I ragazzi di alcuni anni fa parlavano e facevano chiasso mentre si recavano a scuola sui bus. Oggi ascoltano musica, isolati e silenziosi. Riflessioni sul senso di un comportamento giovanile e non solo
Gli studenti con le cuffiette nelle orecchie
I sedili dei treni e delle corriere, gli spazi dei pullman, le vie cittadine sono occupati e percorsi ogni giorno da fiumane di adolescenti che si recano a scuola o che fanno ritorno alle loro case. Sono scene che si ripetono da quando la scuola è stata “inventata”. Ma c’è una fondamentale differenza: tempo addietro questi ragazzi facevano gruppo, vociavano e gridavano tanto da farsi sentire e spesso rimproverare dagli adulti con la richiesta di maggiore contegno; facevano casino, è vero, ma era un caos gioioso, cameratesco, allegro.
Oggi questi fiumi umani procedono in silenzio e ognuno avanza da solo, chiuso in se stesso, con le cuffiette nelle orecchie che riempiono di musica il cervello del singolo, di silenzio i luoghi della città. Il fenomeno riguarda soprattutto gli studenti delle superiori, ma si sta diffondendo anche fra i ragazzini della scuola media. Non ne sono esenti neppure gli adulti: nei corridoi delle scuole incontri colleghi che nemmeno ti salutano, immersi nella loro nuvola di note musicali e chiusi nel loro mondo di sensazioni; si tengono le cuffiette ovunque, anche in automobile: recentemente mi è capitato di imbattermi in una signora alla guida di un’auto ferma in colonna che impediva a un’ambulanza di procedere in quanto non ne aveva sentito la sirena, tanto alto era il volume della musica che sparava nelle sue orecchie.
L’uomo, le sue relazioni, la tecnologia
Intendiamoci: nessuna crociata contro la musica, che rimane una delle più affascinanti e ammalianti modalità espressive dell’umano. Si vuole piuttosto sottolineare questa deleteria tendenza all’isolamento, che porta le persone a chiudersi, a estraniarsi nei loro mondi e rinunciare alle relazioni: le parole, i sorrisi, le smorfie, gli sguardi, insomma tutte quelle meravigliose forme espressive che il buon Dio ci ha donato sono annichilite dai suoni che, attraverso le nostre orecchie, ci penetrano in testa e interrompono il flusso dei contatti umani.
Anche quando, finalmente, si spegne la musica poiché si è giunti a destinazione, la ripresa di una normale relazione non è immediata, in quanto il nostro cervello, assuefatto al violento fascino di melodie e ritmi, ha bisogno di un po’ di tempo per riconnettersi alla realtà e per riprendere la sua normale funzione.
La tecnologia è una meravigliosa conquista dell’intelligenza umana e come tale deve essere valorizzata e utilizzata; ma la tecnologia non ha il diritto di sostituirsi all’uomo e tantomeno di annebbiare, se non annientare, le facoltà proprie della nostra natura che, come sosteneva un illustre filosofo greco (che se ne intendeva di umanità) è socievole e quindi si realizza e si completa solo nella relazione. Certo, il discorso a questo punto si fa complesso e coinvolge tutto l’apparato tecnologico che nel corso di un paio di decenni ha occupato spazi e tempi, dai computer ai cellulari all’intelligenza artificiale; il rischio di cadere nel banale o in stupide generalizzazioni è dietro l’angolo.
Incontro e confronto più importanti delle cuffiette
Non è mia intenzione entrare in questo gioco; la mia riflessione vorrebbe semplicemente invitare tutti, non solo i giovani (ma soprattutto loro, che per età e indole sono più spontanei e immediati), a non farsi fagocitare da questi strumenti che rischiano di snaturarci. Tornando dunque alle cuffiette, il loro utilizzo è sacrosanto nei momenti di reale solitudine o di bisogno di isolamento, è inutile e deleterio quando la situazione e il contesto offrono occasioni di incontro, di confronto, di dibattito, ma anche banalmente di scherzo e divertimento; la musica semmai può accompagnarci come sottofondo in queste esperienze di socialità, rendendole ancor più piacevoli e accattivanti.
Mi auguro in conclusione che i sedili dei treni e delle corriere, gli spazi dei pullman, le vie cittadine tornino a riempirsi delle grida fastidiose ma genuine dei nostri adolescenti, delle loro risate sguaiate e dissacranti, dei loro coretti eccessivi e maleducati ma pieni di spontaneità e di energia. Se non siamo convinti, proviamo a pensare a cosa sarebbero i concerti dei nostri artisti e gli stadi durante una partita di calcio, se gli spettatori, invece di partecipare con entusiasmo e con le consuete forme di espressione fatte di balli, canti, cori e slogan, tenessero ciascuno nelle loro orecchie le cuffiette con la musica. Mi viene la pelle d’oca al solo pensiero: sarebbero manifestazioni vuote di calda umanità.