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Borseggiatrici e borseggiatori: un esempio di linguaggio inclusivo?

«Attenzione a borseggiatrici e borseggiatori», si raccomanda ai viaggiatori del metrò milanese.
In Francia non si è riusciti a rendere in femminile il termine "chef".
Perfino la liturgia della Messa pone qualche problema con i suoi "fratelli e sorelle"

Il metrò di Milano. La consueta messa in guardia

Abito a Milano e, da convinto ecologista, per gli spostamenti in città utilizzo abitualmente gli ottimi mezzi pubblici dell’ATM ed in particolare la metropolitana.

Quando salgo in carrozza, immancabilmente una voce femminile preregistrata ripete un chiaro e secco annuncio: «Attenzione a borseggiatrici e borseggiatori».

Mi ha fatto riflettere l’uso della forma sia maschile sia femminile per indicare talune persone che si aggirano malintenzionate in metropolitana: che ATM abbia con ciò scelto di ricorrere al linguaggio inclusivo abbandonando il vecchio maschile sovraesteso o maschile neutro, applicando quindi diligentemente le puntuali Linee guida per un linguaggio rispettoso del genere 2023 del Comune di Milano?

Maschile, femminile...

La questione è assai complessa e da alcuni anni interessa in modo particolare la comunicazione che, giustamente, si propone di essere il più possibile rispettosa e inclusiva. Come noto, tuttavia, nella lingua italiana non esiste il neutro il quale, dal passaggio dal latino, è stato sostanzialmente assorbito dalla forma maschile, forma quest’ultima però oggi ritenuta retaggio di una cultura maschilista e patriarcale che non rende ragione del ruolo paritario che va riconosciuto alle donne (per la verità esiste anche un femminile sopvraesteso o neutro come: la guida alpina, la guardia, la recluta, ma secondo gli esperti sarebbero eccezioni di scarso rilievo, altro è invece il caso di termini come “pilota”).

Ecco allora che da più parti si sono dedicati notevoli sforzi per rendere giustizia anche nel linguaggio alla pari dignità della donna, anzi facendo del linguaggio stesso un utile strumento di promozione e inclusione. 

Ma non è così semplice come può sembrare a prima vista e non solo per l’italiano. L’Académie française, ad esempio, ha introdotto per tutte le professioni tradizionalmente definite al maschile anche il corrispondente femminile, tuttavia, i 40 Immortales arrivati in cucina si sono dovuti arrendere: “chef” non può essere declinato al femminile, troppo brutto per il sensibile e raffinato orecchio dei cugini d’oltralpe: chef è e chef rimane, anche se la professione è esercitata da una donna. 

"Pregate, fratelli e sorelle"...

Anche la Conferenza Episcopale Italiana si è messa di buzzo buono e l’ultima edizione in lingua italiana del Messale traduce “fratres” con il più moderno “fratelli e sorelle” suscitando però la vivace protesta di alcuni esponenti della comunità LGBTQ+ in quanto ritenuto peggiorativo: a loro avviso infatti se l’arcaico, ma pur sempre neutro, “fratelli” copriva tutti i colori dell’arcobaleno senza distinzione alcuna, l’odierno “fratelli e sorelle” marca insopportabilmente la visione binaria della sessualità includendo esclusivamente diciamo l’azzurro e il rosa ed escludendo così in modo discriminatorio tutti gli altri colori dell’iride! 

Tornando a noi, mi chiedo infine se il citato avviso insistentemente diffuso ad ogni fermata sulle carrozze della metropolitana di Milano, abbia anteposto la forma femminile “borseggiatrici” alla forma maschile “borseggiatori” come segno di cortesia su ricalco del noto “Ladies & Gentlemen” ossia “Signore e Signori” (contrariamente quindi al Messale che antepone pur sempre il maschile “fratelli” al femminile “sorelle”), oppure vi sia qualche altro motivo, legato magari alla specificità del caso.

Lascio al lettore formulare possibili ipotesi: qui mi limito a raccomandargli, quando dovesse salire in metropolitana, di seguire prudentemente i consigli generosamente dispensati dall’ATM 

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