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Da laico nella città - Rubrica a cura di Daniele Rocchetti

La parrocchia al capolinea. Parlano i laici

Settimana scorsa abbiamo ospitato una serie di interventi riguardo l’intervista a Sergio Di Benedetto, autore del libro: “Parrocchia al capolinea. Fine o ripartenza?” (Edizioni Paoline 2025). Stavolta i contributi vengono da laiche e laici diversamente impegnati nelle nostre comunità cristiane. Uno sguardo “altro” a cui non sempre siamo abituati a fare seriamente i conti. Ed è un peccato

 

La partita è chiusa. Come in una azienda che non si è rinnovata

Ho l’impressione che la maggior parte dei commenti all’articolo-intervista sulla crisi delle parrocchie si focalizzino su diversi problemi specifici mettendo in atto una sorta di accanimento terapeutico che però elude, chi più e chi meno, il male profondo. Trovo la situazione analoga a quella delle piccole aziende famigliari, fondate e fatte crescere dal proprietario-titolare che nel corso del tempo entrano in crisi, per tanti motivi. Il prodotto che propongono non è stato rinnovato, la struttura aziendale non è in grado di svolgere le molteplici funzioni a cui è chiamata, non hanno diversificato il mercato, non sanno proporsi sul web, non reggono la concorrenza delle grandi aziende, ecc. ecc. Ma il proprietario non vuole accettare la realtà, non molla, e continua ad andare avanti allo stesso modo, riducendo sempre di più risultati, tagliando risorse, perdendo dipendenti, rimettendoci soldi di tasca propria fino ad avere i bilanci in “rosso” e andare in rovina. Le logiche del mercato sono spietate ma hanno in sé anche qualche criterio di verità. Ti dicono: “mi dispiace ma se rischi la bancarotta devi chiudere e portare i libri in tribunale, per il bene di tutti, tuo e dei dipendenti”.

Ma le parrocchie non portano i libri in tribunale. Chiedo di non banalizzare questa analogia dicendo che la parrocchia (e la chiesa in generale) non è un’azienda. I numeri ci aiutano a leggere la realtà per quello che è e ci dicono che non è una questione di risanamento, di ristrutturazione, di nuovo piano industriale (pastorale).   Semplicemente i conti non tornano più. Chiese semi vuote e frequentate da over 60, oratori in fase di desertificazione. Game over.

Prima cominciamo a pensare a qualcosa di radicalmente altro e meglio è, magari guardando fuori dal nostro piccolo mondo bergamasco e lombardo; ci sono anche le esperienze di altri cristiani nel mondo.

Ascolto, evangelizzazione, relazioni

Da tiepida parrocchiana che ha trovato rispondenza al suo vissuto in questa lucida e ricca intervista, vorrei soffermarmi su due/tre aspetti:

  1. Ascolto e disagio: in una realtà parrocchiale di uno dei tanti paesi della rassegnazione, dove il disagio esiste ma viene rimosso con la ripetizione di comportamenti e riti e la consuetudine garantisce protezione sostituendosi al senso di ciò che si vive, la Comunità non chiede ascolto perché nulla riesce a cogliere e a dire. Eppure non manca di operosità, ma non riesce, forse non vuole, leggersi in profondità. Pertanto in queste realtà dove il disagio non ha voce e quindi non viene neanche esiliato, potrebbe essere  prioritario trovare strumenti che facciano interrogare e smuovano le coscienze, l’ascolto verrebbe in un secondo tempo..
  2. Essere evangelizzati da fuori i recinti ecclesiali: mi ha colpito perché proprio qui penso che stia la sfida del nostro tempo, ma colgo tanta difficoltà ad accettare che Dio parli da “fuori i recinti ecclesiali”, che sono tanti e in continuo cambiamento, come se non avessimo strumenti di discernimento e riconoscimento……Senza fare analisi di contesto storico, posso però dire che quando noi ultrasessantenni siamo stati catechizzati, abbiamo appreso che Dio stava dentro e al tempo stesso eccedeva il linguaggio, le forme e le strutture ecclesiali; oggi mi pare che Dio stia proprio fuori da quel linguaggio e da quelle forme e lì fuori vada cercato e, incontrato, vada poi detto con un linguaggio nuovo, in forme nuove rispetto alle quali sarà ancora eccedente ma sarà riconoscibile anche lì. (Stando sul linguaggio: Quanta consapevolezza nel recitare durante ogni messa festiva un credo espresso con la concettualità e il linguaggio “neoplatonico” ? Non si pretende affatto di razionalizzare un simbolo, ma semplicemente di avere consapevolezza di ciò che esprime nella sua alterità e destinazione rispetto al vissuto.)
  3. Centralità della relazione: da qualche decennio non consideriamo più costante l’entità umana nella sua essenza e nell’odierna società tecnologica ci sentiamo soggetti a cambiamenti continui, spesso contradditori tra loro. In queste condizioni, il classico rapporto essere/dover essere non funziona più, va ribaltato: occorre una nuova etica nella quale l’obbligazione nasca dalla relazione e quindi dal rispondere all’altro. Un altro che è il vicino, l’emarginato, ma anche colui che ancora non è nato. E’ da questa relazione che scaturisce il nostro essere uomini e donne e ogni parrocchia oggi non può esimersi dal tenerne conto. Pertanto apprezzo molto che l’autore consigli di puntare sul recupero della relazionalità e della cura dell’altro, personalmente la considero via prioritaria per ridare anima alla Comunità Cristiana.

Eppure qualcosa resiste. Gli oratori, per esempio

La parrocchia è giunta al capolinea, ma si tratta di una fine o di una ripartenza? Questa domanda tocca un tema sensibile per la chiesa del nostro tempo e ogni occasione è buona per tenere viva la conversazione e l’attenzione in merito. Impossibile negare il cambiamento del quale siamo protagonisti: possiamo ben dire che la secolarizzazione è giunta anche a Bergamo, forse con un passo più lento rispetto ad altre città italiane. Adesso, la possiamo toccare con mano: ci guardiamo intorno e i nostri amici non sono credenti, della parrocchia non sanno e non sono interessati a sapere. La vita scorre altrove.

Perciò la “casa tra le case” non è più il cuore pulsante della vita di un territorio, anche se nella nostra provincia si possono notare ancora sensibili differenze tra città e paesi. Eppure, la òikos, che apre la sua porta a chi bussa per meditare la Parola, spezzare il pane e portare il Vangelo nel mondo, a mio avviso non ha ancora finito di dire e di dare.

Pensiamo alla realtà tutta lombarda e bergamasca in particolare, dell’oratorio che è ancora un punto di riferimento per molti, per la sua vocazione alla tessitura tra vita e fede e alla promozione di relazioni intergenerazionali, multiculturali e interreligiose. Gli oratori sono ancora un grande esempio dell’investimento educativo e relazionale delle parrocchie. Vogliamo davvero dichiarare finito questo servizio che la comunità cristiana credente offre al suo tempo, alla sua società, al suo mondo? Diciamo, piuttosto che siamo chiamati ad affrontare nuove sfide, ben evidenziate dall’intervista: il rinnovamento dei linguaggi, un rinnovato slancio missionario, la valorizzazione dei ministeri laicali, l’ecumenismo, la rivisitazione del percorso di iniziazione cristiana e via dicendo. Più che tempo di tirare i remi in barca, mi pare tempo di rimboccarsi le maniche e tenere aperti gli occhi. In qualche modo la chiese in Italia ci stanno provando, attraverso l’esperienza del Cammino Sinodale. La sua fase attuativa potrebbe sorprenderci: chi vivrà, vedrà.

E qualcosa di nuovo si deve fare. Per esempio, per le persone LGBT

Ringrazio innanzi tutto per la diffusione di questo libro interessantissimo e vero, molto vero. Io sono una laica che crede ancora molto nella parrocchia, a cui ho dedicato il mio impegno fin da ragazzina, ai tempi del Cardinal Lercaro.

Certamente la parrocchia ha molti problemi, perché molti ne ha la Chiesa, sempre lenta e timorosa dei cambiamenti spesso finisce per arroccarsi in posizioni difensive e di retroguardia. Cito per brevità solo pochi argomenti che mi paiono particolarmente spinosi.

Innanzi tutto la pastorale delle persone LGBT, che non possono essere ignorate e abbandonate, specialmente quelle che vorrebbero rimanere vicine alla Chiesa.

Nella nostra diocesi un sacerdote si è molto speso per loro, tanto da essere sospeso a divinis. Dopo essere stato sradicato dalla sua parrocchia (dove era amatissimo), ha cominciato a girare l'Italia visitando gruppi, comunità e famiglie LGBT per portare loro vicinanza e aiuto. E appunto il risultato è stato questo. Mancano i preti e quando ce ne sono di capaci di intessere relazioni e di portare Cristi fuori dai canoni, ecco la scure.

Una nota positiva della parrocchia: gli oratori intelligenti. C'è un enorme bisogno di aiuto con bambini e adolescenti, nelle famiglie dove tutti lavorano e il tempo e la cura sono poche. un posto dove trovare amici, una mano per i compiti, un aiuto per leggere i tempi,  cura e ascolto è quanto di più utile si possa fare per le famiglie. Occorrono non solo capaci volontari, ma anche educatori di professione e tanta pazienza. E quando ti chiedono perché fai tanta fatica per loro, puoi anche parlargli di Gesù.

Crisi della "civiltà parrocchiale" o crisi della parrocchia?

La domanda sul futuro della parrocchia è inevitabile. Perché la crisi è evidente per chi la vuole vedere: le chiese si svuotano; sono drasticamente diminuiti non solo i preti, ma anche i fedeli; diventa sempre più complesso gestire le strutture parrocchiali; il linguaggio della comunicazione della fede fatica a raggiungere le persone, soprattutto i giovani (che magari fanno gli animatori al Cre ma in Chiesa non li vedi neanche a Natale e a Pasqua).

Un teologo francese scrive (Christoph Theobald) e dice che siamo chiamati a prendere atto della “fine della civiltà parrocchiale”, cioè dell’identificazione di un territorio con il campanile e di questo con il parroco. La fine della “civiltà parrocchiale” è anche la fine del modello parrocchia? Molti lo pensano. Io non lo so. Papa Francesco (di benedetta memoria) sosteneva che «la parrocchia non è una struttura caduca» e che può continuare «a essere la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie» (Evangelii Gaudium 28).

Il motivo non è solo e tanto pratico, riferito cioè al fatto che per molte persone in bergamasca e non solo la parrocchia continua a essere un riferimento. C’è una ragione teologica che fonda la “necessità della parrocchia”. Essa ha a che fare con un aspetto irrinunciabile del vangelo. La parrocchia è la ‘casa di tutti’ che garantisce l’accesso al vangelo senza condizioni, il diritto di appartenenza senza elitarismi e senza preclusioni settarie. Essa è ‘il privilegio dei poveri’.

Lo stesso papa Francesco, però, poneva una condizione: che essa operi una coraggiosa “conversione missionaria”. «Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa…» (EG 27). In questa conversione sono due le coordinate irrinunciabili: rendere disponibile a tutti la grazia del vangelo senza porre impedimenti (la chiesa non è una dogana), manifestare la prossimità di Dio nei riguardi di tutti, soprattutto per chi è più colpito dalla vita. Ci possiamo chiedere se la parrocchia è in grado di passare da un’agenzia di servizi religiosi a una comunità missionaria.

Forse è sufficiente che essa torni a essere quello che era all’inizio: una “ecclesia paroikusa”. Il cammino da fare, anche grazie alla spogliazione in atto, è quello che essa torni a essere una minoranza evangelica in un determinato contesto culturale e territoriale. Ma non credo che ce la faremo in tempi brevi. Il clericalismo ha messo radici profonde. Sradicarlo, almeno in terra bergamasca, è un’operazione lunga e complicata che forse vedranno i miei nipoti.

 

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