Search on this blog

Da laico nella città - Rubrica a cura di Daniele Rocchetti

Ernesto Cardenal, il gesuita del governo rivoluzionario del Nicaragua

cardenal salmi oppressi

 

Papa Wojtyla, con il dito puntato accusa un prete, Ernesto Cardenal, che era entrato a far parte del governo sandinista del Nicaragua. Il governo rivoluzionario del Nicaragua non perseguitava la Chiesa: forse era questo che non piaceva al papa polacco, ha affermato Cardenal. La riabilitazione è arrivata con Papa Francesco.

 

 

Ricordo ancora il libro. Un piccolo volume pubblicato dall’editrice Cittadella di Assisi. Il titolo era Grido. Salmi degli oppressi. Era una rilettura dei Salmi dentro le vicende martoriate di un povero Paese del Centro America allora quasi sconosciuto: il Nicaragua. Un Paese che sarebbe salito alla ribalta con la rivoluzione popolare del 1979, quella che scacciò il dittatore Somoza e diede vita – almeno nei primi anni – a una vicenda politica singolare, dove si intrecciavano Vangelo e liberazione, dignità e speranza. L’autore del libro era un gesuita, padre Ernesto Cardenal. Insieme al fratello Fernando, anch’egli gesuita, e a Miguel D’Escoto accettò di entrare nel primo governo sandinista, assumendo l’incarico di ministro dell’Educazione. In quegli anni fu tra i protagonisti della grande campagna nazionale di alfabetizzazione promossa dal nuovo governo. In pochi mesi più di mezzo milione di nicaraguensi impararono a leggere e a scrivere. Un’impresa educativa che attirò l’attenzione internazionale e valse al Nicaragua anche un riconoscimento dell’Unesco. La decisione di assumere la responsabilità di ministro lo avrebbe posto al centro di uno degli episodi più simbolici della storia recente della Chiesa.

Il dito minaccioso di Papa Wojtyła

Era il 4 marzo 1983 quando papa Giovanni Paolo II arrivò all’aeroporto di Managua per una visita pastorale. Ad accoglierlo c’era Daniel Ortega – oggi ancora al potere, dittatore senza scrupoli – schierato con tutti i ministri del governo. Quello che accadde lo raccontò anni dopo lo stesso Cardenal in un’intervista al settimanale Vita del 2004:

Dopo i saluti di protocollo, compresi quelli della guardia d’onore e della bandiera, il Papa chiese al presidente Daniel Ortega se poteva salutare anche i ministri. Naturalmente gli fu detto di sì e così il Papa si diresse verso di noi. Affiancato da Daniel e dal cardinal Casaroli cominciò a stringere la mano ai ministri. Quando si avvicinò a me, feci ciò che – anche su consiglio del nunzio – avevo previsto di fare: mi tolsi il basco e mi inginocchiai per baciargli l’anello. Ma egli non permise che lo baciassi e, brandendo il dito come fosse un bastone, mi disse in tono di rimprovero: “Lei deve regolarizzare la sua situazione”. Siccome non risposi, tornò a ripetere la brusca ammonizione. Tutto questo mentre eravamo inquadrati dalle telecamere di tutto il mondo. Ho l’impressione che fosse stato tutto premeditato dal Papa e che le televisioni fossero state avvisate. In realtà la reprimenda era ingiusta, perché io avevo già regolarizzato la mia situazione con la Chiesa. Noi sacerdoti che ricoprivamo incarichi nel governo eravamo stati autorizzati dai vescovi, che avevano reso pubblica la loro autorizzazione – almeno fino a quando il Vaticano ci proibì di mantenere tali incarichi. La verità è che ciò che più disgustava il Papa della rivoluzione nicaraguense era il fatto che fosse una rivoluzione che non perseguitava la Chiesa.

Quella scena – il Papa con il dito alzato davanti al sacerdote inginocchiato – fece il giro del mondo.

“Solo Dio poteva saziarmi”

Ernesto Cardenal è morto il 1° marzo di sei anni fa, a novantacinque anni. Una vita lunga. Lunga quanto la sua ricerca dell’assoluto, che per lui aveva i contorni della poesia, della bellezza e della giustizia. Nel libro in cui racconta la propria storia descrive così la sua vocazione religiosa: “Nessuno poteva saziarmi, solo Dio. Cosa che Dio sapeva, però io no”. Quella ricerca lo portò, nel 1957, a entrare nel monastero trappista del Getsemani, in Kentucky, dove incontrò il suo maestro spirituale, Thomas Merton. Un incontro decisivo per la sua vita umana, spirituale e artistica. Lì maturò un’idea che avrebbe segnato tutta la sua esperienza: una comunità in cui l’arte – l’arte popolare di pescatori e contadini poveri – diventasse una via per avvicinarsi al Vangelo. Tornato in Nicaragua, dove venne ordinato sacerdote, fondò la comunità di Solentiname, in un isolotto remoto del grande lago Cocibolca. È lì che oggi riposa il “sacerdote-poeta”.

Riabilitato da Papa Francesco

Un mistico con le radici ben piantate nella terra. Fino alla fine visse in una stanza povera: un letto, un comodino e un’amaca. Quasi un eremo. La sua fedeltà agli ideali di giustizia non coincise mai con la fedeltà al potere. Nel 1994 lasciò definitivamente il Fronte Sandinista di liberazione nazionale (FSLN), criticando apertamente quella che vedeva ormai come una deriva autoritaria del partito.

Come era accaduto prima di lui a Miguel d’Escoto, anche Ernesto Cardenal conobbe infine il gesto della riabilitazione. Papa Francesco, l’anno prima della sua morte, decise di revocare tutte le sanzioni canoniche che pesavano su di lui. Mi hanno sempre commosso le fotografie che lo ritraggono in un letto d’ospedale, con la stola al collo, mentre celebra la messa insieme al nunzio apostolico a Managua.

Come bene ha scritto Tonio Dall’Olio: “Non so dire se il mondo si sia accorto del suo passaggio, ma la terra sì: è stata concimata anche dalla sua poesia e dal suo amore per il Vangelo dei poveri. In silenzio qualche albero è cresciuto anche grazie a quella linfa”.

Leggi anche:
Rocchetti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *