Pochi mesi fa sui giornali – e ancor più sui social – si parlò parecchio di una questione che interessava parecchie centinaia di persone, se non di più. In Città Alta la questione era ancora più drammatica, perché sarebbero andati in pensione, quasi in contemporanea, i medici di base. E pareva non esserci possibilità di sostituzione in tempi decenti.
Per noi vintage la questione sembrava davvero incredibile, e così i ricordi si sono scatenati, allargandosi all’intera questione sanità.
Città Alta oggi a corto di medici
Ai miei tempi c’era il “dottore della mutua”. La parola mutua allora non aveva l’accezione negativa attuale (oggi una cosa della mutua è scarsa, di bassissimo livello) ma rappresentava un diritto indispensabile per la salute. Derivata dal latino mūtua, forma femminile di mūtuus ("reciproco", "vicendevole"), a sua volta derivato dal verbo mutare ("cambiare", "scambiare"), indica il concetto di solidarietà e scambio reciproco, che nel tempo è passato a definire enti assistenziali o enti di mutuo soccorso. Mutuo, reciproco, scambievole. Quindi i cittadini ci mettevano i soldi delle proprie tasse e avevano in cambio l’assistenza medica. E funzionava, prima della riforma del sistema sanitario…
Ma torniamo a Città Alta, perché poco tempo fa arrivò la notizia che entrambi i medici di base stavano per andare in pensione; ai residenti che chiedevano indicazioni circa il cambio del medico veniva risposto che probabilmente non ci sarebbe più stato un ambulatorio e che dovevano cercare nel sito dell’ASL un medico in città bassa. Poi il Comune offrì dei locali al medico che avesse accettato l’ambulatorio in Città Alta, per favorire i cittadini. Nel frattempo, però, molti cittadini si trovarono a doversi spostare, e di parecchio, per poter andare dal medico e possiamo immaginare il disagio, soprattutto delle categorie più fragili. Ho parlato, al tempo, con una signora alla quale era stato proposto un medico abbastanza vicino, in zona Valtesse; ma era un medico che sarebbe andato a sua volta in pensione dopo un mese e mezzo circa e quello che le fu assegnato poi aveva lo studio al Villaggio degli sposi… Per fortuna poi due medici accettarono…
“Allora” c’erano il dottori Ortelli, De Grandi, Montemezzi, Benvenuto, Gentili, i due Gualteroni...
E ora un salto indietro nel tempo, quando Città Alta era strapopolata (termine consigliato dal mio nipotino che mi vedeva cercare il termine adatto…) e i medici della mutua c’erano, eccome! C’era la possibilità di scegliere tra il dr. Ortelli che stava alla Fara, i dottori De Grandi, Montemezzi e Benvenuto in S. Andrea, i due Gualteroni, uno in via Donizetti e uno in via Rocca, il dr. Gentili in Sudorno; e chiedo scusa se ne ho dimenticato qualcuno.
Il nostro – ahimè – aveva l’ambulatorio in via Sudorno e per noi che abitavamo in S. Andrea era una bella camminata. Ma allora non ci si faceva caso.
In ambulatorio noi bambini “tenevamo il posto"

La cosa funzionava cosi: noi bambini dovevamo andare per tempo all’ambulatorio a “tenere il posto”, così quando le mamme arrivavano non aspettavano troppo. La sala d’aspetto (il nostro medico ne aveva due e man mano che i pazienti se ne andavano, ci si spostava sempre più vicino alla sala visite) era sempre piena di persone, per la maggior parte donne, visto che andavano dal medico anche per i loro uomini…
Appena si arrivava si doveva memorizzare ogni singola persona presente, per non sbagliare il turno; quando arrivava qualcuno dopo di noi ci potevamo rilassare: a noi toccava subito prima. Complicato? No, ci eravamo abituati.
Ma c’era il guaio delle signore “perfide"
Il problema vero erano quelle signore che noi piccoli chiamavamo “le perfide”: erano sei o sette donne che sistematicamente imbrogliavano, per il semplice gusto di farlo. Così quando la mamma arrivava e io le dicevo: noi siamo prima di quella signora lì, la tipa rispondeva piccata che no, lei c’era già prima di noi, ci aveva viste entrare. So che sembra una cosa da poco, ma magari dopo due ore di attesa, essere prese in giro così faceva davvero arrabbiare.
E così una volta successe che io risposi alla tipa che no, era lei che si sbagliava, perché quando era entrata io le avevo ceduto il posto a sedere, quindi era arrivata dopo di me. La sorpresa fu grande, perché non accadeva mai che i bambini rispondessero ai grandi; ma alcune persone presero le mie parti e alla fine la tipa dovette cedere. Io ero felice e fiera, ma durò poco, perché a casa la mamma mi fece capire concretamente che rispondere ai grandi non è educato e che non avrei dovuto farlo mai più. Per fortuna la sera il mio papà, dopo aver ascoltato il mio sfogo, mi diede ragione.
Il mio medico era proprio molto gentile
I medici della mutua non erano solo medici: se serviva di mettere dei punti lo facevano, se c’era un dente da togliere, lo facevano; lo stesso col medicare una piaga, asportare una cisti (senza anestesia, ovvio…”stringi i denti e non urlare che mi spaventi la gente” e via...) , fare le vaccinazioni ecc.
A me il nostro medico non piaceva: era severo, non sorrideva, mi metteva soggezione. E così quando fui una ragazza, dissi alla mia mamma che non volevo più andare da lui e scelsi il dr. De Grandi, che aveva l’ambulatorio in S. Andrea e che mi piaceva molto. Era il classico medico del tempo, sempre disponibile e attento, pronto ad ascoltare e a dare consigli. Quando andavo a fare i controlli in ospedale si preoccupava, senza che io gliel’abbia mai chiesto, di contattare i medici per avere notizie fresche. Il giorno in cui mi ferii al volto, slittando alla Fara, prima di tornare a casa corsi da lui, che stava pranzando ma mi portò subito in ambulatorio e mi mise i punti: “te ne metto uno di più così sono più piccoli e non ti rimane il segno”, mi disse. La mamma passò per pagare ma egli non accettò nulla: un favore si può sempre fare, ripeteva spesso.
Avevamo idee politiche diametralmente opposte, io e lui, e quando in sala d’aspetto non c’era gente, facevamo lunghe discussioni, portando ciascuno il suo pensiero, io con la sicumera dei miei 17 anni e lui con la pacatezza tipica del suo carattere e un sorriso parecchio ironico ma benevolo. Ricordo ancora oggi quelle discussioni che mi sembrano impossibili, visto il clima di oggi…
Poi c’era il farmacista che “faceva” le medicine

E poi c’era il farmacista (ne avevamo tre in città alta) che spesso “faceva” fisicamente le medicine: “ho capito, vieni domani che ti preparo la cosa giusta”. Nessuno ha mai fatto uno sciroppo per la tosse buono come quello del vecchio farmacista di via San Giacomo, nessuno. Tanto che una volta, tornando a casa dopo averlo ritirato, un sorso alla volta lo finii. E per evitare il castigo mentii alla mamma dicendole che non era ancora pronto. Non ricordo altro, se non che mi risvegliai in farmacia, seduta sulla poltrona del dottore che mi fece una ramanzina terribile e mi fece bere qualcosa di amaro come il veleno. Era successo che avevo dormito per troppo tempo e la mamma non riusciva a svegliarmi, così mi prese in braccio e mi portò dal farmacista, che le disse di tornare a casa e di lasciarmi lì, che mi avrebbe controllata lui. E per molto, troppo tempo, ogni volta che salivo in farmacia mi sgridava, così, perché non dimenticassi… Quando un ragazzino cadeva e si tagliava (per le sbucciature un po’ di saliva era più che sufficiente) andava dal farmacista, perché le mamme usavano l’alcool che bruciava da morire e per castigarci spesso non soffiavano nemmeno sulla ferita per mitigare il bruciore… Il dottore invece aveva l’acqua ossigenata che faceva la schiumetta e non bruciava. E poi, al termine della medicazione, spesso ci dava anche un cioccolatino.
Per non parlare della sciura Elvira, la levatrice

E poi… beh la questione sanità non era finita qui. Perché come tutti quartieri anche noi avevamo la levatrice, indispensabile perché allora si nasceva in casa. E così al momento opportuno i futuri papà correvano a cercare la sciura Elvira prima e la signora Dolci poi che, a qualsiasi ora del giorno e della notte, mollavano tutto e lo seguivano con la loro borsa per aiutare un bimbo a nascere; e poiché i bimbi dovevano essere battezzati al più presto, accadeva spessissimo che fosse la levatrice a fare da madrina.
Se qualcuno doveva fare delle iniezioni, c’erano delle signore, di solito ex infermiere o autodidatte che venivano in casa, con grande disperazione di noi bambini; ma anche le suore di via Salvecchio facevano questo servizio. E poi c’era l’Azzanelli Cedrelli, un’istituzione secolare che aveva sede in via Solata e che grazie a generosi benefattori offriva sostegno medico, soprattutto ai poveri. Era lì che arrivava, ad esempio, il dentista. Ogni tanto arrivava un furgone, una specie di consultorio mobile con le ostetriche e le puericultrici, e le mamme andavano volentieri per un controllo. E poi c’era l’ONMI, opera nazionale Maternità e Infanzia, con le puericultrici che si occupavano di tenere sotto controllo la salute e la crescita dei piccoli: e se qualcuno non veniva portato ai controlli, ricordo ancora oggi un’infermiera bionda, tedesca, che andava a casa del piccolo per controllare che tutto andasse bene.
Pochi lo sanno, ma lì era stata creata una “banca del latte” ante litteram. Se una mamma aveva molto latte, le si chiedeva di lasciarne un po’ per i bimbi delle mamme che non ne avevano o ne avevano meno; e spesso accadeva che venissero nutrite anche le mamme, che potevano usufruire di un pasto. Alla fine, nessuno era lasciato solo.
Oggi ci sono ancora le suore di via Salvecchio. E tutto è cambiato
E oggi? Beh, dei medici abbiamo già detto: per fortuna due sono tornati per accudire la gente di Città Alta. I farmacisti sono diventati due, ma sono sufficienti, visto che la gente è di meno. La levatrice non c’è più, ormai si partorisce solo in ospedale e mentre in città bassa ci sono i consultori, in Città Alta manca. Non so se ancora qualche signora accetti di fare le iniezioni a chi ne ha bisogno, ma mi assicurano che le suore di via Salvecchio lo fanno ancora.
Insomma, anche in quest’ambito è tutto cambiato. Oggi la gente “sta mediamente bene” quindi va dallo specialista, se ha bisogno (o, più frequentemente, se i tempi di attesa col Servizio Sanitario sono biblici, come succede tropo spesso). Non esistono più, dentro le mura, i servizi per la popolazione povera e nemmeno strutture che si prendano cura dei bambini, controllando la loro crescita. Non c’è più nelle scuole (ovunque, non solo da noi) il medico che almeno una volta all’anno visitava tutti i bambini, segnalava alle famiglie se qualcosa non andava e alla scuola eventuali stati di malnutrizione, perché ci si potesse attivare per risolvere la cosa.
E’ cambiata la società, è cambiato il modo di occuparsi della salute delle persone.
E’ cambiata anche Città Alta…