Avendo a disposizione un po' di tempo libero e su suggerimento insistente di un amico, mi sono deciso a guardare The Chosen. Lo ammetto: ero piuttosto scettico, temendo la solita operazione agiografica, un po' retorica e ingessata, tipica di certo e mal sopportato cinema a tema religioso. Mi sono dovuto ricredere.
Un film su Gesù. Scommessa vinta
Pur con qualche inevitabile riserva, la serie mi ha colpito, e decisamente in meglio rispetto a quanto avessi immaginato. Ma come fa una serie TV a raccontare Gesù senza cadere nel banale? I numeri e l'impatto di The Chosen danno già una prima misura dell'impresa.
Nata quasi come una scommessa, finanziata interamente dai sostenitori attraverso il crowdfunding (sono stati raccolti più di 100 milioni di dollari) e distribuita gratuitamente online, la produzione americana è diventata un autentico fenomeno mondiale, capace di appassionare credenti e non credenti. In Italia la serie, giunta alla quinta edizione (ma sono previste altre due) si può vedere gratuitamente (anche sottotitolata) e senza abbonamento sull’App ufficiale The Chosen o anche dal sitowww.watch.thechosen.tv
Ciò che i Vangeli non dicono
Il segreto del suo successo, puntata dopo puntata, mi è apparso evidente: invece di limitarsi a mettere in scena gli episodi evangelici, The Chosen prova a immaginare ciò che i Vangeli non raccontano. Come vivevano gli apostoli prima di incontrare Gesù? Quali erano le loro paure, i loro fallimenti, le loro speranze? E soprattutto: che tipo di uomo era Gesù nella vita quotidiana?
La risposta della serie sorprende. Il Cristo interpretato da Jonathan Roumie non è una figura distante e solenne, ma una presenza viva: ride con i bambini, scherza con gli amici, lavora il legno, ascolta chi soffre. La sua umanità non sminuisce la sua grandezza; al contrario, la rende più vicina allo spettatore. È forse questa la scelta più riuscita della serie. Anche gli apostoli smettono di essere semplici nomi letti nei Vangeli e diventano persone in carne e ossa, con difetti, gelosie, entusiasmi e dubbi. Matteo, Nicodemo e Maria Maddalena ricevono uno spessore psicologico raro nelle tradizionali rappresentazioni cinematografiche della vita di Gesù, e lo spettatore finisce così per camminare insieme a loro, condividendone le domande prima ancora delle certezze.
Dal punto di vista narrativo, la formula funziona: la lentezza della serialità permette di approfondire personaggi e situazioni con una cura impossibile in un film di due ore. Alcune scene risultano particolarmente intense, come l'incontro con la Samaritana o la guarigione del paralitico di Betzatà, capaci di trasmettere con grande forza il valore umano dei racconti evangelici.
Un’esperienza contemplativa. Non una ricostruzione storica
Ma proprio qui nasce anche il dibattito. Gli autori, provenienti in larga parte dall'ambiente cristiano evangelico (pur affiancati da consulenti cattolici ed ebrei), dichiarano fin dall'inizio che The Chosen è un'opera di finzione: non pretende di sostituire i Vangeli. Le scene e i dialoghi inventati hanno lo scopo di dare volto e profondità ai personaggi, senza modificare il cuore del messaggio evangelico. L'intenzione è aiutare lo spettatore a entrare nella narrazione, non riscriverla. Non sorprende, tuttavia, che alcune scelte narrative riflettano anche una sensibilità teologica tipicamente evangelica. Penso, ad esempio, all'enfasi posta sull'esperienza personale dell'incontro con Gesù, talvolta a scapito della ricchezza delle diverse prospettive offerte dai Vangeli.
Questa impostazione richiama, per certi aspetti, un'antica tradizione della spiritualità cristiana. Negli Esercizi Spirituali, sant'Ignazio di Loyola invita chi prega a immaginare luoghi, persone, gesti e parole dei racconti evangelici – la compositio loci – per coinvolgere non solo l'intelligenza, ma anche i sensi e il cuore. Anche santa Teresa d'Avila raccomandava di contemplare l'umanità di Cristo (humanidad de Cristo) come via privilegiata per crescere nella fede. In questa prospettiva, The Chosen utilizza il linguaggio del cinema per favorire un'esperienza contemplativa, più che per offrire una ricostruzione storica.
Una fiction biblica. Limiti e vantaggi
Naturalmente questo approccio non mette tutti d'accordo. Io, per esempio, sono stato disorientato da alcune scelte e libertà narrative che rischiano di modificare la percezione del Gesù storico: il ruolo di Giovanni Battista viene notevolmente ridimensionato, alcuni episodi risultano storicamente poco plausibili e la serie fonde senza distinzione elementi provenienti dai quattro Vangeli, appiattendo differenze teologiche che gli studiosi considerano fondamentali.
In realtà, pur mantenendo intatte queste riserve, credo sia necessario distinguere tra il linguaggio della fiction e quello dell'esegesi biblica. Una serie televisiva non può sostituire lo studio dei Vangeli né il lavoro degli storici; può però svolgere un'altra funzione: suscitare domande, accendere la curiosità e invitare ad approfondire. Ed è forse proprio questo il motivo del suo grande successo. Molti spettatori raccontano di aver ripreso in mano il Vangelo dopo aver visto la serie, desiderosi di confrontare il racconto televisivo con il testo biblico. Se questo accade, The Chosen raggiunge probabilmente il suo obiettivo più autentico: non offrire l'ultima parola su Gesù, ma accompagnare lo spettatore fino alla soglia del Vangelo. Più che una sostituzione della Parola, è una porta d'ingresso, una porta che, attraversata con discernimento e spirito critico, può trasformare una semplice visione televisiva in un incontro con la vicenda storica e umana di Gesù di Nazareth e, per molti, magari, nell'inizio di un percorso di ricerca e di fede.
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