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La guerra tra esibizione della forza e denuncia delle debolezza

bamnbini Trump e Khamenei

Conclusi i funerali di Alì Khamenei, il figlio del defunto capo supremo, Mojtaba Khamenei, divenuto capo supremo dopo l’uccisione del padre, ha commentato a modo suo gli eventi drammatici delle ultime settimane: "La vendetta è un desiderio della nostra nazione e deve certamente essere compiuta. Promettiamo di vendicare il tuo sangue puro e il sangue di tutti i martiri di queste due guerre per mano di questi criminali e disonorevoli assassini".

Sull’altra parte della barricata, si alza Trump, ancora lui. Un avvertimento che viene dai servizi segreti israeliani ha riferito di un possibile piano iraniano per uccidere il presidente. I servizi Usa sono scettici. Il presidente americano, invece, sembra crederci: "Se dovesse accadere ho lasciato istruzioni: bombardarli con una potenza mai vista”. Una vendetta esemplare, insomma, in perfetto stile trumpiano.

In queste muscolosi scambi di minacce si rivela un tratto che ritorna, puntualmente, nelle più importanti manifestazioni della violenza. La violenza ha un carattere speculare: chi è stato colpito colpisce a sua volta. E spesso colpisce allo stesso modo. A partire dalle forme più quotidiane di violenza. Se uno ha preso un pugno risponde con un pugno. Fino alle forme più devastanti della guerra: la risposta uguale e contraria è una delle metodologie dominanti delle operazioni militari. La guerra è una drammatica forma di botta e risposta.

Il che denota una caratteristica inquietante: gli esseri umani, nel momento della massima esibizione della forza, esibiscono insieme la loro debolezza: si limitano a fare quello che fanno i loro nemici. Per capire i meccanismi della guerra si possono scomodare i massimi esperti. Ma ci si può limitare a osservare come litigano due bambini.

Diciamolo in altri termini: quando si fa la guerra, nelle operazioni più importanti e più distruttive, non si crea nulla di nuovo. Ci si limita a replicare. In questo senso la guerra che replica è l’esatto contrario dell’arte che crea. E quando si parla di “arte della guerra” si esprime il patetico desiderio di fare quello che la guerra non arriva mai a fare. 

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