Da laico nella città - Rubrica a cura di Daniele Rocchetti
Nelle scorse settimane ho ripreso sul nostro blog il dialogo tra Roberto Repole, Arcivescovo di Torino, e il filosofo Vito Mancuso, apparso sul quotidiano torinese La Stampa. Tra i vari temi di discussione vi stava anche quello della differenza cristiana
Botta e risposta tra vescovo di Torino e Vito Mancuso
L’articolo di Repole (pubblicato integrale nell’ultimo numero della rivista Vita e Pensiero) terminava così
Viviamo un cristianesimo che non offre veri cammini di spiritualità. I giovani chiedono proposte alte. Ma, lo ripeto, la Chiesa può offrire soltanto ciò che vive. In definitiva, io credo che molti cristiani non sentano più l’urgenza o la bellezza di annunciare e testimoniare Gesù Cristo agli altri. Credo che in maniera sottile molti cristiani facciano proprio il nichilismo contemporaneo o, se volete, quella forma di nichilismo che è l’assoluto relax, il relativismo. Una cosa vale l’altra. Ma io non sto nella Chiesa e non sono cristiano se una cosa vale l’altra. Io sono cristiano perché credo fermissimamente ciò che dice Pietro nel libro degli Atti: che non c’è nessun altro nome in cui c’è salvezza, se non Gesù Cristo. Chiedo perdono, ma per meno di questo io non riuscirei a essere cristiano.
Vito Mancuso nella replica contesta il senso della frase finale dell’articolo perché, a suo dire, si rivendica un esclusivismo teologico
che lungo i secoli ha prodotto divisioni, persecuzioni, e non di rado violenze e guerre di religione. In nessun altro c’è salvezza? Davvero? Quindi Gandhi, Martin Buber, il Dalai Lama sono esclusi dalla salvezza? Sant’Agostino e i concili ecumenici pensavano così, ma la coscienza sente che si tratta di un’ingiustizia”.
Eppure senza la salvezza "in Cristo" non c'è cristianesimo
Nel mio articolo a commento del confronto, scrivevo che togliere ogni valore alla “differenza cristiana” (che, in concreto è la vicenda di Gesù di Nazareth morto e risorto sempre eccedente rispetto alla storia della Chiesa e delle Chiese lungo i secoli) dispone il cristianesimo sullo scaffale indistinto delle fedi. Con poco rispetto sia del cristianesimo che delle altre fedi.
Inoltre, porta ad un assioma che non trovo giustificato: per Mancuso indicare Gesù di Nazareth come fonte di salvezza vuol dire escludere le altre prospettive religiose (perché?). Se, come credo, la salvezza per il cristianesimo è sempre e solo salvezza incarnata, essa è strutturalmente dialogica.
Credo poi che affermare che Gesù sia l'unico Salvatore del mondo non implica affatto coltivare o alimentare sentimenti di superiorità, né è in sé un atto di arroganza. È semplicemente una delle convinzioni centrali della fede cristiana. Si può non condividerla, ma è difficile immaginare un cristianesimo che ne prescinda.
"L'umanità sovversiva di Gesù"
A confortarmi in queste mie convinzioni è un libretto – assolutamente da leggere – pubblicato nelle scorse settimane dalla Comunità Cristiana di Longuelo (L’umanità sovversiva di Gesù). Si tratta di una lungo e bellissimo dialogo tra don Massimo Maffioletti e Luciano Manicardi, monaco della comunità di Bose (di cui è stato per qualche anno anche Priore).
Manicardi oltre ad essere un raffinato esegeta, da molto tempo con acume e pertinenza attraversa i vasti mondi della letteratura e della psicologia. Insomma, un credente che ha preso sul serio la vicenda umana, senza sconti o facili accomodamenti.
Un testo è dialogo a tutto campo, con una precisa scelta di campo:
Il Dio cristiano noi lo vediamo lì, totalmente nell’umanità di Gesù di Nazareth. Sarà un refrain del nostro dialogo. Non è minimalismo teologico. Il giorno in cui noi credenti capissimo che cosa significhi sottolineare l’umanità di Gesù come narratrice di Dio, ci renderemmo conto che questo richiede uno sforzo di evangelizzazione radicale della nostra stessa umanità, che coinvolge tutte le fibre del nostro essere – intellettuale, fisico, emotivo, affettivo, psicologico – chiamate a lasciarsi irrorare dalla parola feconda del vangelo.
È un “lavoro” – usiamo pure questa espressione – di complessiva conversione, personale, ecclesiale e comunitaria. Nella narrazione di Gesù, elaborata nei secoli passati e recenti, è avvenuta una a volte troppo rapida “divinizzazione” di Gesù, dimenticando la “semplice umanità” di Gesù.
Ricordo la bellissima intervista che l’allora patriarca ortodosso Atenagora rilasciò a Olivier Clément. Diceva più o meno così: abbiamo dimenticato l’umanità semplice di Gesù. Quella che attraverso gesti e parole narra Dio. L’umanità di Gesù può creare un bel ponte tra il testo evangelico e la nostra esistenza oggi perché quell’umanità ci interroga: come parliamo, come viviamo le relazioni, come ascoltiamo, come decliniamo l’umano? Il cristianesimo è un’interpretazione, una “ermeneutica dell’umano” (pagg. 16-17).
Le molte relazioni del Nazareno
Il libretto (disponibile presso la Segreteria della parrocchia di Longuelo), corredato dalle potenti opere del ciclo “Passio” che il pittore Maurizio Bonfanti ha da poco presentato in città, si muove dapprima mostrando le deformazioni delle immagini di Gesù dovute anche alla fatica di considerare l’umano come luogo di rivelazione di Dio (in fondo sembra un indebolimento di Dio), contesta la riduzione moralistica della vicenda cristiana (“Dio ridotto a equivalente simbolico di una relazione altruistica”) e si interroga sulle ragioni per le quali noi credenti abbiamo spento il fuoco del Vangelo.
Entrando nel cuore del tema, Manicardi rilancia sulla necessità di far percepire il cristianesimo
Come un’offerta, un’indicazione di via dell’umano che si presenta alla libertà dell’uomo. Si tratta di mostrare il ben fondato antropologico dell’offerta dell’umano di Gesù, che non è di carattere religioso o rituale ma relazionale (anche se la ritualità è fondamentale ed è un fenomeno che va ben oltre il cristianesimo (p.23).
Insiste sul fatto che
Non sono le categorie della sacralità, della distanza, a interpretare al meglio l’umano di Gesù. La sua non è più la sacralità o la santità vissuta come separazione, ma la santità come inclusione. Penso alla categoria di “santità ospitale” di Christoph Theobald. La santità non è più vissuta come nel tempio di Gerusalemme, per distinzioni e separazioni progressive, ma per inclusioni: Gesù instaura relazioni con i pubblicani e i peccatori, con i malati e i lebbrosi, con gli impuri, gli emarginati e i segnati da uno stigma. Ecco, nel volto misericordioso di Gesù riconosco l’evangelizzazione di Dio (p.39).
Talmente umano da essere divino
Insomma, il galileo vissuto nel primo secolo dell’era volgare, contestato dall’establishment religioso ebraico del tempo e messo a morte dai romani, costituisce una pietra di scandalo attorno al quale interrogarsi anche oggi. A patto di prendere sul serio la sua umanità:
Gesù è talmente umano da essere divino. L’affermazione teologica vere homo et vere deus – veramente uomo e veramente Dio – significa che se Gesù è veramente uomo allora lo è in quanto partecipa della condizione umana di tutti e lo è anche in modo vero, cioè onorando veramente la sua umanità. Gesù è veramente uomo perché aveva un corpo e una mente, una psiche e delle emozioni, ma anche perché aveva dei limiti legati al suo vivere in quella precisa epoca e storia. Gesù, per esempio, non era onnisciente, non parlava tutte le lingue, era abitato da limiti umani. Le tentazioni di Gesù sono state concrete, la morte di Gesù è una morte reale, non apparente, fittizia. All’interno di questa reale umanità, Gesù ha vissuto veramente l’umano. È questo veramente umano che secondo me andrebbe sempre sottolineato, perché il modo in cui lui ha declinato l’umano ha qualche cosa da insegnarci ancora oggi, ci parla ancora (p.63).
Certo la storia di Gesù è follia e scandalo. Che nasce anche dal suo coraggio di dire un chiaro no al male del mondo. Quando si avvicina ai malati non dice mai loro di offrire a Dio la sofferenza, non invita mai alla rassegnazione e al fatalismo, non sposa alcun facile dolorismo. La sua ermeneutica dell’esistenza è quella di un Dio che ha creato l’uomo e lo ha voluto bello, buono, dentro una vita compiuta; di un Dio che ha liberato l’uomo per aprirlo a relazioni piene. Il monaco di Bose si chiede:
La mia domanda è: riusciamo noi cristiani a raccontare la follia del cristianesimo e lo scandalo della croce quando siamo ancora così ricchi, potenti e tutto sommato con ancora un buon tasso di riconoscimento sociale e pubblico? Forse ci riescono le chiese minoritarie, povere, ridotte a un piccolo resto, o quelle perseguitate, osteggiate ed emarginate” (p.73)
E contro un dolorismo che pare trovare nuova linfa nella vita di tanti cristiani, Manicardi non esita a dire che
Non è la croce in sé a salvarci, ma è la vita che ci è stata stesa sopra. È la vita innervata dall’amore, la vita che di fronte alla persona malata vede la sofferenza e interviene per aiutarla, è la persona che di fronte al peccatore perdona e gli restituisce un futuro. Tutta la prassi umana che Gesù ha vissuto è stata tesa a dare vita, a far crescere la vita, a ritrovare la verità laddove c’era solo menzogna, a garantire giustizia là dove c’era unicamente ingiustizia. Questa è la radice della resurrezione: credo che l’amore non sia soltanto forte come la morte (Ct 8,6), ma l’amore è più forte della morte. Dicendo credo, metto l’affermazione nello spazio della fede. Non è una ricetta razionale perché la morte pare assolutamente invincibile: da quando in qua riusciamo a vincerla? Il cristianesimo, però, non ci dice che non moriremo più, non ci parla dell’immortalità dell’anima, ma della resurrezione del corpo, che è la persona stessa con tutta la sua capacità relazionale” (p87).
La Risurrezione si decide adesso
Altro paradosso (e pro-vocazione) con il quale fare i conti: il cristianesimo non ci dice che non moriremo più, non ci parla dell’immortalità dell’anima, ma della resurrezione del corpo, che è la persona stessa con tutta la sua capacità relazionale. Un tema ostico, rimosso dalla coscienza credente contemporanea, eppure la resurrezione appare come filo rosso dei vangeli.
Non credere nella risurrezione significa cedere al cinismo del “tutto mi è indifferente”, darla vinta alla banalità e alla scontatezza della morte, mentre dal vangelo sono chiamato ad assumere una posizione nuova, sovversiva. La resurrezione non è semplicemente una rosea visione di futuro, ma un’impegnativa visione dell’oggi che mi invita a decidermi: l’accoglienza invece del respingimento, l’abbraccio invece del pugno, il riconoscimento invece dell’indifferenza. La resurrezione è qualcosa che si decide nell’adesso, nel qui e ora. E che interviene nel modo di vivere interpersonale, sociale, politico.” (pp.87-88).
In fondo, “il cristianesimo ha fatto una cosa che tante altre ideologie, tante altre fedi, non hanno fatto: prendere sul serio la tragicità della morte e tentare una risposta non evasiva. Il cristianesimo ha osato assumere la morte come il caso serio della vita. Per questo ha saputo dare una direzione credibile alla vita che esso intende ispirare. Il cristianesimo ci dice che la morte può essere vivificata dall’interno. C’è una vita mortale, che è la nostra, che può essere vivificata da una morte vivificante (l’amore, in tutte le sue forme e declinazioni). La morte vivificante è questa: io che vivo per l’altro, io nell’agape, io nell’amore, io che mi spendo per altri e che lo faccio non per dovere, ma perché questo mi dà pienezza di gioia, perché la mia dignità si espande solo così, perché la mia creatività diventa ancora più generativa, fiorente” (89).
Per questo, la risposta alla domanda finale – dove sta la differenza cristiana? – non può che essere:
L’amore per Gesù di Nazareth che ti porta a vivere in un certo modo. Non le dottrine, non l’etica. Alla fin fine, lui è il movente profondo per cui siamo dove siamo, viviamo dove viviamo, cerchiamo di vivere come lui ha vissuto. Gesù di Nazareth, niente altro, niente di più, niente di meno (p.108).
Ps: nei prossimi giorni don Massimo lascerà la parrocchia di Longuelo per entrare in quella di Colognola. Gli facciamo i nostri auguri ricordandogli il biglietto che don Giuseppe Dossetti scrisse al cardinal Martini quando entrò nella Diocesi di Milano: “porta il Vangelo e solo il Vangelo”. Che sia così anche per lui.
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