Ventitreesima domenica del Tempo Ordinario.
La libertà difficile della fraternità.
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Non esistono comunità perfette
La fraternità non nasce perché siamo buoni. Nasce perché nessuno si salva da solo. Immaginarsi come comunità dei “puri” e dei “perfetti” è tentazione antica da cui anche oggi la Chiesa deve guardarsi e non lasciarsi sedurre. Il Vangelo, invece, la presenta come il luogo dei guariti che continuano ad aver bisogno di guarigione.
Non siamo il buon grano separato dalla zizzania. Siamo grano che cresce in mezzo alla zizzania. Siamo uomini e donne impastati di luce e di ombra. Corpi prima ancora che idee. Corpi che si sfiorano, si urtano, talvolta si feriscono. Lo abbiamo imparato anche negli anni della pandemia. Pensavamo di essere sani in un mondo malato. Abbiamo scoperto, invece, che la fragilità è il nostro linguaggio comune. La fraternità non consiste nel non cadere mai. Consiste nel continuare a rialzarsi insieme.
Il primo nome è fratello
Gesù non dice: «Se un uomo ti ferisce». Dice: «Se tuo fratello...» Prima della ferita e della colpa viene la relazione. Prima dell'errore viene il legame.
Il Vangelo non identifica mai una persona con il suo peccato. Anche quando sbaglia rimane tuo fratello. Ed è forse questa la conversione più difficile: continuare a vedere un fratello proprio quando è diventato difficile riconoscerlo come tale.
Guadagnare un fratello
«Se ti ascolterà, avrai guadagnato tuo fratello». Gesù non parla di vincere una discussione. Non dice di dimostrare chi ha ragione. Non invita a difendere la propria immagine. L'unica vittoria del Vangelo è non perdere nessuno. Il fratello non è un avversario da convincere e tanto meno da abbattere.
È una vita da custodire. Per questo Gesù suggerisce un cammino paziente. Incontrarsi. Parlare. Ascoltare. Ricominciare. Coinvolgere altri. Tentare ancora. Fare tutto il possibile non rassegnarsi alla distanza, non mirare all’esclusione. Fare tutto il possibile per “guadagnare il fratello”.
La via di accesso all’altro
Qui Etty Hillesum sembra commentare il Vangelo. Scrive:
Ogni sorta di umanità si apra in me, che nessuna persona mi sia più estranea, al pensiero di riuscire a trovare la via d’accesso ai tipi più disparati di umanità (29 marzo 1942).
Ecco la fraternità. Universale: ai tipi più disparati di umanità. Non cambiare l'altro. Trovare la via per raggiungerlo. Ogni riconciliazione nasce quando qualcuno smette di costruire muri e ricomincia a cercare una porta.
Prendere su di sé il dolore
Ogni comunità attraversa ferite. La domanda è semplice: che cosa facciamo del dolore che riceviamo? Lo restituiamo? Oppure lo trasformiamo? È ancora Etty Hillesum a scrivere da ebrea una delle pagine più evangeliche del Novecento:
Io non odio nessuno, non sono amareggiata. Una volta che l’amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito. […] Se sapessero come sento e come penso, molte persone mi considererebbero una pazza che vive fuori dalla realtà. Invece vivo proprio nella realtà che ogni giorno porta con sé. […] Ecco la preghiera: Ogni violenza nel mondo ha delle conseguenze, come ogni azione. Esistiamo per prendere su di noi un po' del dolore del mondo offrendo il nostro petto, non per moltiplicarlo, facendo a nostra volta violenza. So che lei soffre, e io soffro con lei. Sia indulgente con questo dolore, ed esso sarà indulgente con lei. I desideri e la collera lo accrescono; con la dolcezza esso si addormenta come un bambino, (Diario, 14 luglio 1942).
È il cuore stesso del Vangelo. Gesù interrompe la catena del male. Non restituisce il colpo. Assorbe la violenza. La trasforma in perdono. Ogni fraternità nasce qui.
La pace nasce dai legami
Nei giorni scorsi, con il MEAN, siamo stati a Odessa, in Ucraina. Siamo tornati con una convinzione ancora più limpida: la pace nasce dai legami. Prima dei trattati, prima delle strategie, prima degli equilibri politici, c'è la fiducia che rinasce tra le persone. La guerra distrugge le relazioni; la pace le ricostruisce.
Alexander Langer lo aveva intuito con straordinaria lucidità: alla pulsione di morte non si risponde anzitutto con altra forza, ma generando legami umani, sensibili, capaci di empatia. Una diplomazia dei volti. Un'ecologia delle relazioni. Comunità che tornano a respirare là dove la violenza aveva spezzato la fiducia. Per questo i Corpi Civili di Pace non sono chiamati a sostituirsi ai popoli, ma a condividere la loro condizione: stare senza invadere, ascoltare senza giudicare, accompagnare senza dirigere, proteggere senza armarsi. La comunità diventa così il primo luogo della riconciliazione. È lì che si imparano la differenza, la cura, la convivenza. Il Vangelo lo chiama fraternità.
Etty Hillesum lo esprime con parole che sembrano una preghiera per il nostro tempo:
Dio, nel tuo mondo si soffre molto e in maniera atroce; a volte lo avverto, almeno in parte, sulla mia stessa pelle. E anche per questo sono prima di tutto grata che una lontana eco risuoni anche in me e che io possa in questo modo capire e sentire l'umanità sempre meglio (2 marzo 1942).
Solo chi lascia che il dolore dell'altro trovi spazio nel proprio cuore può diventare artigiano di pace. È questo il senso di una pace disarmata e disarmante. Non una pace che si limita ad affermare principi, ma una pace che sceglie di rendersi presente. Non cerca il rischio, ma accetta di condividere, con coscienza e responsabilità, una parte della vulnerabilità di chi vive sotto la minaccia della guerra. Perché una pace che rimane a distanza convince poco; una pace che si fa prossima diventa credibile. Forse anche questo significa seguire Gesù: non passare davanti al dolore degli uomini, ma camminare dietro di Lui fino a diventare prossimi. La pace nasce sempre da qualcuno che decide di avvicinarsi.
Due o tre
Alla fine, Gesù sorprende ancora. Non promette la sua presenza dove tutto funziona, dove tutti sono d'accordo o dove non esistono ferite. La promette dove due o tre continuano ostinatamente a ritrovarsi nel suo nome. La comunione non è l'assenza dei conflitti. È la decisione di non lasciare che il conflitto abbia l'ultima parola. La pace nasce ogni volta che qualcuno sceglie di ricominciare un dialogo, di ricucire uno strappo, di custodire un legame invece di spezzarlo.
Comprendiamo così l'ultima promessa: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro». Gesù non dice: dove sono perfetti. Non dice: dove hanno sempre ragione. Dice: dove continuano a ritrovarsi. Cristo non abita una comunità perfetta. Abita una comunione continuamente ricominciata. Forse il miracolo più grande della Chiesa non è quello di essere senza ferite. È che, nelle sue ferite continui a ritrovarsi attorno al Signore e continui a credere e a chiamarsi alla fraternità. Lì il Regno di Dio si fa già presente.
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