I referendum sono di volta in volta discreditati come troppo tecnici o esaltati come trionfo della democrazia.
Il Parlamento è ai margini ed è partita la caccia al quorum.
Ma la vera scommessa conta più la partecipazione che il quorum
Ogni qualvolta si avvicinano referendum abrogativi si affacciano due posizioni grossolane, ambedue da rifuggire. La prima, screditante, è che i referendum riguarderebbero sempre questioni troppo tecniche e complesse perché i cittadini vi si possano esprimere con un sì o con un no. La seconda, opposta, esalta i referendum come la viva vox populi e dunque vi vede veicolati un’immediatezza e un plus valore democratici.
Questa seconda posizione non ha riscontro costituzionale, posto che la Costituzione riconosce e disciplina i referendum abrogativi come uno tra i canali di espressione del popolo sovrano, caratterizzato oltre tutto da significative mediazioni procedurali e da limiti di attivazione. Ma anche il primo atteggiamento – più sottilmente diffuso - va respinto, perché, in fondo, i quesiti che saranno sottoposti al voto l’8 e il 9 giugno prossimi presentano un significativo tasso etico, riguardando l’allargamento dei confini della cittadinanza e profili rilevanti delle condizioni del lavoro. È possibile prendere una posizione sufficientemente chiara e consapevole. Si devono allora mettere da parte comodi atteggiamenti liquidatori, oltre alle posture troppo enfatiche.
Sarebbe stata meglio la mediazione legislativa, ma…
Certo, anche in questo caso, può ben sostenersi che sarebbe stato meglio se il Parlamento si fosse occupato di queste riforme, magari cesellando interventi più sistematici, complessi e raffinati di quanto, strutturalmente, non si possa fare con quesiti costretti ad agire per mera sottrazione dalle leggi in vigore.
Questa obiezione è senz’altro condivisibile, ma è un argomento che prova troppo. E non considera che per capacità di mediazione e di “cesellatura” il Parlamento (anche quello) attuale, realisticamente considerato, non brilla davvero. Da molto tempo il Parlamento è organo emarginato dalle scelte legislative che “contano” e, a dispetto del nome di questa istituzione, al suo interno le forze politiche non sembrano davvero volersi parlare ed intendere. Decretazione d’urgenza, ricorsi frequenti al voto di fiducia, compressione spaventosa dei tempi di discussione non ci raccontano certo la storia del Parlamento come luogo della mediazione e del dialogo…
L’ultima conferma di questa degenerazione è la presentazione (ed approvazione) del decreto-legge sicurezza come “rimedio” al prolungarsi del dibattito parlamentare sul disegno di legge omonimo… E dunque a chi invoca i fasti della mediazione parlamentare va presentato un appello al realismo.
La disperata caccia al quorum
Si dirà che la caccia al quorum è disperata. Anche su questo punto, si può essere d’accordo sulla constatazione, ma si deve essere accorti sulle conseguenze che se ne traggono. Intanto la caccia al quorum (dovrebbe votare un elettore su due affinché il referendum sia valido) è complicata dal silenzio prolungato dei mezzi di informazione e dal sabotaggio di molte forze politiche che preferiscono allearsi con l’inerzia dei cittadini disattenti, piuttosto che battersi per il rigetto consapevole della proposta referendaria.
La strategia dell’astensione è comprensibile e perfino legittima, ma diventa deprecabile se a promuoverla vi sono cariche istituzionali di garanzia, come il Presidente del Senato, che non può trincerarsi dietro un profilo di partito. Immaginatevi se Mattarella parlasse alternativamente ora come Presidente della Repubblica, ora come uomo di partito…
Un segnale di partecipazione
In questo contesto, di incancrenita crisi di rappresentanza e di scollamento dei partiti dalla base democratica, il raggiungimento del quorum referendario è certamente, a dir poco, problematico, ma diventa un segnale prezioso e un obiettivo credibile anche solo l’avvicinarvisi.
Di fronte alla sordità e alla chiusura autoreferenziale del sistema politico, una significativa mobilitazione del voto dei cittadini attorno a questioni fondamentali come la cittadinanza e il lavoro darebbe un segnale di vitalità democratica ben oltre i limiti dello strumento referendario. E manterrebbe i temi oggetto dei quesiti al centro della scena politica. Viceversa, un’affluenza molto distante dal quorum, oltre che contribuire a delegittimare uno strumento costituzionale di partecipazione democratica (che, negli ultimi 30 anni, ha superato una sola volta, nel 2011, la soglia di validità), darebbe un segnale negativo di passività e di disinteresse. A ognuno la sua scelta…
Partecipare per la partecipazione…
Questi referendum sono strumenti di partecipazione che hanno ad oggetto vettori decisivi della partecipazione secondo la Costituzione: la cittadinanza e il lavoro.
Potremmo pertanto definirli un’occasione di partecipazione per la partecipazione stessa. Due motivi in uno per non andare al mare l’8 e il 9 giugno…
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