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“La tigre della guerra è uscita dalla gabbia”

teheran Iran

Da laico nella città - Rubrica a cura di Daniele Rocchetti


“La tigre della guerra è uscita dalla gabbia e farla rientrare sarà assai difficile. Peraltro sono i domatori stessi, in prima fila gli Stati uniti, che l’hanno scatenata con il voluto fallimento diplomatico di Trump. Lui, e ora anche gli europei, con una leadership disinformata e ininfluente e il contributo delle destre sovraniste-populiste. Che hanno accettato di fatto l’agenda bellica di Netanyahu.”

 

La potenza della guerra, l'impotenza della politica

Così Alberto Negri inizia il suo articolo pubblicato nei giorni scorsi dal Manifesto. Un’analisi lucida che pone con amara consapevolezza la questione di come la guerra sia tornata al centro della scena del mondo, la tigre sia uscita dalla gabbia. E noi siamo sempre più impotenti. Lo sono gli organismi internazionali e l’Europa, la politica nostrana fatta di visioni corte e insani respiri nazionalisti.

Come siamo lontani dall’intuizione di Moravia – maturata durata la fase del riarmo nucleare degli anni Ottanta del secolo scorso – di rendere “tabù” la guerra, renderla cioè un comportamento umano inaccettabile al pari dell’incesto. Perché, come l’incesto, la guerra atomica porta all’estinzione della specie. Invece la guerra oggi è stata di nuovo legittimata come strumento ordinario di risoluzione dei conflitti. Godendo di buona stampa e ponendo in cattiva luce coloro che hanno la pretesa di porre punti interrogativi. Non solo sull’umanità delle scelte ma anche sulla loro efficacia.

I credenti non sanno neppure pregare per le vittime

Anche la voce – ferma e fuori dal coro – di papa Leone (“le idee possono impazzire e le parole possono uccidere. La carne, invece, è ciò di cui tutti siamo fatti: è ciò che ci lega alla terra e alle altre creature. La carne di Gesù va accolta e contemplata in ogni fratello e sorella, in ogni creatura. Ascoltiamo il grido della carne, sentiamoci chiamare per nome dal dolore altrui”) pare essere una voce inascoltata come peraltro, su questo tema, lo è stata prima a lungo quella di papa Francesco.

Eppure come comunità cristiana dovremmo osare di più. C’è un silenzio, un’incapacità di “ascoltare il grido della carne” che svilisce la forza del messaggio cristiano. Quante poche volte ho sentito pregare durante le eucarestie domenicali per le donne e gli uomini, i bambini e i vecchi di Gaza come Kharkiv, di Haiti come del Sudan, vittime innocenti “della terza guerra mondiale a pezzi”! La storia sta fuori dalle assemblee domenicali e ne facciamo spesso perfino punto di vanto: “non possiamo immischiarci o sporcarci le mani creando malcontenti e divisioni”.

Rosy Bindi: la guerra è il fallimento della politica

Nei giorni scorsi sono sceso a Sinalunga per una lunga chiacchierata con Rosy Bindi (un dialogo che sarà pubblicato nei prossimi mesi dalla rivista Jesus). Alla fine dell’incontro le ho chiesto come articolare il rapporto tra cattolici e pace, come attraversare cioè lo stretto sentiero tra un principio evangelico evidente (Gv 20) e la complessità della situazione storico-politica. Mi ha risposto così:

Noi oscilliamo tra l’essere acquiescenti al pensiero dominante e un pacifismo senza mediazione. Dovremmo piuttosto applicare con razionalità il principio evangelico ma alla ricerca di soluzioni come il disarmo progressivo, il rafforzamento degli organismi internazionali, dando voce alla diplomazia. E’ l’esatto contrario di quello che si sta facendo.  Oggi si segue fedelmente il motto di quel signore – Clausewitz – che diceva che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. No, la guerra è il fallimento della politica. Il diritto internazionale e la politica: questi sono gli strumenti per garantire la pace. Mai nessuna reazione che non sia proporzionale e stare sempre e comunque dalla parte delle vittime. Per questo io dico che oggi chi vuol bene al popolo ebraico deve stare dalla parte dei palestinesi. Lo dico da persona che è cresciuta a pane e Shoa. Questa situazione fa male a tutti ma anche su questo siamo molto timidi. Non è possibile che tutte le sere nelle parrocchie non si preghi per i bambini ucraini e palestinesi. Pure la vita parrocchiale deve educarci alla pace. Se tutti i giorni a Messa si prega per Gaza, per l’Ucraina e per i migranti morti in mare ci educheremmo come popolo a sentire il dolore del mondo. E ad immaginare vie diverse di gestione dei conflitti.  Non credo fossero visionari San Francesco, La Pira, Gandhi, Martin Luther King... Se tutti facessimo così disarmeremmo anche quelli che vogliono fare la guerra. L'invito di Papa Leone per una pace disarmata e disarmante è molto realistico, chiama in causa tutti noi. La guerra è la soluzione che appare più semplice, ma in realtà è la più irrazionale in assoluto. Oltre che la più ingiusta.

Parole da scolpire sugli stipiti delle nostre chiese.

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