Mario Draghi è appena rientrato dal suo viaggio negli USA.
Alcuni elementi della storia e le (incerte) prospettive future
che segnano i rapporti fra Europa e USA
Che cos’è l’America per noi Italiani, il continente che il cartografo tedesco Martin Waldseemüller ha battezzato con il nome di femminilizzato di Americus Vespucius in una Carta del mondo del 1507? Non è tutto il continente, solo gli Stati Uniti. Per decenni, a partire dal 1861, sono stati la meta di milioni di italiani e di europei in cerca di un destino migliore.
A partire dal 1917 gli USA restituiscono all’Europa ciò che hanno ricevuto
Gli USA hanno incominciato a restituire ciò che avevano ricevuto dall’Europa nell’aprile del 1917, quando entrano in guerra a fianco della Triplice Intesa. Di questa partecipazione una cronaca privata si trova in “Addio alle armi” di Ernest Hemingway. E’ a Versailles nel 1919 che gli Usa, rappresentati dal Presidente Wilson, mettono decisamente mano per la prima volta agli assetti europei post-bellici.
Dei “Fourteen Points” presentati al Congresso americano già l’8 gennaio 1918, i più importanti sono "il principio di nazionalità o di autodeterminazione" e l’idea di un’Associazione mondiale di tutte le nazioni. Il principio di autodeterminazione fu applicato soprattutto all'Europa orientale e al Medio oriente, nel tentativo di far fronte alla decomposizione anarchica dell’Impero russo, asburgico e ottomano. Tuttavia l’idealismo wilsoniano non fu capace di impedire lo scatenarsi di pulizie etniche nell’Est europeo e nei Balcani né di arginare il nazionalismo francese vendicativo nei confronti della Germania.
Quanto alla Società delle Nazioni, fondata il 28 giugno 1919, gli USA rifiutarono di farne parte. Il “ritorno in Europa” degli Usa avviene con il Land-Lease Act dell’11 marzo 1941 (del quale è figlio legittimo l"Ukraine Democracy Defense Lend-Lease Act approvato in questi giorni), con il quale il Presidente F. D. Roosevelt finanziò la difesa inglese dal secondo anno di guerra mondiale.
170 mila americani sono sepolti in Europa
Per il resto gli USA non volevano immischiarsi. Sarà il brutale e imprevisto bombardamento giapponese a Pearl Harbour a stanarli dall’isolazionismo storico. Anche se è il Pacifico il loro quadrante di interesse principale. Ne sono la controprova le divergenze strategiche e tattiche tra W. Churchill e F. D. Roosevelt – delle quali riferisce il primo nella sua voluminosa autobiografia - sulla conduzione della guerra in Europa, sulla campagna d’Italia, sull’assalto alla Germania: non sarebbe meglio salire dal Friuli verso Vienna e Berlino, per tagliare la strada ai Sovietici che puntano ad arrivare primi a Berlino? Per Roosevelt il teatro principale stava altrove. Per di più, si fidava di Stalin, assai più di Churchill.
Resta che l’Europa di oggi è piena di cimiteri di guerra americani, migliaia di croci bianche a partire dall’Italia meridionale fino alla Normandia e alle Ardenne, con moltissimi cognomi degli immigrati irlandesi, tedeschi, italiani… Su quei 170 mila morti è stato costruito il legame tra gli Usa e la libertà degli Europei. Con il senno di poi, la vittoria sul nazifascismo appare alle generazioni europee di oggi come scontata. Eppure, senza quelle giovinezze sepolte in terra d’Europa, gli Europei sarebbero rimasti, non si sa per quanto, sotto il tallone nazifascista.
Il confronto con l’URSS è affidato alla Nato
Da allora i destini americani e quelli europei sono rimasti incrociati. Il 5 giugno 1947 sarà annunciato il Piano Marshall, poi arriverà la guerra fredda, il blocco di Berlino, la Nato nel 1949… Fin dai primi anni ’50 Schumann, De Gasperi, Adenauer, Monnet si proposero di costruire un Esercito europeo, nell’ambito di una Comunità politica europea e di una Comunità europea di difesa. Ma i Francesi, ancora impegnati in Indocina e ostili al riarmo tedesco, bocciarono il progetto. Da allora gli Europei si sono dedicati al Welfare, all’economia, ai commerci, la difesa è stata lasciata agli americani. Il confronto strategico con l’URSS è stato gestito direttamente dalla NATO, mentre i Tedeschi si dedicavano alla Ost-politik.
Il dissolvimento dell’URSS non ha sostanzialmente modificato l’atteggiamento passivo degli Europei, mentre, viceversa, gli Stati ex-comunisti, sfuggiti al controllo russo, correvano in tutta fretta verso l’ombrello Nato. La caduta dell’URSS è apparsa semplicemente ai Tedeschi, ai Francesi, agli Italiani come una nuova opportunità di commerci e di accesso a buon mercato ai giacimenti di materie prime dello sterminato Paese russo.
L’orso russo si risveglia e gli USA guardano al Pacifico
Intanto, l’orso russo si è risvegliato, con un’ideologia “grande russa”, la cui sostanza è pur sempre una tensione imperialistica, volta a circondarsi di Paesi satelliti, secondo la tradizione zarista e poi sovietica, inaugurata quest’ultima nel 1939, con la spartizione della Polonia e continuata con l’occupazione e lo sterminio delle popolazioni dei Paesi baltici, la repressione delle libertà ungheresi nel 1956 e quelle cecoslovacche nel 1968, e la russificazione forzata di immensi territori oltre-caucasici.
Gli interessi americani e quelli europei sono diversi? E’ inevitabile. Ma c’è un interesse comune almeno dal 1941: la difesa della democrazia politica, cioè del pluralismo culturale, religioso, politico, dei diritti delle minoranze e, alla base di tutto, del primato della persona umana sull’economia, il potere, la politica, lo Stato. E un’idea di ordine internazionale, basato sul rispetto dei confini sovrani degli Stati.
Ogni volta che vengano violati – anche gli Usa lo hanno fatto – ne nasce una guerra, sempre destinata alla sconfitta. Solo che, di qui in avanti, la democrazia europea non può più essere difesa solo dagli Americani. Trump ci aveva avvertito per tempo. Gli Usa guardano al Pacifico, sul quale, al posto del Giappone, si affaccia ora la Cina. La Russia la dobbiamo addomesticare noi. Il che comporta sacrifici. Perciò la vicenda ucraina ci riguarda, ora e dopo.
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Rocchetti