verso Venezia a est, a ovest verso l’Adda, a nord verso le valli e i valichi transalpini.

Lungo queste direzioni la Città cresce; le “dita” diventano strade, si allineano case e botteghe, si organizzano relazioni, crescono comunità.

Lungo l’articolazione delle “dita” la “passio” di Alessandro - più agiografia che storia - crea “luoghi” che definiscono forma urbana, portano arte, qualificano la vita civile, attribuiscono significati, esprimono devozioni

La mappa di Bergamo disegnata da Giuseppe Manzini nel 1816 rappresenta come l’Antico Regime consegni la Città alla modernità incombente. In rosso sono evidenziate le “impronte” di Alessandro sui luoghi, le sequenze su scala urbana della sua “passio”. Le vicende trasformeranno la Città, ma resta l’originario “imprinting”.

 

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Sant’Alessandro “in captura” - alla Morla - “in nemoribus” (nella selva - oggi convento dei frati Cappuccini)

La storia comincia timidamente tra le i boschetti lungo le rive della Morla rimasti incolti tra le due direzioni lungo le quali Bergamo va estendendosi verso il piano. Alessandro predica la “buona novella” nella clandestinità; è ricercato come disertore. Viene tradito e catturato. Sul luogo della chiesa segnalata in epoca carolingia, rimane una bella pala di Palma il Giovane, dipinta quando la chiesa venne rifatta nel 1572 dal vescovo Cornaro.

Oggi il luogo ha perso la memoria alessandrina, ma mantiene la vocazione originaria, convento di frati cappuccini   con la mensa dove poveri - clandestini e derelitti - possono sfamarsi.

Il martirio per decapitazione alla colonna

Il momento più solenne della storia - la decapitazione di Alessandro - viene individuato in un punto nodale del “dito” verso Milano, al limite di un popolare Borgo - Borfuro - che va formandosi.

Sul luogo a memoria del martirio, sorge una chiesa, già nel 1133 indicata: “Ecclesia Sancti Alexandri quae dicitur in columna.” Intorno alla colonna si anima un borgo vivace di popolo, economia, organizzazione prepolitica (le confraternite), devozione e, in particolare, solidarietà; nei secoli si accoglieranno e formeranno bambini di strada, troveranno cura fatui e lunatici; si darà sostegno a donne fragili.

Il mesto corteo funebre sosta all’incrocio - spuntano fiori

La “passio alessandrina” si sposta in altro punto strategico della Città, all’incrocio tra la direzione verso est - in seguito la via verso la Serenissima Dominante - con quella che, a nord-est va verso le Valli, a sud alla “Masone”.

La nobile fanciulla Grata, affascinata da Alessandro, raccoglie la testa del martire e organizza il trasporto del corpo per una degna sepoltura presso la sua casa. Il corteo fa un ampio giro; arrivato all’incrocio: “… i portatori stanchi dal grave peso, perciochè Alessandro era di eminente statura e per il gran caldo (26 di agosto), deposero per un breve spatio d’hora la greve soma…nel levarsi di nuovo il Santo Corpo, ecco si videro sorgere dalle cadenti gocce di ancor tepido sangue, così leggiadri e odorosi fiori…”.

Sul luogo sorge la chiesa di Sant’ Alessandro della croce (appunto da incrocio) che si ritiene costruita dal vescovo Adalberto nel secolo X (il primo documento è del 1183). Intorno si animerà una società, qui tendenzialmente aristocratica, ricca e colta che porterà arte, cultura e dibattiti teologici.

Epilogo

La nobile Grata - figlia di Lupo e Adleida - con Esteria, fedele amica, seppellisce il corpo di Alessandro nel suo podere fuori le mura occidentali e sul sepolcro edifica una memoria; sarà luogo anche sella sua sepoltura; diventerà la chiesa di Santa Grata “inter vites”, per tradizione risalente al IV secolo, documentata dall’anno 774.

Il corpo di Alessandro verrà poi onorato nella Basilica Alessandrina; dopo undici secoli “ragioni di stato” la cancelleranno lasciando solo ricordi, dibattiti, propositi di ricerche archeologiche.

Solo due secoli dopo la Città proclamerà Alessandro unico patrono di Bergamo dedicandoli il nuovo Duomo.

La festa e la fiera

La “passio” di Alessandro percorre tutta la Città e ne segna i luoghi. Le tre chiese Sant’Alessandro in colonna, Sant’Alessandro in croce, Santa Grata inter vites, saranno per secoli le uniche vaste parrocchie del piano di Bergamo.

Le due chiese dedicategli nei borghi dominano - simmetriche custodi - la conca che diventa nuovo centro cittadino.

Alessandro dà significato anche al “tempo” della Bergamo antica e a un luogo, laico e profano per eccellenza, come una fiera.

Il mese di agosto di ogni anno - intorno alla data del 26, memoria del Martire - nel “Prato di sant’Alessandro” - prato per eccellenza - si organizza la “Fiera”, sagra, rassegna, mercato: soprattutto festa.

La fiera - tenuta in età antica presso la Basilica Alessandrina, spostata già prima del mille al piano nel prato al centro delle “dita” viarie - richiama a convergere merci, mercanti e popolo in ampia prospettiva, forse già europea.

La fiera decade con l’età moderna; il prato diventa il centro della nuova Città al piano; storie di moderna nazione sostituisco antichi valori locali.

Oggi

Oggi di tutto questo cosa resta: tradizione, leggenda, storia, arte, analisi urbana, antropologia del paesaggio, identità collettiva, appartenenza…o anche altro?

Nella vita civile resta la festa - in tono minore rispetto alla Fiera - a scandire il tempo; il 26 agosto a Bergamo segna il tempo: fine delle ferie, ripresa di vita operosa.

Nella fede resta l’essenziale: un’immagine di Alessandro, probabilmente la più antica conservata nel territorio bergamasco, bella per forme, colori e significati.

Un cavaliere - “S Alex”, è scritto in forma abbreviata - sprona il suo cavallo al galoppo; velocità e impeto dominano la scena: manto, frange del vessillo, criniera e coda del cavallo sventolano, scossi dalla forza della corsa; persino un albero si piega nell’attimo in cui il cavallo spicca il salto per raggiungere la sponda oltre una pianta.

 

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Sant’Alessandro - Maestro dell’Aula della Curia, affresco -Tra secondo e terzo decennio del sec. XIII

Il cavaliere lascia alle spalle una sponda fertile dove il seme è fiorito - la pianta che si piega - ed entra determinato e impavido in terra ancora sconosciuta.

Il cavaliere ha un nome: è Alessandro, viene da terre altre e diverse: porta la Buona Novella nelle terre bergamasche.

Le zampe del suo cavallo trovano appoggio sulle teste - come scritto - di Narno e Viatore, primi vescovi di Bergamo.

E’ l’inizio a Bergamo della “Buona Novella”, e la storia continua.

Il resto sono fronzoli.

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Redazione

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