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Da laico nella città - Rubrica a cura di Daniele Rocchetti

Medio Oriente. Un’intervista attualissima. Di vent’anni fa

 

 

 

Ho chiesto al Patriarca Michel Sabbah se la sentiva di rispondere ad alcune domande. Mi ha risposto così.

Buon giorno Daniele. Ricordo gli anni passati, si.  Ma mi dispiace tanto, sono molto invecchiato. Mi scusi di non aver più il cuore di poter rispondere a interviste. Mi scusi. Dio la guidi a scrivere e dire tanto bene. Grazie.

Sono andato a rileggere un’intervista che mi ha rilasciato una ventina di anni fa. L’ho trovata straordinariamente attuale.

 

 

Un dramma lungo ottant'anni

E’ difficile scrivere del conflitto israelo-palestinese che ciclicamente, con una sinistra cadenza, entra prepotentemente nelle nostre case. E’ difficile perché ogni qualvolta lo si affronta, il rischio del pregiudizio – ideologico, politico e culturale - è in agguato. Con uguale facilità, i partigiani dell’una e dell’altra parte, azzerano ogni complessità, riducono a frammenti grumi di pensiero e di storia che andrebbero sezionati con cura, analizzati con rigore.

Quasi sempre, invece, sono scelte di campo che non lasciano spazio a dubbi, ostentano certezze, non riconoscono le ragioni dell’altro. Perché questo è il dramma che si trascina sin dal 1948, anno della fondazione dello Stato d’Israele e della naqba (catastrofe) per i palestinesi: il dramma di due popoli che hanno entrambi forti ragioni da esibire. Gli ebrei – quando nasce lo Stato d’Israele - ritrovano una terra dopo duemila anni di esilio forzato che ha significato diffidenza, oltraggi, emarginazione, segni distintivi, chiusure in ghetti, espulsioni, fino allo sterminio sistematico operato dall’ideologia razziale e biologica nazionalsocialista. Un lungo martirologio, sfociato nella Shoah, che ha trovato linfa e alimento anche da un sentimento antigiudaico coltivato nel corso dei secoli all’interno delle comunità cristiane. Da “perfidi giudei”, usato, fino al 1958, durante la preghiera universale della liturgia del Venerdì Santo a “fratelli maggiori”, il saluto rivolto da Giovanni Paolo II il giorno in cui viene ricevuto dal Rabbino Toaff alla sinagoga di Roma: in questa lunga parabola, ci sta tutto il cammino di conversione della chiesa e dei cristiani.

I palestinesi abbandonati dai "fratelli arabi"

Dall’altra parte non si può ignorare il dramma dei palestinesi che,  a partire dal 1948, sono stranieri nella casa che hanno sempre abitato. Centinaia di villaggi distrutti e cancellati dalle carte geografiche, migliaia di profughi illusi o costretti a lasciare case e terreni, un territorio segnato progressivamente – soprattutto dopo la guerra dei sei giorni, del giugno del 1967 -  dalla presenza di check point e da numerosi insediamenti in zone occupate e mai più restituite. Nello scacchiere geopolitico, i palestinesi non contano: abbandonati al loro destino dai “fratelli” arabi che pure strumentalmente li esibiscono come merce di scambio, in diaspora e divisi, succubi di organizzazioni e sistemi politici poco democratici e corrotti, attratti da un uso identitario della religione, rinchiusi in un’impotenza che si trasforma in rabbia e qualche volta in violenza. Basta recarsi Cisgiordania, dove – rispetto all’inferno di Gaza -  la situazione è più "normale", per respirare l’aria di paura e di disperazione che vi regna. La gente palestinese resiste da decenni all’occupazione, alla segregazione, all’esproprio di terre, alla mancanza di libertà e dei diritti più elementari. Il muro – garanzia di sicurezza per Israele, vergogna e elemento di separazione per i palestinesi - la stringe sempre più in una morsa.

“Dio ci ha creato per vivere in pace. La nostra terra ha una missione universale e la promessa della terra non è mai stato un programma politico, ma piuttosto preludio alla salvezza universale”. Dio non può mai essere fonte di violenza e distruzione. Ora è il “momento di grazia”, il “kairos”, il “tempo favorevole”, in cui è possibile riprendere in mano con coscienza la questione dell’eterno conflitto fra i popoli di Terrasanta ”, così scrivono molti leader cristiani in un documento da poco pubblicato e intitolato “The Kairos Palestine document”. Tra i firmatari del documento vi è anche Michel Sabbah, già Patriarca Latino di Gerusalemme.

Qual è il suo giudizio sull’attuale situazione politica in Medioriente?

Un giorno un militare israeliano ha chiesto ad un vecchietto palestinese seduto davanti alla sua casa cosa pensava della situazione. L’anziano gli  ha risposto: “Ora voi siete qui, siete grandi e potenti. Ma Dio è più grande di voi. Noi rimaniamo e pazientiamo. Un giorno ve ne andrete.” Questa è una lotta fisica per la terra ma è anche una lotta di cultura e di politica. Le nostre difficoltà come palestinesi e come palestinesi cristiani sono tutte di ordine politico. E’ un problema che va avanti da più di un secolo. E’ vero che lo Stato di Israele nasce nel 1948 ma più di cento anni fa ebrei venivano e comperavano la terra. La lotta è cominciata allora. Prima eravamo tutti palestinesi: cristiani, musulmani, ebrei. Fino alla fondazione dello Stato di Israele avevamo un passaporto: “Palestina”, con le tre lingue: arabo, ebreo, inglese. Eravamo tutti palestinesi e tutti abbiamo vissuto e convissuto qui. Anche ebrei.

Ci sono ebrei che abitano questa terra da sempre, che non hanno mai abbandonato il paese. Per ciò, quando le Nazioni Unite hanno voluto dividere il paese in due Stati, uno arabo e uno israeliano, gli arabi hanno rifiutato perché gli ebrei erano appena l’otto per cento della popolazione e possedevano solo il tre per cento della Palestina e del suo territorio. Per questo hanno rifiutato ma ora i palestinesi non chiedono tutta la Palestina, nemmeno la metà.  Domandano quello che è stato occupato nel 1967 e cioè solo il ventidue per cento della Palestina storica. Adesso Israele essendo forte ha tutto il potere nella mano e nega questo diritto. Ma non credo possa andare avanti così a lungo. D’altra parte, loro stessi quando parlano di questi territori palestinesi dicono che sono sotto “occupazione”.

Da palestinese, qual è il frutto di questa politica?

Posso dire cosa vedo ogni giorno: insediamenti israeliani che ci spogliano, in nome di Dio o in nome della forza, della nostra terra, controllano le risorse naturali, soprattutto l’acqua e i terreni agricoli, la stessa libertà religiosa, e cioè l’accesso ai Luoghi Santi, è limitata, con il pretesto della sicurezza. I Luoghi Santi di Gerusalemme sono inaccessibili ad un grande numero di cristiani e musulmani della Cisgiordania e di Gaza. E’ molto più facile per un italiano che per un cristiano dei Territori palestinesi andare a pregare al Santo Sepolcro. Gli israeliani muovono cielo e terra per un solo prigioniero, ma quando vedranno la libertà le migliaia di prigionieri palestinesi ammassati nelle prigioni israeliane?

Gerusalemme è il cuore della nostra realtà. Essa è, nel contempo, simbolo di pace e segno del conflitto. Dopo il Muro che ha creato una separazione tra i quartieri palestinesi della città, le autorità israeliane non cessano di allontanare da essa gli abitanti palestinesi, cristiani e musulmani, confiscando loro la carta d’identità, cioè il loro diritto di risiedere a Gerusalemme. La nostra opzione cristiana di fronte all’occupazione israeliana è la resistenza: questa è un diritto e un dovere dei cristiani. Ma questa resistenza deve seguire la logica dell’amore. Deve dunque essere creativa, cioè deve trovare i mezzi umani che parlano all’umanità del nemico stesso.

Questo è il paese della Resurrezione. Come si può vivere a lungo dentro situazioni di morte e di violenza?

Noi  siamo nel cuore di un conflitto e in una situazione di morte e di odio. L’abbiamo ripetuto più volte agli israeliani e ai palestinesi: “Avete camminato, fino ad oggi e per quasi cento anni, nelle vie della violenza, e malgrado questo  non siete arrivati né alla pace né alla sicurezza. Cambiate dunque le vostre vie, trovate altri mezzi. Cercate di mettervi al posto dell’altro, di comprendere i suoi bisogni. E’ il solo modo per poter arrivare ad un accordo che possa trovare e dare tutto quello che è dovuto a ognuna delle parti”. Lo sappiamo: gli Israeliani vogliono la sicurezza e vogliono la pace; i Palestinesi vogliono la loro indipendenza, la loro sicurezza, la pace.

Se entrambi vogliono la pace, perché questa non arriva?

A frenare la pace è la paura della pace. Da una parte e dall’altra. Lo ripeto: il principale ostacolo alla pace è la paura della pace. In Israele la pace è un rischio che la gran parte dei cittadini ritiene prematuro prendere. È un rischio che li esporrebbe a permettere ai palestinesi di diventare più forti e di sviluppare i loro mezzi di resistenza e di violenza. Per questo gli israeliani hanno paura della pace. Il mio consiglio è di non avere paura. La paura impedisce ad una persona o a un popolo di vivere pienamente la sua vita. Bisogna correre il rischio della pace, semplicemente. Ed è questo l’unico mezzo per ottenere una vera e totale sicurezza. I poteri politici hanno un’alternativa: o la pace, ed essi avranno la sicurezza; oppure niente pace e ci sarà l’estremismo che cresce e l’insicurezza che aumenta. Tocca a loro scegliere.

Qual è il futuro della comunità cristiana?

E’ una domanda che ci viene spesso fatta. Il nostro futuro sarà come il nostro passato.

Siamo qui dal tempo di Gesù. Allora parlavamo l’aramaico, come lui; poi con i bizantini abbiamo parlato il greco e infine abbiamo parlato l’arabo. Siamo qui da venti secoli e rimarremo ancora. Abbiamo visto stati e imperi che si credevano eterni e che sono crollati. Vorremmo rassicurare tutti: non siamo una razza in via di estinzione. Molti lo credono, ma sbagliano. Forse perché l'emigrazione, che d'altra parte coinvolge tutti in Terra Santa, per noi è una minaccia significativa. Dal 2% sul totale della popolazione, siamo passati all'1,8 e forse anche meno... Quanti saremo in futuro?

L'avvenire dei cristiani dipende sì dall'emigrazione, ma ancor più dalla nostra coscienza: abbiamo la vocazione, unica al mondo, di esser cristiani nella terra di Gesù, dove Lui non fu riconosciuto e dove noi, ancora oggi piccola comunità, siamo chiamati a una vita difficile. Dobbiamo essere testimoni sia verso i musulmani sia verso gli ebrei, sia nei Territori sia in Israele, condividendo le condizioni dei palestinesi o degli arabi israeliani. Una vita difficile a cui non dobbiamo sottrarci. L'Eucaristia non deve esser solo un rifugio, ma una spinta per essere più presenti e vitali nella società. Se ci sarà questo senso di responsabilità cristiana, ci saranno sempre i cristiani in Terra Santa.

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