La “parresia” del vescovo di Palermo

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“Parresia” è un termine che si trova nei testi del Nuovo Testamento. Significa “schiettezza, franchezza”. E’ collegato al dovere di annunciare il vangelo. Di parresia si parla in rapporto ai pronunciamenti coraggiosi del vescovo di Palermo, Corrado Lorefice, che ha denunciato con “parresia” l’assenza di politiche verso il dramma dei migranti

“Caro fratello vescovo”

“Caro fratello Vescovo, vorrei quasi dirti paradossalmente: non inoltrarti troppo su queste strade di poveri. Vedrai quanto avrai da soffrire! Prima, perché i poveri quando sono presi tutti insieme, quando sono tanti, fanno veramente paura; ti producono dentro un’ angoscia da cui non guarisci più. Poi, perché vedrai la gente come ti parlerà dietro, come ti farà l’anima a brani; quanti ti diranno di non esagerare, di essere prudente, di non lasciarti ingannare. Ti grideranno di essere prudente, di non lasciarti ingannare. Ti grideranno dietro: «Tanto più che sei Vescovo!»; rovesciando precisamente al completo la prima e fondamentale verità, perché così dovrebbe essere: «Proprio perché sei Vescovo!». E gli stessi tuoi confratelli, quasi tutti, ti giudicheranno un esaltato; la stessa gerarchia – quasi al completo! – sentirà il dovere di richiamarti, se non anche di isolarti, per la solita necessaria invocatissima prudenza eccetera.”

Così padre David Maria Turoldo introduceva il primo testo pubblicato da don Tonino Bello, Alla finestra la speranza (San Paolo Edizioni). Con la consueta forza e lucidità, padre David invitava il vescovo di Molfetta a vivere una virtù rara tra i cristiani: la parresia. La capacità cioè di parlare, in nome del Vangelo, con franchezza e senza sconti. In realtà, l’ “ecclesialese” è spesso un linguaggio paludato, segnato dall’ovvio scambiato per buon senso, dall’equilibrio di chi non si sbilancia troppo e da un moderatismo (che non è certo la moderazione!) frutto di un moralismo melenso che non entra in profondità e con sguardo evangelico nelle questioni prese in esame. L’ecclesialese non pare appartenere al vescovo di Palermo, Corrado Lorefice,  che in più occasioni, di fronte alle tragedie avvenute negli ultimi mesi nel Mediterraneo, ha alzato la voce con forza e coraggio. Una voce che è risuonata potente anche per il silenzio di tanti confratelli vescovi.

Il vescovo di Palermo, un coraggioso

Quando a fine febbraio scorso avvenne il naufragio di Cutro, sulle coste calabre, che costò la vita ad almeno un centinaio di uomini, donne e bambini, mons.Corrado ebbe a dire così: “

Non c’è spazio oggi per i qualunquismi: è tempo per tutti noi di rifuggire con chiarezza da ogni narrazione tesa a colpevolizzare l’anello più debole della società. La responsabilità è nostra: quel che è avvenuto a Cutro non è stato un incidente, bensì la naturale conseguenza delle politiche italiane ed europee di questi anni, la naturale conseguenza del modo in cui noi cittadini, noi cristiani, malgrado il continuo appello di Papa Francesco, non abbiamo levato la nostra voce, non abbiamo fatto quel che era necessario fare girandoci dall’altra parte o rimanendo tiepidi e timorosi. Il culmine simbolico di tutto ciò è stata la dichiarazione resa dal ministro Piantedosi, un uomo delle istituzioni che ha prestato il proprio giuramento sulla Costituzione italiana – la stessa Costituzione che prima di ogni altra cosa riconosce e garantisce quei diritti inviolabili dell’uomo –, il quale ha ribaltato la colpa sulle vittime. Come mi sono già trovato a dire, durante la Preghiera per la pace del 4 novembre 2022, rischiamo tutti di ammalarci “di una forma particolare di Alzheimer, un Alzheimer che fa dimenticare i volti dei bambini, la bellezza delle donne, il vigore degli uomini, la tenerezza saggia degli anziani. Fa dimenticare la fragranza di una mensa condivisa.

Nei giorni scorsi, di fronte al naufragio al largo di Pylos in Grecia, quasi certamente dovuto dalla motovedetta della Guardia costiera greca dopo il tentativo, fallito, di trainare con la corda il peschereccio che portava almeno 800 persone, di cui almeno 100 bambini, la gran parte delle quali sparite in mare dopo l’affondamento della barca, mons.Corrado ha scritto che:

La linea rigorista dei nostri governi nazionali e della Comunità europea è un’industria di morte di innocenti che condanniamo a morire due volte. Una politica che non previene le stragi ma consapevolmente le determina tradisce la costitutiva missione della costruzione della polis umana. Se le nostre città europee perdono il dovere umano di accogliere quanti sono disposti ad affrontare la morte pur di fuggire dalla disperazione e dalla guerra, non avranno altro futuro se non quello di nuove città di Babele in preda all’empietà e alla violenza. I cuori che si raffreddano diventano insensibili, indifferenti, sospettosi, e violenti. Non soccorrere chi rischia la vita, non salvare esseri umani – 750 persone, membri della famiglia umana – è un crimine. Non educare all’accoglienza significa formare alla violenza. Ci indigniamo come cittadini e come cristiani e chiediamo prontamente scelte concrete per una politica migratoria libera da populismi e da interessi di parte, intelligente, accogliente e inclusiva.  Non aprire vie legali di approdo dei migranti e di redistribuzione solidale nei paesi europei, equivale a un sostegno diretto e consapevole alle industrie mafiose internazionali che hanno messo le mani sull’affare migrazioni da povertà economica e conflitti bellici determinati e fomentati ipocritamente da noi occidentali. Significa “consacrare” respingimenti, naufragi e reclusione nei tanti lager dei paesi di frontiera – in primis della Libia – lager di cui tutti abbiamo consapevolezza grazie alle testimonianze di quanti vi sono tristemente rinchiusi o alle immagini inviate dai reporter. Chiediamo occhi ancora capaci di lacrime, parole audaci per chiedere la proclamazione del lutto universale e vesti di penitenza per una conversione mentale e politica. È una possibilità ancora aperta, perché la via dell’umano non è mai preclusa. So quante energie positive si trovano nei nostri paesi e come tante persone sono pronte a contribuire a questo cambiamento. L’Europa è nata come la terra dei diritti, del rispetto, dell’integrazione tra diversi. Oggi può scegliere di tradire la sua vocazione e la sua origine, condannandosi al non senso e all’estinzione culturale, sociale, economica anche, ovvero rimanere fedele alla parola che l’ha fondata: «Sono un uomo. E nulla di ciò che è umano ritengo sia estraneo e lontano da me» (Terenzio).”

Sciascia ha scritto che le più grandi piramidi di infamia spesso si costruiscono su tanta gente comune che compie onestamente il proprio lavoro senza rendersi conto di quel che accade attorno a loro. Eppure le parole, nette e precise, di mons.Corrado Lorefice di dicono che il Vangelo chiede a noi, a ciascuno di noi, il coraggio di non stare a metà. Lo richiamava con forza Kaj Munk, il drammaturgo e pastore protestante danese ucciso dalla Gestapo nel 1944.

Ricordatevi: i simboli della Chiesa cristiana sono sempre stati il leone, l’agnello, la colomba e il pesce, ma mai il camaleonte! E ricordate anche questo: la Chiesa è il popolo che Dio si è scelto ma coloro che sono scelti saranno riconosciuti in base alle loro scelte

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