La frase più pronunciata, a voce o per scritto (sui social soprattutto) tra persone che sono nate e hanno vissuto Città Alta, è sempre quella. “Non è più la nostra Città Alta”. E lo diciamo con una tristezza che non riuscirà mai a nascondere la nostalgia e una buona dose di fierezza.
“Sono di Città Alta ma vivo a Torre Boldone”, è la mia frase ricorrente quando mi si chiede la provenienza. Una frase che la dice lunga…
Eppure, da qualche anno ho dovuto arrendermi all’evidenza: non tornerei a viverci, perché, davvero, non è più la mia Città Alta. E cerco di spiegarvi il perché…
Tu vivi fuori delle Mura!
Ho sempre odiato la frase che funge da titolo per questo pezzo, che mi sembrava un insulto non meritato. Eppure accadeva spesso che i ragazzini me lo dicessero, magari arrabbiati perché avevano perso una sfida contro di me.
Vi risparmio le litigate in merito (e anche parecchie lotte: ero un maschiaccio, un tempo, e non accettavo gli insulti), anche perché ci ho messo tipo 20 anni a capire che, in fondo, quei ragazzini avevano ragione. Senza saperlo, ma avevano ragione.

Perché io sono nata e ho sempre vissuto in via Porta Dipinta, anzi in quella parte della via che un tempo (sto parlando di secoli fa, chiaro…) era situata al fuori delle mura: quelle medievali, non quelle veneziane, quindi parliamo di prima del 1561. Eppure quei ragazzini avevano assorbito, probabilmente dalle loro famiglie, una geografia che arrivava dal passato e non era mai stata aggiornata.
Torniamo alla Città Alta che ho nel cuore, per scoprire innanzitutto che stiamo parlando di quella che fino alla fine del ‘700 era semplicemente “la città”; quello che era al di fuori delle mura (quelle veneziane, stavolta) erano i borghi. E così nella mia casa – in tutte le case - si diceva “vado in città” oppure “scendo in borgo”, spesso con il nome del borgo collegato. Ed erano nomi veri, ma modificati dal modo di pronunciarli. Perché nessuno diceva “scendo al borgo di Santa Caterina”, ma “scendo in borsantacaterina”, così come lo leggete, tutto attaccato; oppure in borcanal e via dicendo.
Lasciando perdere i borghi, mi piacerebbe che voi riusciste ad immaginare una Città Alta che non era un insieme omogeneo come oggi, ma una città formata da tanti paesi, ciascuno con la sua parrocchia e la sua fontana e molto spesso autosufficiente, e altrettanto spesso con qualche sorta di campanilismo che prevedeva, a parte la - ovvia - superiorità del proprio quartiere rispetto a tutti gli altri, che i ragazzi non andassero “a morose” nelle altre zone... Queste suddivisioni arrivano davvero da lontano, dalle “vicinie” medievali i cui territori si estendevano però molto al di fuori delle diverse cinte murarie che si sono succedute nella nostra storia.
Ai miei tempi - anche se la carta d’identità dice che sono medievale anche io… - le vicine non esistevano più, ma c’erano tante Parrocchie, che si possono ritrovare ancora attraverso le loro chiese, perché oggi c’è una sola parrocchia che raggruppa i fedeli dell’intera città (alta).
Il mio “paese” era s. Andrea

Il mio “paese” era S. Andrea e si estendeva lungo tutta la via Porta Dipinta e la parte bassa delle mura fino all’altezza del tracciato della funicolare (poi iniziava San Giacomo), ma comprendeva anche la Fara fino alle “villette”: oltre c’era il confine con San Lorenzo. Tutte le cerimonie religiose avvenivano nelle nostre chiese (S. Andrea e il Pozzo Bianco) ed era solo per le Cresime che tutti i bambini della città confluivano in Duomo, di solito pochi giorni dopo aver ricevuto la prima Comunione.
Le nostre processioni erano strepitose e parecchio lunghe: dalla chiesa Parrocchiale si risaliva fino alla Piazza Mercato delle scarpe, per poi ridiscendere fino alla Fara per fare il giro del prato e tornare in parrocchia; lo stesso percorso dei funerali, col defunto che, come diceva il mio vecchio parroco don Galizzi, veniva accompagnato per l’ultima volta a salutare la sua parrocchia e la sua gente.
Le saracinesche chiuse di oggi, i negozi di ieri

Dicevo prima che ogni quartiere era autosufficiente, ovviamente anche il mio. Oggi sembra impossibile crederlo, ma provate ad immaginare di cancellare per un attimo tutti i garage o le saracinesche che oggi sono tristemente chiuse e sostituiteli con i negozi che c’erano prima. Noi avevamo il lattaio, il “negozio che vende tutto” (oggi lo chiameremmo minimarket, allora veniva chiamato con il nome del propietario): ci trovavi dal pane ai quaderni ai francobolli alle ciabatte; e poi il fruttivendolo (che forniva anche legna e carbone consegnandoli direttamente nelle cantine), l’osteria dove i papà e i nonni giocavano a carte mentre le mamme e noi bambini potevamo andare a vedere la televisione, e poi il barbiere, il calzolaio… E poi c’erano gli artigiani “domestici”, quelli cioè che non avevano la bottega ma che venivamo chiamati ogni volta che c’era bisogno: l’idraulico, il falegname, l’imbianchino, le sarte, le ricamatrici, il materassaio; regolarmente passava col suo carretto l’uomo della candeggina, che veniva versata nelle bottiglie di casa direttamente dalla botte. Per quello che poteva mancare si saliva semplicemente alla Corsarola, dove c’era tutto e di più.
Ho letto qualche tempo fa sul giornale (il l’eco, come lo chiamano tutti bergamaschi doc) che la zona più ricercata e costosa di Città Alta, per quanto riguarda il mercato immobiliare, è proprio la mia via Porta Dipinta, che a me fa tristezza perché è così silenziosa, così vuota…e forse è proprio questo che la rende appetibile oggi; leggevo anche, qualche giorno fa, sempre sul l’eco, che la scuola primaria ha qualche problema perché ci sono troppo pochi alunni. Per carità, succede in molte scuole, grazie al costante calo demografico, ma a me pare ancora impossibile crederlo, se torno indietro nel tempo, quando era il vociare dei bambini che risalivano dalla Fara a farci capire che era ora di prendere la cartella e scendere per avviarci verso la scuola, raccogliendo man mano i bambini che uscivano dalle loro case. Arrivati al rione (la piccola salita proprio sopra la fontana posta verso la metà di via Porta Dipinta) trovavamo i bambini che vi abitavano affacciati al muretto in attesa di aggregarsi al gruppone di alunni. Eravamo una torma di ragazzini urlanti che si zittiva improvvisamente davanti alla chiesa di San Pancrazio, fuori dalla quale sr. Costanza ci aspettava per “una visita” veloce e una carezza al crocifisso prima di correre a scuola.
La mia scuola era la più bella del mondo

La mia scuola era la più bella del mondo, lo dico sempre: era l’antico convento di san Francesco, che oggi ospita il Museo delle storie e vi garantisco che studiare in quei locali era qualcosa di unico. Eppure ci dispiaceva vedere che il quadro svedese della palestra era appeso al muro attraverso grossi spessori di ferro che bucavano “pitture” molto vecchie. Ho scoperto molti anni dopo che la nostra palestra era l’abside dell’antica chiesa del convento… C’era anche un’altra scuola, in Colle Aperto, perché eravamo davvero tantissimi bambini. La mia nonna diceva che le famiglie di Città Alta erano ricche solo di figli e davvero era così.
Torno spesso in S. Andrea e ci sono, per fortuna, persone che ci vivono ancora e hanno condiviso l’infanzia e la giovinezza speciali di noi di S. Andrea e di quelli di Città Alta. Ma oggi tutti i portoni sono chiusi, ci sono i campanelli per farsi aprire: allora nessuno chiudeva il portone, mai, e i campanelli sono arrivati tardi (per la gioia di noi ragazzini che ci divertivamo a suonarli per poi scappare velocemente via. Spesso, soprattutto d’estate, bastava “dare la voce” sotto le finestre per vedere la persona così interpellata affacciarsi. Ci si conosceva davvero tutti e ci si dava una mano: noi ragazze facevamo a turno a salire nelle case delle “nonne” che non avevano l’acqua in casa (visto, che sono medievale? E’ che sto parlando degli anni 60 del 900…) per ritirare i secchi vuoti e riportarli pieni d’acqua attinta alla fontana; allo stesso modo le accompagnavamo al lavatoio portando la loro biancheria da lavare, per riportarla poi a casa una volta lavata (e accidenti se al ritorno pesava di piu…per fortuna il ritorno era in discesa…).
Potrei continuare all’infinito, ma questo è solo l’incipit…le settimane prossime cercherò di parlare di un argomento per volta, facendo raffronti tra ieri e oggi. Con tutto l’amore e la nostalgia che respirerete anche voi…
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