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Strada facendo

Se si fanno figli si fanno per “realizzarsi”. E la paura blocca

 

Si vuole controllare tutto, non si riesce ad affrontare il “tragico della vita”. Quindi si tende a pensare che i figli sono troppo imprevedibili per essere chiamati alla vita. I credenti sembrano propensi a fare più figli, proprio perché credenti

 

“Il figlio, oggi, appare una scommessa più narcisistica che naturale. Narcisistica non nel senso morale del termine, ma nel senso psichico: il figlio è strettamente legato alla realizzazione di sé. Deve inserirsi in una vita percepita come ‘piena’, equilibrata, dominata. Questa esigenza comporta una notevole tensione: il desiderio esiste, ma è condizionato da una attesa di perfezione e di controllo”.

Parola di Jacques Arènes, “psicanalista cristiano”, in una intervista della Croix del 30 gennaio. In altre parole: i potenziali genitori hanno paura di non “essere all’altezza”, di “non farcela”.

Inoltre, a questa situazione psichica si aggiunge quella sociale: il mondo che va male, le guerre, il futuro incerto. Il figlio diventa, in questa situazione, una scommessa rischiosa. Esiste, dice lo Jacques Arènes un “tragico della vita”, l’incerto, l’incontrollabile, che bisogna saper accettare, ma che si fatica sempre di più ad accettare, proprio per la diffusa esigenza a voler controllare tutto. “Più si controlla la vita, meno figli si fanno”, conclude lo psicanalista.

Il che significa anche che non si è attrezzati ad accettare sofferenza, limiti…  Perfino la possibilità di scegliere la propria morte è una riprova di questa deriva: desiderio di “prendere in mano” la propria vita, incapacità di accettarne i lati oscuri, difficoltà a “tollerare l’incerto” e soprattutto l’incerto più definitivo e irrecuperabile che è la morte.

Forse questo spiega che, in alcuni ambiti della società, in Francia per esempio, i genitori cattolici fanno, in genere, più figli della media della società nel suo insieme. La speranza che deriva dalla fede diventa anche supporto psicologico che viene ulteriormente rafforzato dall’appartenenza ecclesiale. “La genitorialità diventa un atto integrato in una rete sostenuta da riferimenti simbolici e comunitari”.

Bel problema, questo ultimo. La fede non deve “servire a qualcosa”, si dice da parte di ferrati teologi e di rigorosi moralisti: ne va della sua purezza. Non si deve credere per consolarsi e per fare figli, si precisa.

Ma si deve prendere atto che, se si crede, si trova anche consolazione e si trovano perfino alcune ragioni per fare figli.

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