Ricordo quegli anni. Le tante sere passate a tenere incontri, a raccogliere firme di sostegno. Era la seconda metà degli anni Ottanta e le ACLI insieme a Mani Tese, Pax Christi e Missione Oggi (una rivista dei Saveriani di Brescia, guidata dall’indimenticabile Eugenio Melandri), promossero la campagna “Contro i mercanti di morte”
“Armi italiane uccidono in tutto il mondo”. Il segreto di Stato
Così iniziava l’appello che, in brevissimo tempo, raccolse centinaia di adesioni: sindacati, associazioni, gruppi del variegatissimo e plurale mondo della pace. Un appello che faceva proprio le denunce dei missionari che in Africa, in Asia e in America Latina, vedevano gli effetti del commercio delle armi: donne e uomini uccisi, feriti, mutilati. Un business che vedeva molto attivo il nostro Paese e attorno al quale c’erano solo silenzio e omissioni.
Lo stabiliva il Regio Decreto n. 1161 del 1941 firmato da Mussolini, Ciano, Teruzzi e Grandi, che sottoponendo l’intera materia al “segreto di Stato”, la sottraeva ad ogni controllo democratico. Un silenzio che permetteva il fiorire di commerci senza scrupoli: vendevamo armi ai regimi militari argentini e cileni, alla Rhodesia (oggi chiamata Zimbabwe) e al Sudafrica dell’apartheid, al Congo di Mobuto. Commerci non sempre leciti, al punto che uno scandalo mondiale coinvolse i vertici della Banca Nazionale del Lavoro.
Il segreto di Stato finisce. La legge 185 e i suoi divieti
Anni di battaglie e di mobilitazione portarono nel 1990 all’approvazione della legge 185. Una legge che introdusse finalmente trasparenza nel controllo del commercio delle armi. In primo luogo, pose fine del “segreto di Stato” sull’importazione, esportazione e transito di materiali d’armamento, attraverso l’obbligo della presidenza del Consiglio di presentare una completa e dettagliata relazione annuale al Parlamento, accessibile a chiunque.
Poi avviò specifiche procedure e modalità di controllo – gestite dal Governo – per il rilascio alle aziende delle autorizzazioni della vendita all’estero e della destinazione finale delle armi. Il tutto conformemente alla politica estera e di difesa dello Stato “secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Da qui una precisa serie di divieti (art.1) a esportare armi verso:
- Paesi in stato di conflitto armato, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali o diverse deliberazioni del Consiglio dei Ministri, da adottare previo parere delle Camere;
- Paesi la cui politica contrasti con l’articolo 11 della Costituzione italiana;
- Paesi sotto embargo totale o parziale delle forniture belliche da parte dell’ONU o dell’UE;
- Paesi responsabili di accertate gravi violazioni alle Convenzioni sui diritti umani;
- Paesi che, ricevendo aiuti dall’Italia, destinino al proprio bilancio militare risorse eccedenti le esigenze di Difesa del Paese.
Il governo Meloni e la legge 185
Non sempre in questi anni la 185 è stata applicata integralmente. I governi (di centrosinistra come di centro destra) l’hanno più volte aggirata e per questo abbiamo continuato a vendere armi a Paesi che violano sistematicamente i diritti umani: all’Arabia Saudita e all’Egitto, per esempio. Ma anche a Paesi in guerra (per conto terzi, pure a Israele in questi due anni).
Ora però la 185 è nel mirino dell’attuale Governo. Che vuole, in pratica, modificarla per ridurre la trasparenza sul commercio delle armi eliminando o limitando dettagli sulla documentazione e sui finanziamenti. Cambiamenti che rischiano di indebolire i controlli parlamentari e societari sull'esportazione, in particolare proprio verso Paesi che violano i diritti umani o sono coinvolti in conflitti.
Con un sospetto più che fondato: le modifiche che si vogliono apportare favoriranno gli interessi dell’industria militare e delle banche, mettendo gli affari prima dei diritti, il business prima delle vite degli uomini.
Il Senato ha già approvato la modifica. La proposta è ora in discussione alla Commissione Difesa alla Camera ma, per il momento, la proposta, anche per le opposizioni di alcuni partiti, è bloccata.
Sarebbe opportuno che le Chiese facessero sentire la loro voce. Perché la pace va sempre sostanziata, non solo proclamata.