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Un'immagine alla settimana - Rubrica a cura di Osvaldo Roncelli

Niente abbiamo imparato

guerra morti

 

Genocidio di Srebrenica - Bosnia - luglio 1985 - 8372 morti.
Molte commemorazioni - scarsa crescita della coscienza storica.
Dopo 40 anni la pacifica convivenza tra popoli diversi risulta ancora un sogno velleitario, utopia, illusione

 

Unknown
Srebrenica - Cimitero memoriale dell’eccidio

 

L’artista è presente

L’arte può - come da sempre ha fatto nella tragedia - dare un proprio contributo all’utopia per smovere le coscienze; l’arte contemporanea lo fa con ogni mezzo: è il caso di Marina Abramovic, artista serba, nata a Belgrado nel 1946, di formazione cristiana (nipote di patriarca della Chiesa ortodossa serba proclamato santo), precoce trasgressiva innovatrice sulla scena artistica globale.

Balkan Boroque

(Barocco - come contorto, complicato da decifrare, strano come capriccio di natura - nelle Regioni Balcaniche)

Marina Abramovic, 12 anni dopo la strage di Srebrenica, presenta alla Biennale di Venezia del 1997 una performance - azione teatrale drammatizzata dalla stessa artista - durata quattro giorni; dell’avvenimento resta una grande stampa fotografica ora esposta nella sala “Guerra, conflitti e memorie” della Galleria Internazionale di Arte Moderna di Cà Pesaro a Venezia.

 

balkan baroque
Marina Abramovic - Balkan Baroque,1997 - stampa fotografica da performance - cm 126x218 - Venezia, Galleria Internazionale di Arte Moderna di Cà Pesaro

 

La performance è testimonianza, denuncia, rielaborazione delle atrocità della pulizia etnica durante la guerra fratricida nei Balcani. L’iniziativa riscuote subito grande interesse: viene premiata con il Leone d’oro della 47^ Biennale di Venezia (anno 1997) e la grande immagine fotografica che la documenta viene acquistata dallo Stato Italiano per la Galleria di Cà Pesaro a Venezia.

Espiazione e vergogna

L’immagine di Marina Abramovic appare come in un antico Compianto sul Figlio morto; come una Madonna dolente sta seduta su un cumulo di ossi di mucca, metafora di esumazione da fosse comuni; indossa un camice bianco come da infermiera; intona canti della sua giovinezza in Serbia e tenta di ripulire 1500 ossi lavandoli con spazzola di ferro, acqua e sapone.

E’ un’azione politica forte contro la guerra; sottende anche una volontà di espiazione per le colpe del suo popolo, per la vergogna di quelle azioni criminali, la violenza e gli stupri che avevano devastato il paese e consegnato alla storia del Novecento - dopo gli orrori della seconda guerra mondiale - migliaia di nuove vittime.

E’ un rituale catartico di purificazione del sé, del proprio popolo e di una cultura intrisa di violenza; un doloroso ripercorrere miti e tradizioni che vorrebbe diventare ammonimento.

Come gli esseri umani in guerra

Proprio come metafora di ammonimento, durante l’azione scenica l’artista raccontava la procedura raccapricciante di come per uccidere topi sia in uso nei Balcani creare “ratti lupo”.

Alcuni topi vengono rinchiusi in gabbia con solo acqua; presto i topi affamati e soffocati iniziano a mangiarsi tra loro. L’ultimo che rimane vivo in gabbia viene liberato e accecato; furioso e affamato viene rimesso nella tana e inizia a sbrana topi fino a che non ne trova uno più forte che lo uccide. Il vincitore diventerà il nuovo “ratto lupo”.

 

Performance
Bosnia - Arte

         

Cronaca
Gaza - Cronaca

 

Lezione non ascoltata

A quanto pare la lezione “La guerra si neutralizza partendo dalla cultura” risulta molto ammirata, in particolare nei musei; l’arte cerca di fare la “sua” parte, ma…il pericolo degli “uomini lupo” incombe.

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