Il mondo dei cattolici. In crisi e senza preti. Spiragli di novità

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Il mondo dei cattolici. In crisi e senza preti. Spiragli di novità

Il grande problema della Chiesa: il “sistema romano” (statue sul colonnato del Bernini)

“Da laico nella città” – Rubrica a cura di Daniele Rocchetti
Dialogo tra Franco Garelli
e Danièle Hervieu-Léger
seconda parte
Nel suo lavoro, oltre a rilevare i “cattolici conciliari” e i “cattolici tradizionalisti”, ha fatto emergere un altro profilo che ha occupato la scena religiosa negli anni postconciliari e a cui allora non si è prestata molta attenzione: il “terzo uomo”. Che tipo di cattolico era e cosa ci dice la sua silenziosa partenza dalla Chiesa?

La figura del terzo uomo fa riferimento ad un articolo che il gesuita François Roustang pubblicò nel 1967 sulla rivista “Christus”. Un articolo che diede vita ad un dibattito enorme e ad una crisi profonda nella Compagnia di Gesù e nel cattolicesimo francese. In realtà, era un articolo brevissimo dove si diceva: “Aspettate! La Chiesa oggi non divide più solo tra coloro che rifiutano il Concilio e quelli che l’accettano con entusiasmo. Non si divide solamente tra gli atei o i militanti anti-religiosi, i liberi pensatori distanti dalla Chiesa e i cattolici fedeli dall’altra. Ci sono sempre più persone che sono state socializzate nel cattolicesimo, che sono state per tanto tempo dei fedeli praticanti, e poi che tutto ad un tratto –  in quegli anni post Conciliari dove la Chiesa non parla più in latino ma francese – scoprono che il linguaggio della Chiesa non dice loro assolutamente niente. La proposta cristiana non li interessa più e decidono l’abbandono. Non lo fanno denunciando la loro appartenenza, rifiutando il loro certificato di battesimo, o mettendosi a militare contro la Chiesa; semplicemente se ne vanno, silenziosamente. E questo non li fa soffrire, non sono infelici, non vanno in crisi, scoprono solamente che la loro appartenenza cattolica è caduta dalle loro spalle come un vecchio mantello.”  

Questo testo  ha creato un vero choc nella Chiesa francese perché metteva il dito su un processo che allora era invisibile e ha preoccupato una parte straordinariamente importante della mia generazione. Che ha visto evaporare e venir meno, nel silenzio, una parte consistente dei cattolici praticanti e impegnati. Un’evaporazione continua e progressiva e che è diventata oggi un fenomeno di massa,anche in ragione della debole trasmissione, da parte di quelle generazioni del dopoguerra, del cattolicesimo ai loro figli. Con la conseguenza evidente che la Chiesa ha continuato ad usare un linguaggio in nessun rapporto con i problemi profondi e veri dell’esistenza concreta. 

Leggendo il suo libro ho notato una sorta di sproporzione tra la ricchezza della dinamica del cattolicesimo francese che descrive e la ristrettezza delle statistiche. Si parla, ad esempio, di un’ampia tipologia di cattolici impegnati (progressisti/tradizionalisti, identitari/accoglienti, ecc.), ma anche di coloro che si identificano con la religiosità popolare, cattolici di movimenti carismatici, cattolici ancora presenti nelle parrocchie, di coloro che lavorano nella pastorale del territorio. Che è un carattere tipicamente francese. Allo stesso tempo, si sostiene esiste un cattolicesimo di base vitale e plurale, dedito ad iniziative di ogni genere, sia in campo spirituale che sociale e caritativo, e che sorge in modo variabile rispetto all’istituzione. È un quadro molto interessante.  In questo contesto, tuttavia, constatiamo che la pratica religiosa domenicale in Francia è scesa al di sotto del 2% della popolazione. Cosa significa questa indicazione? Che di tutte le persone descritte, solo il 2% sono praticanti regolari? O che esiste una parte di cattolicesimo impegnato non praticante o che dà poca importanza alla pratica? In altre parole, qual è la consistenza del cattolicesimo francese più impegnato? 

E’ una domanda veramente molto interessante perché in un certo senso, preparando il libro e discutendone con Jean-Louis Schlegel, è stato il punto di partenza della nostra riflessione. Perché proprio nel momento in cui uscivamo dal confinamento della pandemia abbiamo scoperto, con nostra grande sorpresa, che anche quando le chiese erano chiuse i credenti rimasti hanno fatto molte cose. Certo, per non creare equivoci: stiamo parlando di un gruppo minoritario nella società francese ma un gruppo che rappresenta ancora la più consistente minoranza religiosa.

E questa minoranza durante il post pandemia ha mostrato una vitalità dal basso sorprendente: persone che si riunivano per leggere la Bibbia, altre per pregare, altri ancora si mettevano in pellegrinaggio, custodivano pratiche di devozione individuali, si sono messe a servizio dei più vulnerabili, Dunque il fatto che le chiese sono vuote non vuol dire che non si fa nulla. Ci ha colpito la vitalità intellettuale del cattolicesimo. Basta vedere l’enorme attenzione, le numerose interrogazioni aperte dalla Commissione “Salvati” – commissione completamente indipendente che ha lavorato sulla situazione degli abusi sessuali fuori dal controllo della gerarchia – e al loro magnifico lavoro di inventario. Sono tanti coloro che riflettono su cosa potrà essere il cattolicesimo che uscirà da questa situazione di crisi. In effetti è veramente qualcosa di molto singolare il fatto che, nonostante tutta la vitalità che ho descritto, le persone non vadano a messa, facciano battezzare sempre meno i loro figli e si sposino sempre meno in Chiesa. Sembra una contraddizione che a mio avviso si può spiegare in due modi.

Quali sono?

Il primo è il disallineamento completo del modello territoriale della socialità cattolica, ovvero il modello parrocchiale, una comunità nella quale non ci si sceglie ma che corrisponde al luogo dove si abita. La vitalità cattolica spesso di esprime diversamente. Una vitalità di gruppi “affini”, dove, al contrario della parrocchia, ci si sceglie in funzione delle affinità spirituali, teologiche, politiche. Questa amministrazione del sacro territorializzato entra in contraddizione con una nuova pratica che è quella del luogo spirituale che sono i poli: pensi ai monasteri, a Taizé, ai luoghi dello spirito come Rocamadour, ai pellegrinaggi come Compostela.. Un mondo che si muove per affinità, per sistema di rete e non è necessariamente connesso alle parrocchie.

La seconda ragione, a mio avviso molto specifica della Francia, è che non ci sono più preti! Le parrocchie, il sistema parrocchiale è bruciato, totalmente dissanguato! Dal 1959 si ordinano ogni anno in Francia meno preti di quelli che muoiono. Quindi il corpo clericale è in via d’estinzione. Ci sono diocesi dove ci sono 20 preti in grado di lavorare; non contiamo i preti molto anziani che sono in casa di riposo. Il dispositivo è nello stesso tempo inadatto e smontato della sua sostanza. Le risposte che si sono date finora sono inadeguate. Abbiamo tentato di riorganizzare le parrocchie con delle circoscrizioni sempre più vaste, così che i preti vivano praticamente nelle loro auto per andare semplicemente a dire messa di qua e  di là e non dappertutto perché i territori sono troppo vasti. Il risultato è che finiscono in maggioranza in burn-out e rischiano di non avere più nessuna attitudine per una raffinata cura e pratica pastorale. Dunque lo stato del clero francese è, a malincuore, degradato non solamente per numero ma anche per fatica, per esaurimento. In più, oggi si vive il dramma legato alla scoperta degli abusi. Noi in Francia in queste settimane stiamo vivendo una nuova fase, la rivelazione degli abusi dei vescovi. Una deflagrazione enorme. Riassumendo: rileviamo una vitalità cattolica che non va sovrastimata –  questo cattolicesimo resta minoritario ed è sempre più fragile e “scoppiato”, e pure in presenza di laici competenti basta poco perché si indebolisca ancora di più –  però, allo stesso tempo, è una socialità molto interessante, creativa, fragile, poco connessa all’istituzione clericale perché questa appare fatiscente, letteralmente fatiscente. 

Qual è la sua valutazione dell’attuale pontificato? Crede possibile una riforma dell’istituzione?

A mio avviso Francesco è estremamente lucido sullo stato di dislocazione del mondo cattolico che ha evidentemente delle enormi discrepanze a seconda dei continenti e anche all’interno del continente europeo, che è il più secolarizzato. Credo sia lucido sulla necessità di una riforma e perfettamente cosciente, in particolare attraverso la crisi degli abusi sessuali, del fatto che il sistema clericale e la costruzione sociale del potere clericale è terminata, non potrà più funzionare! Ma penso anche che sia davanti ad un muro esattamente come lo era il Concilio Vaticano II, che ha riformato tante cose ma che non ha toccato il sistema romano. Questo sistema, con un’organizzazione sociale di un potere clericale interamente gerarchico, maschile,  completamente patriarcale, monarchico nel suo esercizio, è ciò che uccide la Chiesa. Il Papa sa perfettamente che è un modello finito! Il problema è che intervenire su questo porta al rischio di affondare la Chiesa, perché la Chiesa ha fatto del sistema romano non solo un principio organizzativo ma un fondamento ecclesiale della sua esistenza. È la Chiesa stessa a dare un valore sacrale a questo sistema romano. Per questo, riformarlo è straordinariamente difficile. Allora papa Francesco come si muove? Fa dei piccoli passi ma vediamo bene che fa tre passi avanti e due indietro. Al momento del Sinodo dell’Amazzonia si è pensato che andava posto la fine del celibato sacerdotale ma ha dovuto fare un indietreggiamento e non si è mosso nulla. Dunque a mio avviso il pontificato di Papa Francesco è un pontificato estremamente difficile perché è forzatamente votato sia a provocare lo scisma all’interno della Chiesa, sia a deludere le aspettative. La posizione di papa Francesco è  estremamente scomoda.

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