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Da laico nella città - Rubrica a cura di Daniele Rocchetti

La parrocchia al capolinea. Per concludere. Ancora tre punti di vista

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Il dibattito aperto dopo l'intervista con Sergio Di Benedetto sul libro "Parrocchia al capolinea. Fine o ripartenza?" (Edizioni Paoline 2025) è stato vivace. Ho ricevuto decine di messaggi e di interventi. Ringrazio di cuore i tanti che mi hanno scritto, alcuni chiedendo espressamente di non essere pubblicati. Confessioni a cuore aperto delle fatiche ma anche delle straordinarie sfide ed opportunità che il tempo presente pone all'annuncio della fede cristiana.

Termino con questi tre interventi: un presbitero diocesano, un laico e una laica. Tre sguardi

 

Il prete. La parrocchia tra enfasi del merito e Grazia

La parrocchia porta nel suo DNA i tratti e la grammatica per accogliere e tradurre il Vangelo. Le dimensioni della prossimità e della cura costituiscono da secoli l’ossatura e l’anima di una vicinanza di Dio agli uomini e degli uomini a Dio. È vero, non sempre essa ha saputo manifestare e giocarsi con queste corde ma da questo punto di vista, che è quello decisivo, non ha perso smalto. Pertanto, io personalmente non vedrei il capolinea della parrocchia, anzi, ma una necessaria e condivisa risignificazione e un audace riposizionamento. Ogni contesto comunitario e familiare viaggia su un duplice registro: l’apertura a tutti e l’attenzione a ciascuno.

Fortissima e crescente è stata la spinta di Papa Francesco ad assumere la categoria del “todos”, di “fratelli tutti”. Questo a rimarcare ciò che la Chiesa e la parrocchia non possono e non devono mai misconoscere: l’originaria e imprescindibile azione della Grazia. Questo, ahimè, ostacolato troppo spesso da regole e adempimenti imposti dalla Chiesa più che segnati da una fedele comprensione del Vangelo. E su vari fronti. Fa molto bene tenere presente questa affermazione di San Giovanni XXIII: «Non è il Vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio».

A tal proposito, l’impostazione liturgico-sacramentaria ha corso troppo il rischio, e tutt’oggi lo corre, di bypassare o interpretare male la logica della Grazia favorendo la logica del merito e, quindi, puntando molto sull’asse della conquista di qualcosa che devo meritarmi dopo un preciso tempo di apprendistato. E va bene! Ma ciò con il risultato che l’amore e la benevolenza di Dio sono qualcosa da meritarmi se faccio, se scelgo, se vivo. In realtà, il vero posizionamento all’interno di ogni contesto educativo e di relazioni fondamentali poggia sulla fiducia e sull’accoglienza di un’azione previa ad ogni gesto di corrispondenza e di riconoscimento.

In una parola, si tratta di operare di più una postura cristologica e da ‘ultima cena’ in cui Gesù non sceglie i suoi né dà loro il suo tempo e le sue energie in base alla loro risposta fedele e perseverante ma a partire da un apriori gratuito e incondizionato. Per certi versi l’azione di grazia battesimale consegnata ai piccoli (oggi non più così sostenuta), a mio parere, purtroppo non s’avvale della stessa logica nel proporre e vivere l’itinerario di Iniziazione Cristiana standardizzato da secoli.

"Si dà solo quello che non si ha"

Su questa linea mi ritrovo moltissimo su argomenti e riflessioni portati avanti da Padre Adrien Candiard, un domenicano che vive e opera al Cairo, in Egitto. Cavalcando acutamente e costantemente nei suoi testi questo tema lo sintetizza in queste due frasi che abbozzo solo perché restano tutte da comprendere e da decifrare: «Si dà solo ciò che non si ha» e «si presta solo ai ricchi».

Ma sono eco eloquente di quanto sopra accennato.

La prima frase ci dice che la fede è in me, ma non è mia. È un dono dello Spirito. La Chiesa, la parrocchia non è chiamata a consegnare ciò che lei possiede, essendo la fede per tutti un dono di Dio da comprendere e alimentare sempre e nuovamente. Ma deve provvedere a togliere tutto quanto ci impedisce di far incontrare il Vangelo di Gesù e la fede di ciascuno.

La seconda frase evidenzia che la Chiesa parla solo dopo lo Spirito Santo (Atti 10). Si evangelizza solo dopo sapendo che Dio è presente già da sempre. Noi non dobbiamo convincere nessuno. Non vogliamo vincere. Chi vince è solo Dio che esiste prima di noi, fuori di noi, oltre noi. La Chiesa, la parrocchia non deve imporsi e imporre ma deve accompagnare e illuminare per accendere o riaccendere il DNA di Dio che ci abita da sempre e che ci ha fatto a sua immagine. Un’operazione di maieutica che provvede ad una reiterata performazione reciproca.

Da questo punto di vista il cristianesimo, la parrocchia è solo agli inizi se sappiamo ascoltare ciò che lo Spirito dice alle Chiese (a ciascuno di noi).

Mancano testimoni e ministri

E qui si gioca il secondo importante e decisivo registro, quello della relazione e dell’accompagnamento interpersonale.

Questo però è ciò che è assente e urge perché mancano testimoni e ministri atti a vivere ciò a tempo indeterminato in quanto troppo preposti a gestire elementi collaterali che muovono la parrocchia, che non vanno tolti ma che invocano una risignificazione a partire da una trasformazione della missione dei presbiteri e della ricollocazione di responsabilità.

Il laico. La parrocchia offre sedazioni e conferme

La crisi della parrocchia mi pare si ponga come dato oggettivo. Il tema dunque risiede forse non tanto sulla sua crisi ma sulla sua insignificanza. Le crisi come le fratture sarebbero anche momenti di autenticità. L'insignificanza della parrocchia è nella sua, neppure più disperata, resistenza alla crisi.

La parrocchia in crisi impegnata a negare la crisi

La parrocchia in crisi si erige come ostinata affermazione del disconoscimento della crisi stessa.

Non è solo questione strutturale ma anche spirituale. Una fede moralizzante strutturata su certezze e consolidamenti, su precetti ed adempimenti, su meriti e premialità, necessità di luoghi di controllo dove il turbamento venga ridotto e svilito ad eterodossia.

E cosi le parrocchie diventano non luoghi di significato, ma perimetri chiusi dove si tramandano e dettagliano informazioni. Info point per persone in cerca di sedazione e conferme.

La chiesa ha strutturato le sue forme sull'esistenza di quello che la storia dell'umano manifestava.

E cosi il tempo dei luoghi definiti a cerchi sempre più estesi ha consentito una sorta di loro progressione gerarchica che partiva dal nucleo solido della famiglia e giungeva alla strutturazione solida delle comunità politiche e degli stati attraverso altrettanti solidi corpi intermedi.

Vi è stato una proposta di fede che ha attraversato lo stato solido della società.

La fede e la società "liquida". La vita non passa dalle parrocchie

Nella crisi delle certezze che ridefinisce anche le forme della famiglia e della politica oggi la fede dovrebbe incarnarsi nello stadio liquido della società.

Aver identificato fede e solidità è un atto di blasfemia che rimanda alla costruzione della torre di Babele. Oggi le parrocchie sono comunità proselitiche e non abramitiche.

Comunità chiuse e rigide dove la vita non passa e neppure il suo brivido.

Sono i luoghi educati delle passioni e delle fedi tristi e, politicamente, avamposti relitti di una idea di impero cristiano. Comprensibile sono quindi le loro derive spesso sovraniste ed identitarie.

Non mi stupisce quindi che ciascuno, nella sua fessurazione che introduce alla fede, cerchi altrove... Rispetto a consolidare simulacri come diceva Guccini vi sono cose più serie: costruire su macerie.

La laica. I semi di Vangelo nelle famiglie

Mi hanno particolarmente “intrigato” le osservazioni sull’iniziazione cristiana.

L'iniziazione cristiana e i nostri pregiudizi

Ho fatto la catechista per qualche anno e ho verificato che spesso noi partiamo con dei pregiudizi verso i genitori: la gran maggioranza non frequenta la parrocchia, chissà se pregano, mandano i figli  solo per parcheggiarli... Poi conosci i bambini e dai loro racconti scopri che la loro vita familiare è piena di gesti reali e concreti che sono segno dell’amore che si respira in famiglia. E l’amore che si vive in una famiglia è rappresentazione concreta dell’amore di Dio per gli uomini e per la Chiesa.

Con un’attenzione costante al contesto globale in cui viviamo, partire dai semi di Vangelo che già sono presenti nelle storie delle famiglie può essere un modo per avvicinarci con un atteggiamento accogliente e con un linguaggio accessibile. Allora sarà possibile superare l’organizzazione a volte un po’ rigida delle classi di catechismo, cercando con fantasia e creatività percorsi nuovi che possano coinvolgere anche chi non è un assiduo praticante. E costruire nuove relazioni feconde per tutta la comunità.

L'attenzione agli ultimi

Un altro ambito interessante è quello dell’attenzione verso gli ultimi. Vedo nelle parrocchie tante persone lodevolmente impegnate in servizi di carità come centri di ascolto, empori solidali, mense... Poi succede che quando si vota per il referendum sulla cittadinanza, in diversi affermano che non andranno a votare e altri che voteranno per il NO.

Chi si impegna verso le varie fragilità dovrebbe interrogarsi sulle cause che provocano o favoriscono tante diverse povertà. Se la prima forma di carità deve essere la GIUSTIZIA, il nostro impegno deve essere indirizzato anche a salvaguardare i diritti fondamentali di ogni persona.

La paura della politica

Nella Chiesa vedo spesso invece il timore di “mescolarsi” con la politica, piuttosto si sceglie di stare in silenzio, in una posizione di neutralità. Tanti parrocchiani “impegnati” non vedono contraddizione tra il loro servizio verso i poveri ed un voto (politico o referendario) di sostegno a chi con le proprie decisioni contribuisce ad accrescere le disuguaglianze. Di fronte a politiche ingiuste, a comportamenti scandalosi verso i più poveri, gli indifesi, i diversi, sembra che la coscienza di tanti cristiani si sia addormentata, non ci si scandalizza più.

E quale spazio migliore se non la vita “vera” delle persone e delle famiglie che vivono nel territorio per iniziare percorsi di condivisione e di confronto che mettano al centro la vita e la Parola vissuta?

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