Siamo sul crinale del baratro, ha detto Mattarella. Ma la stessa pace rischia di essere solo un intervallo tra una guerra e un'altra. L'equilibrio fra ansie e speranze resta difficile
Per trovare una qualche forma di giustificazione alle violenze quotidiane delle guerre e degli ammazzamenti – ultimo quello di Kirk – si cita la storia. E si dice che guerre e violenze sono sempre esistite e si può perfino dire che, in fondo, le violenze del presente sono minori rispetto alle molte violenze del passato. E’ vero che siamo sul crinale del baratro, come ha detto Mattarella durante la sua visita ufficiale in Slovenia, ma, intanto, non ci siamo ancora cascati. La Storia diventa, così, una forma nobile di consolazione e la fonte di una fragile speranza che ci assicura che, anche stavolta, ne usciremo.
Ci sarà di nuovo la pace. Ma pace dove e per quanto tempo? Perché se, prima o poi, le guerre di Ucraina e di Gaza finiranno, è sicuro che non finiranno le altre cinquanta guerre che sono in corso, qua e là nel mondo. La pace, quindi, sarà sempre appannaggio di qualche fortunato. E poi, appunto, non si sa se e quanto la pace durerà. Jean Giraudoux ha detto che la pace è “un intervallo fra due guerre” (Amphitrion, atto I, scena 5).
Di conseguenza, in tutte le fasi della storia, si è costretti a trovare un equilibrio fra ansia e speranza, che ci sono sempre, anche se con mix di diverso peso, a seconda delle circostanze. E’ evidente che, in questi anni, in questi giorni soprattutto, le poche speranze faticano a controbilanciare le molte ansie.
Qualcuno, sempre in questi giorni, ha citato una trovata di Woody Allen: “L’umanità è a un crocevia: una via parte porta alla disperazione, l’altra all’estinzione totale. Speriamo di avere la saggezza di scegliere bene”.
E speriamo che le parole di Woody siano soltanto una battuta.