Ho molto amato “L’uomo dell’argine”, il film (oggi la chiamano hystory fiction) dedicato a don Primo Mazzolari, un uomo di Vangelo capace di tenere la schiena dritta di fronte al fascismo, appassionato testimone di pace, anticipatore di alcuni grandi temi fatti propri poi dal Concilio Vaticano II.
A firmare la regia è stato Gilberto Squizzato che per la Rai ha girato inchieste, reportage, documentari sceneggiati e inventato la formula dei film/cronaca (real movie), girati in diretta con persone prese dalla vita nel corso di situazioni reali.
Grande è stata la sorpresa quando anni fa mi è capitato di leggere un suo libro (Il Dio che non è Dio, 2012) sulla necessità di bonificare il linguaggio attorno alle questioni religiose, troppo spesso intriso di condizionamenti storici e culturali che ne hanno deformato l’intenzione originaria.
Ora Squizzato consegna – ancora grazie al lavoro meritorio di una piccola casa editrice veronese “Gabrielli Editori” – un testo in cui la bonifica attiene alla vicenda di Gesù di Nazareth. Un lavoro corposo che ricostruisce con perizia l’ambiente storico, politico, culturale e religioso della Palestina del primo secolo, evidenzia alcuni nodi problematici legati soprattutto alla fatica di considerare l’umano di Gesù di Nazareth come luogo della rivelazione di Dio, contesta la riduzione moralistica della vicenda cristiana. Un testo di più di 500 pagine che fa discutere e pensare e che merita di essere letto.
Per quale ragione hai sentito importante scrivere questo libro?
Negli scorsi anni avevo già scritto altri libri su questioni teologiche decisive per i nostri tempi: come rileggere oggi il Credo accantonando paradigmi concettuali ormai incompatibili con la nostra cultura contemporanea, l’impossibilità di farci nuove immagini del divino dopo il logoramento di quelle antiche, la possibilità di credere in Gesù di Nazareth a patto di non essere dei creduloni, come usare nei nostri giorni così difficili le invocazioni dei Salmi senza appellarci a un Dio Onnipotente. Mi restava ancora da affrontare il nodo decisivo: ma chi è questo Gesù nel quale affermo la possibilità – per chi vuole - di credere? Oggi non tiene più la narrazione (crudelissima) dell’espiazione vicaria codificata da Agostino come risarcimento a Dio per la colpa imperdonabile dei due mitici progenitori. In un mondo secolarizzato che ha archiviato l’immagine del Creatore, bastando l’Universo a se stesso, l’indagine su Gesù mi ha obbligato a leggerne la figura prescindendo dall’interpretazione religiosa e dottrinale della sua figura, del suo Vangelo e della sua azione finita così male sul Calvario.
Cosa vuol dire per i cristiani custodire l’umanità di Gesù?
Troppo spesso, per millenni, si è guardato a Gesù con gli occhiali del “divinismo”, vedendo in lui l’interprete di un crudele copione “di redenzione” deciso da prima di tutti i tempi nell’alto dei cieli. E così la pienezza umana di Gesù (la sua fragilità, le sue incertezze, i suoi dubbi, le sue scelte coraggiose, anzi temerarie) è stata eclissata dietro l’immagine stereotipata e consolatoria di una figura immensa, divina e suprema.
Non solo, la concretezza faticosa e dura della sua esistenza in quello sperduto angolo del mondo che era la “Galilea delle genti” si è condensata, erroneamente, in quella di un maestro di moralità, mite e buonista, che non corrisponde alla realtà storica. Ecco dunque nascere, per onestà, il dovere di offrire di Gesù una narrazione che metta a profitto le tantissime acquisizioni più recenti degli studi biblici, dell’archeologia, dello studio accurato dei testi non solo evangelici. In questa prospettiva l’umanità dell’uomo di Nazareth emerge in tutta la sua integrale pienezza, strappandolo da un’irreale iconografia celeste per radicarlo con i piedi ben saldi per terra, in mezzo alla gente del suo tempo.
A chi potrebbe contestarti di “umanizzare” troppo la vicenda cristiana, cosa risponderesti?
E dove sarebbe la bestemmia? Quale sarebbe il vulnus alla dottrina millenaria che ce lo presenta come un “vero” uomo? L’offesa che si può fare a Gesù è piuttosto quella di divinizzarlo secondo schemi mitologici tramontati da secoli. Ho dedicato un intero libro (“Il dio che non è Dio”) alla fatica di ricordare che nessuno sa né può descrivere “Dio”, anche perché “dio” è un sostantivo comune (come ci spiega la grammatica), non il nome del dio di Gesù. In questo mio ultimo volume due interi capitoli sono dedicati a smontare l’accusa, fragile e insostenibile, di chi mi imputa di descrivere un Gesù troppo umano. Cosa vuol dire “troppo umano”? O non è forse vero per i credenti che in Gesù la pienezza umana raggiunge il proprio supremo compimento?
Perché definisci Gesù “il sovversivo”?
Non “rivoluzionario”, perché il concetto di rivoluzione appartiene dal XVII secolo al linguaggio politico moderno. La rivoluzione pretende infatti un progetto, un’organizzazione politica (il partito rivoluzionario), una strategia di medio lungo periodo. Tutti concetti assolutamente anacronistici in una provincia dell’impero romano nel I secolo (neanche Spartaco fu un rivoluzionario, ma soltanto un ribelle).
Uso la parola “sovversivo” dentro la prospettiva del Magnificat, che annuncia a glorifica il signore che rovescia i potenti dai troni e innalza gli ultimi: né più né meno del proclama delle Beatitudini, che scaturiscono dall’annuncio dell’imminente avvento dell’Impero del Dio (la Basileia tù Teù) che è nel cuore del Vangelo: che ne è anzi la sostanza. Abituati come siamo a pensare che il Regno di Dio sia il Paradiso metafisico e celeste collocato in un vago e indefinito mondo ultraterreno abbiamo totalmente perso di vista (o non l’abbiamo neppure mai saputo, perché la catechesi ordinaria non ce l’ha mai spiegato) che nel Vangelo niente è concreto, reale, terreno, più del mondo nuovo annunciato dal maestro di Nazareth.
Ma perché venga il Regno bisogna, secondo Gesù, che l’ordine ingiusto e violento della società ebraica dell’inizio del I secolo venga totalmente sovvertita. E questo accadrà restaurando la piena applicazione della legge mosaica del Giubileo: la liberazione di coloro che i debiti hanno reso schiavi, la cancellazione dei debiti, la restituzione della terra al suo legittimo proprietario che la impresta ai suoi figli perché possano lavorarla, sostentarsi e godere insieme dei suoi frutti. È questo che Gesù insegna a chiedere (e a realizzare) con la preghiera del Padre Nostro.
Se non è sovversione questa! Fatale dunque che Gesù non risulti gradito né ad Erode Antipa, né alla casta sacerdotale, né agli occupanti Romani che impongono al popolo un triplo regime fiscale che lo dissangua e lo strema. Certo il Sovversivo di Nazareth è assolutamente convinto che il Signore di qui a poco manderà il suo inviato (”uno come un Figlio d’uomo”, armato di tutto punto e accompagnato dalle schiere degli angeli” aveva predetto Daniele due secoli prima) a rovesciare i potenti e a ricostituire il Suo regno di giustizia. Come invece siano andate le cose tutti lo sappiamo... E questo ha posto dei seri problemi alla fede dei credenti delle generazioni successive alla sua morte in croce.
Racconti in modo dettagliato come Gesù di Nazareth sia profondamente dentro la geografia ma anche la storia del suo tempo. Quella economica e culturale ma anche politica...
Un’indagine storica che si rispetti, e che possa approdare a dei risultati verosimili e plausibili, non può prescindere dall’esigenza irrinunciabile di contestualizzare persone ed eventi che indaga. Ecco perché il libro, mettendo a profitto le ricerche di tantissimi specialisti, chiama in soccorso tantissime discipline: l’indagine biblica, l’esame dei testi, lo studio delle letterature religiose comparate del tempo, ma anche l’esame dell’economia palestinese del tempo, la storia dei conflitti politici e di classe, lo scontro di civiltà in atto da tre secoli fra nazionalismo identitario ebraico e nuova dilagante cultura ellenistica, e conseguentemente quello fra sostenitori della globalizzazione greco romana (i collaborazionisti, cioè la casta sacerdotale, l’aristocrazia del sinedrio, i bottegai che vivono dei proventi del turismo religioso al Tempio) e i suoi inossidabili avversari (il Battista e i suoi seguaci, parte dei farisei, i rivoltosi armati che si sono stabiliti nei luoghi desertici delle steppe, gli zeloti). Ma anche l’antropologia, la psicologia e perfino la psicanalisi offrono elementi preziosissimi a definire i tempi e a meglio comprendere la figura di Gesù.
Usi la categoria della “conversione”. A quale conversione ti riferisci? È il grande tema teologico dell’autocoscienza di Gesù…
Sì, ma non solo teologico. È una questione storica della massima rilevanza, se vogliamo tentare di capire l’uomo di Nazareth, che non è l’attore di un copione celeste e soprannaturale, ma il protagonista della propria umanissima vicenda umana. Il lettore scoprirà che la conversione di Gesù di cui parlo è un cammino in progress di “metanoia”, di cambiamento nel modo di vedere e di sentire i tempi che sta vivendo.
Ci si presentano allora domande decisive. Perché va al Giordano per farsi battezzare come gli israeliti più radicali? Che cos’accade durante la sua permanenza accanto a Giovanni? Come si costituisce progressivamente il gruppo dei discepoli che cominciano a raccogliersi intorno a lui proprio al Giordano? Perché Gesù si separa bruscamente dal Battista e si ritira a Cafarnao, non nel suo villaggio natale? Perché così tante volte ordina ai guariti di non rivelare a nessuno il dono che hanno ricevuto e si scaglia violentemente contro Pietro che a Cesarea di Filippi osa attribuirgli il titolo di figlio del Dio vivente, cioè di Messia?
E quando, se è mai accaduto, Gesù ha accettato il ruolo di Messia, cioè di liberatore (anche armato?) che i discepoli più accesi (Pietro, Giacomo e Giovanni, quelli dell’episodio rivelatore della Trasfigurazione) gli chiedevano di assumere?
Infine, che cosa è successo davvero nella notte del Getsemani? Perché, una volta conclusa la cena, Gesù ordina ai suoi di procurarsi delle armi e loro gli rispondono di averle già con sé? È la notte del grande enigma storico del Getsemani, sul quale tento di fare un po’ di luce...
Fino all’urlo della croce, quando il vinto Gesù prende atto del fatto che il Padre non è venuto in suo soccorso. Perché è stato abbandonato? Nel riconsegnare la propria vita senza aver visto traccia della venuta del Regno Gesù, a mio avviso, porta a compimento la propria conversione.
Parli della parola “mancante” dei Vangeli. A cosa ti riferisci esattamente?
Proprio alla parola “cristiani” che, come spiegano gli Atti degli Apostoli, fu usato per la prima volta ad Antiochia nel 50 - e in senso derisorio - dagli avversari dei discepoli di Gesù Nazareth che si prendevano gioco di loro additandoli come gli ingenui creduloni che in lui avevano creduto di poter riconoscere il Messia. Letteralmente questa parola andrebbe tradotta con la perifrasi “gli ingenui creduloni che nel crocifisso hanno visto l’inviato di Jahvè”
A quale “conversione” oggi è chiamata la Chiesa?
Sono fermamente convinto che la conversione a cui è chiamata sia proprio quella di essere “sovversiva”, come il suo Maestro.