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L’Africa che non vogliamo vedere

Africa città folla

 

Come le guerre in corso militarizzano un continente e il Piano Mattei sbaglia bersaglio

 

 

Siamo giustamente attenti alle guerre in Ucraina, in Medio Oriente e al riarmo europeo. Ma sorprendentemente poco attenti a come queste stesse tensioni stiano deformando il continente africano, che nel silenzio generale scivola verso una stagione di militarizzazione capace di soffocare ogni tentativo di diplomazia.

Il retrobottega del mondo

È come se l’Africa fosse diventata il retrobottega del mondo: lì si accumulano gli effetti collaterali delle scelte occidentali, lì si scaricano le conseguenze delle paure generate dalla logica bellicista, lì si sperimentano soluzioni che non vorremmo vedere applicate a casa nostra.

Mentre i nostri telegiornali aprono con i carri armati sul fronte europeo o con le sirene di Gaza, nel Sahel transitano colonne di mezzi blindati che nessuno filma; nel Corno d’Africa si moltiplicano basi straniere che nessuno discute; nel Congo orientale si combattono guerre che non meritano nemmeno un titolo di coda. È un continente che si sveglia ogni giorno più armato, più sorvegliato, più addestrato a una guerra che non ha scelto.

La sicurezza come merce europea

E intanto noi continuiamo a parlare di sicurezza come se fosse un bene da produrre in serie. Ogni volta che l’Europa annuncia un nuovo investimento militare, ogni volta che una potenza esterna sposta un pezzo sulla scacchiera globale, in Africa qualcosa cambia: un governo si affida ai generali, una milizia trova nuovi sponsor, una comunità perde un altro frammento di voce.

La diplomazia, quella vera — fatta di tempo, ascolto e mediazione — viene trattata come un lusso per tempi migliori. Così il continente che avrebbe più bisogno di politica viene risucchiato da un linguaggio che non gli appartiene.

Il Piano Mattei e l’illusione dello sviluppo

La militarizzazione non arriva mai da sola. Porta con sé un modo di guardare il mondo: diffidente, verticale, semplificato. E questo sguardo finisce per colonizzare anche le relazioni internazionali. È qui che entra in scena il Piano Mattei, presentato come la grande svolta italiana nei rapporti con l’Africa: una promessa di cooperazione, energia e sviluppo.

Ma basta grattare la superficie per capire che il piano parla più ai nostri bisogni che a quelli africani. È un progetto costruito con la grammatica della sicurezza, non con quella della giustizia. Un piano che immagina l’Africa come partner energetico, argine migratorio e mercato da stabilizzare, non come soggetto politico con priorità proprie.

Il paradosso è evidente: mentre il continente chiede infrastrutture civili, scuole, ospedali e mediazione nei conflitti, noi offriamo accordi sul gas, controllo delle frontiere e partenariati militari. È come portare estintori in un luogo che brucia di fame, non di fuoco.

Il Piano Mattei parla di sviluppo, ma lo declina sempre attraverso la lente della sicurezza: sicurezza energetica per noi, sicurezza dei confini per noi, sicurezza degli approvvigionamenti per noi. L’Africa resta sullo sfondo, come un paesaggio da attraversare e non come un interlocutore da ascoltare.

La resistenza che non fa rumore

Eppure, se ci si ferma un momento, si vede che la vita africana continua a resistere. Non attraverso i comunicati ufficiali, ma nei gesti quotidiani: donne che negoziano tregue improvvisate tra villaggi, giovani che rifiutano l’arruolamento, comunità che proteggono le proprie terre come fossero l’ultima forma possibile di pace.

È una resistenza silenziosa, senza sponsor e senza spazio nei tavoli internazionali. Ma è lì, ostinata, a ricordarci che la pace non è un ornamento retorico: è l’unica infrastruttura che permette a un continente di respirare.

La nostra cecità, la loro ferita

E allora la domanda diventa inevitabile: che cosa ce ne facciamo di un Piano Mattei che non parla la lingua di questa resistenza? Che non riconosce la centralità delle società civili, delle reti religiose, dei movimenti femminili e delle comunità contadine? Che continua a immaginare l’Africa come un luogo da mettere in sicurezza, anziché da liberare dalle insicurezze prodotte proprio dalla militarizzazione?

Forse il punto è proprio questo: non vedere l’Africa significa non vedere noi stessi. Significa non riconoscere che ogni scelta di forza compiuta qui produce una frattura altrove. Che ogni volta che rinunciamo alla politica, qualcun altro — spesso il più fragile — paga il conto. E che ogni piano che non nasce dall’ascolto rischia di trasformarsi nell’ennesima promessa calata dall’alto, destinata a fallire perché costruita su un presupposto sbagliato: che l’Africa debba adattarsi alle nostre esigenze, e non noi alle sue.

La militarizzazione africana non è una distrazione. È una responsabilità. Una di quelle che, prima o poi, tornano a bussare alla porta chiedendo conto del silenzio con cui abbiamo assistito alla trasformazione di un continente in un campo di battaglia che non gli appartiene.

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