La fraternità e l’aura delle cose

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Scendendo dalla valle quella sera
pareva d’essere nell’abbraccio vivo ed intenso del verde, del fiume, dei rumori della vita.
D’improvviso un sole al tramonto, rosso e immenso, aveva occupato l’orizzonte.

E il piccolo Giordano aveva esclamato: “guarda, papà, il sole! …come è buono…”

Benedizione dei bambini lo sguardo sulle cose offerte e dedicate; benedizione dei corpi d’infanzia che sentono dentro l’emergere della creazione. Nel legame reciproco: riconoscimento della danza della destinazione d’ogni cosa, gratitudine per l’offrirsi delle parti al disegno ed al ritmo della vita: buono.

La “bontà” del creato

Il creato non è solo meccanismo sublime e terribile, è bontà di equilibri, di generosità e riconoscimenti. E danza fraterna e sororale di declinazioni ed ospitalità.

Quando il cantico fraterno delle cose ci abbraccia e ci invita, è allora che nasce lo sguardo: lì, vicino all’origine. Sguardo d’inizio, “ingenuo” e povero: fa sentire di vivere. Ci fa trovare in vita, nella gioia della vita che sentiamo nelle cose, che ci raggiunge nel loro tocco. Ogni elemento donato è offerto, in una prossimità sororale ed esigente. E’ diverso, unico, ha come un’”aura”. È come se chiamasse il mio “sguardo di ritorno”, o rivolgesse il suo al mio occhio, al mio corpo. 

Sguardo d’inizio, “ingenuo” e povero: fa sentire di vivere. Ci fa trovare in vita, nella gioia della vita che sentiamo nelle cose

Sì, esigente fraternità: ogni elemento appare e si ritira in una sua ulteriorità, in una precedenza; semplice mistero d’alterità: Dalla luce è così venuto a noi, chiedendo rispetto. Uscito dal buio. Tornare a vedere l’”aura” di ogni cosa è urgenza di un tempo senza rispetto e con poca capacità di cura. E per ogni donna e uomo è tenere aperta una sorgente che fa essere, che fa ritrovarsi dopo essere nati. E che, poi, rende capaci di donare ritirandosi, di essere presenza che fa posto, di cogliere e coltivare le tante forme della possibilità della vita.

Il creatore paterno e materno

Il creato è amato; le creature amanti e sororali. Il creatore non fa esercizio di potere assoluto, è paterno e materno: fa essere, chiama, dà possibilità, avvia e lascia. Ogni frutto d’amore trovi equilibrio, si richiami, riconosca; e si offra, appunto, in fraternità. Anche nella possibilità della ferita, e della riconciliazione.

Cantico dell’entrata nella danza, nel giardino, nel dialogo fraterno e sororale con il creato; e del possibile sottrarsi. Certo ogni uomo e donna può anche ritrarsi nell’ombra, e ripiegarsi su di sé facendo fallire la relazione fraterna. Sottrarsi alla gratitudine e alla grazia, nel tentativo (disperato) di nascere da se stessi: nel cantico del creato solo all’uomo è possibile questo. Solo all’uomo ed alla donna, figli del riconoscimento nella fraternità/sororità, con ogni cosa ed ogni altro, è possibile il suo tradimento.

Ogni uomo può anche ottrarsi alla gratitudine e alla grazia, nel tentativo (disperato) di nascere da se stessi

Fratello, sorella: della differenza inattingibile, e pure, dell’incontro; dell’altro, del diverso, dell’opposto, e pure del mancante, dell’atteso, del goduto. Su quell’atteso e quel mancante la meraviglia, il richiamo da altrove, il confine del desiderio. Le cose, vive, si richiamano tra loro, e richiamano ogni donna e ogni uomo, come quando “ci si dà la voce”: ci si riconosce e ci si dona riconoscimento.

Cantico di festa, gratuita, risanatrice: spazio aperto della possibilità nuova, della continua e nuova fioritura delle forme. Festa del giardino, festa della fraternità riconciliata, danza del creato. Va abitata, e sentita nei giorni; allora ci si sente e ci si disegna nel cammino di fraternità.

La festa necessaria

La festa è necessaria: è libertà e gioco, anche tensione e legame. È sospensione e ritrovamento d’origine, è lotta e pace: un gioco aperto dove le cose e gli incontri si cercano e si danno, ancora, per dono. Come all’inizio.

Infine anche il consumarsi dei corpi non sarà scomparsa, ma consegna, lascito, seminagione. Ci si è sentiti e riconosciuti in corpi di figlie e figli, nella cura amorosa, in mani e tra cose buone, per noi.

Nascevamo noi, ed era di nuovo la prima settimana del mondo

Nascevamo noi, ed era di nuovo la prima settimana del mondo. E noi nello stupore, chiamati al gioco, alla confidenza e al rispetto. Non al possesso, ma alla povertà: oltre l’uso, il dominio. La povertà sa della necessità e della misericordia. Sa della offerta e, piano, rende capaci di offrirsi. Donne e uomini buoni e giusti, fratelli e sorelle di cielo e di terra.

Fratello, e sorella, per dono; origine e ritrovamento della relazione e della generazione; anche nella rottura ritrovarsi è possibile perdono. E se, poi, per qualche momento ci si coglie dove e come si deve e si può essere, allora è gioia, “perfetta letizia”.

L’umiltà: lasciare che lo cose vengano a noi

L’umiltà è prezzo e guadagno dell’amore fraterno e sororale: è spoliazione, forma di vita. Non un gioco del concetto, o una dottrina. Umiltà non è far venire alla luce le cose, ma lasciarle venire a noi chiedendo al nostro sguardo di diventare povero. Dunque di raccogliere in esse l’”aura” della luce che ce le offre.

Ritrovarsi in fraternità è fare esperienza della condizione che permette di serbare la propria parte vitale, riconciliata con la propria essenziale fragilità: quella che permette di stare di fronte a porte “da cui – come scrive Marie Balmary a fratel Michel – uno fatica a passare, ma da cui due passano agevolmente”. 

Quando il buio del nulla si conficca nel cuore e nella mente, l’incontro con il fondo di ogni cosa, come di una attenzione (paterna? materna? divina) forse riesce a trasmutare quel nulla in aperto. Mistero di ulteriorità, nel quale provare ad affidarsi, come nell’abbandono ad un abbraccio. Non abbandono al buio del nulla che inghiotte ogni cosa, ma affidamento alla luce che trae e che svela dal buio ogni cosa nella danza.

La fraternità è conversione del “possesso” delle cose, e degli uomini; conversione alla vita comune, alla generosità, alla condivisione. La fraternità è di donne e uomini poveri, che sentono di sentire il dischiudersi delle cose e del mondo, davanti a loro. Il dischiudersi di ciò che precede e li accoglie, il fiorire dei futuri in possibilità.

Eccoli condotti fuori da ogni rapporto di utilità, o di convenienza, dalle gerarchie. Forse una gerarchia resta, rovesciata, quella della gratitudine e della cura, della attenzione e del rispetto.

Sorelle e fratelli formati dalla povertà non stringiamo la presa sulle cose e sugli altri. Le cose donate ci fanno ritrovare in fraternità impegnative: di armonie riconciliate e di tensioni, di sofferte mancanze e di cura dei doni. Doni attesi, doni cui attendere.

Non è rinuncia alle cose, sacrificale ed eroica, ma

loro abbraccio puro e disinteressato (…) Un universo innocente. Un universo riconciliato e rappacificato

come annota Mario Bertin, in cui uomini e donne fraterni raggiungono la loro verità. E dopo il cammino, la fatica della consumazione e della prova, attingono al chiarimento essenziale, allora la lode.

Poi fratello a sorella, sorella a fratello non resta che vivere la pratica della sollecitudine, come della madre verso i figli. Così fratelli e sorelle, così ogni cosa: come il palmo concavo delle mani.

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