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Viaggio oltre la soglia

anziana donna vecchiaia

 

Una visita alla casa di riposo del mio Paese, le donne anziane e tanti ricordi, calorosi e struggenti, ritornano. Ed è come se due mondi diversi si incontrassero

 

 

Leggendo il bell’articolo di Ivo Lizzola del 31 gennaio, mi è tornata alla mente un’esperienza vissuta due o tre mesi fa, anzi verso la metà di novembre.

Mi trovavo di passaggio dal mio Paese - che come scrisse un illustre poeta del Cinquecento «posto nel sen di vari laghi […] fronteggia la sonante riva d’un chiaro fiume» - e, approfittando dell’occasione, decisi di andare a trovare una cara conoscente, da poco ospite della locale Casa di Riposo.

La Gina

Avevo sempre trovato la Signora Gina [nome di fantasia come tutti i nomi a seguire] al piano delle donne, in camera o in uno dei bei salottini dove si può comodamente scambiare due chiacchiere.

Non la vedo e chiedo ad una infermiera, la quale gentilmente mi dice che la posso trovare nella sala ricreativa al primo piano: mi spiega come arrivarci, prendo l’ascensore e scendo. Come entro, ci saranno una ventina di persone quasi tutte donne, e mi guardo in giro, scorgo la Gina seduta ad un tavolino che legge una rivista: mi avvicino, mi faccio vedere e ci salutiamo calorosamente.

Gi sguardi

Mi sento però osservato, mi rendo conto che tutti gli occhi sono puntati su di me: pian piano alcune anziane ospiti cominciano ad avvicinarsi, c’è chi chiede alla Sig.ra Gina chi sia io e lei, prontamente e senza nascondere una punta di orgoglio, spiega chi sono, che ci conosciamo da tanti anni e che ero molto amico del suo povero marito, che ora sto a Milano ...

I dialoghi

Un paio mi toccano leggermente con le mani, quasi una leggera carezza come per sentire materialmente la mia presenza, una signora mi dice: «Ma tu allora eri alle elementari con mio figlio Franco, io sono la Giuseppina …» una pausa e poi esclama con gli occhi lucidi fissi su di me: «non avrei mai pensato di poterti vedere ancora una volta!».

Un’altra ospite decisamente ultranovantenne spingendosi con la sedia a rotelle mi si avvicina, anzi mi pesta un piede con la ruota, e mi dice: «Io sono la Caterina, abitavo nella piazzetta sopra la bottega del calzolaio vicino alle suore: mi ricordo bene di te; ti vedevo passare tutte le mattine con tua mamma che ti portava all’asilo», e così di seguito, quasi rubandosi l’un l’altra la scena.

Le due dimensioni

Confesso che, oltre che un tuffo nel lontano passato, è stata per me un’esperienza molto particolare. Se mi è permessa una citazione letteraria mi sono un po’ sentito come Dante che, approdato sulla spiaggia dell’Antipurgatorio, incontra le anime le quali, appena si accorgono che il Poeta è vivo, stupite gli si accalcano intorno: tra queste, l’amico e musicista Casella, che lo riconosce, gli si avvicina per abbracciarlo, segue poi un commovente dialogo tra i sodali di un tempo che si ritrovano, dando modo al cantore di intonare «Amor che ne la mente mi ragiona».

Ho infatti vissuto la netta esperienza di due mondi che per un attimo si incontrano: io che arrivo dal “mondo vitale”, per usare l’espressione di Ivo Lizzola, e gli ospiti della RSA che si trovano in un’altra dimensione, quasi anime dantesche che, scese dalla barca che le ha trasportate sulla spiaggia dell’Antipurgatorio, sono in cammino per un viaggio senza ritorno in attesa di passare oltre.

Due mondi separati che si possono in qualche misura parlare e vedere, ma che restano ontologicamente ben distinti e il cui vissuto, per gli ospiti, è segnato come irrevocabilmente stabilito nella nuova dimensione.

La relazione

Consapevoli di questo conteso, credo che ognuno di noi possa portare un po’ di luce e di calore anche laddove l’ombra della sera pare coprire gli ultimi giorni di vita di tante persone.

Purgatorio, Canto II, vv. 67-78

L’anime, che si fuor di me accorte,
per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,
maravigliando diventaro smorte.
E come a messagger che porta ulivo
tragge la gente per udir novelle,
e di calcar nessun si mostra schivo,
così al viso mio s’affisar quelle
anime fortunate tutte quante,
quasi obliando d’ire a farsi belle.
Io vidi una di lor trarresi avante
per abbracciarmi con sì grande affetto,
che mosse me a far lo somigliante.

(parafrasi:
Le anime, che si erano accorte,
che ero ancora vivo, per il fatto che respiravo,
diventarono pallide dalla meraviglia.
E come la gente accorre incontro per ascoltare
le novità al messaggero che porta l’ulivo,
e nessuno si trattiene dall’accalcarsi,
così tutte quante fissarono il mio viso
quelle anime fortunate,
quasi dimenticando di andare a purificarsi.
Io vidi una di loro farsi avanti
per abbracciarmi, dimostrando tanto affetto,
che mi spinse a fare lo stesso)

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