Natale. “Dove gli uomini dicono ‘perduto’, lì Egli dice ‘salvato'”

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“Da laico nella città” – Rubrica a cura di Daniele Rocchetti
Violenze e ingiustizie nel Natale raccontato dal Vangelo di Luca.
La guerra, la crisi energetica, le grandi disuguaglianze nel Natale di oggi.
Prenderci cura del pezzo di mondo che ci è stato affidato

In un articolo scritto qualche anno prima della morte, il cardinal Carlo Maria Martini ricordava la necessità che per  comprendere meglio il mistero del Natale, dovremmo fare astrazione, almeno per un certo periodo, da quelle immagini con cui la fantasia ha ammobiliato la nostra mente e che ricorrono quasi necessariamente quando pronunciamo questo nome.

Il lato oscuro del Natale di allora

Si tratta per lo più di immagini prese dal racconto del Vangelo di Luca. Esso ci lascia un’impressione di luminosità e di serenità: una grande luce compare sulla terra (Lc 2, 9), si ode il cantico di pace di una moltitudine dell’esercito celeste (Lc 2, 13-14), mentre con i pastori andiamo ad adorare il bambino che è nato (Lc 2, 15) e incontriamo Maria e Giuseppe che contemplano il loro primogenito (Lc 2, 16).

I rifiuti, il freddo, il disinteresse. E poi le gravissime ingiustizie presenti allora nel mondo

Tutto questo è vero e fa parte del mistero del Natale. Ma è importante anche ricordare – sottolineava il cardinal Martini – il contesto oscuro in cui tutto ciò avviene. Un viaggio faticoso da Nazaret a Gerusalemme per soddisfare la vanità di un imperatore, le pesanti ripulse ricevute da Giuseppe che cerca un posto dove possa nascere il bambino, il freddo della notte, il disinteresse con cui il mondo accoglie il figlio di Dio che nasce.

E su tutto questo grava una pesante cappa di grigiore, di incredulità, di superficialità e di scetticismo, evidenziata nelle gravissime ingiustizie presenti allora nel mondo. Non si può dire che il contesto del primo Natale fosse un contesto di luce e di serenità, ma piuttosto di oscurità, di dolore e anche di disperazione.

Il lato oscuro del Natale di oggi

Anche oggi, come allora, possiamo lamentarci di vivere in un periodo particolarmente oscuro e difficile. Basta pensare al dramma della guerra che investe pesantemente la vita e il futuro di donne e uomini, vecchi e bambini in Ucraina come in diversi angoli del mondo, alla crisi energetica che mette tante famiglie, anche delle nostre comunità, in difficoltà, all’ingiustizia globale, alla crescente intolleranza verso gli stranieri e i poveri.

Non sappiamo dire se il nostro contesto sia più oscuro e pesante di quello del primo Natale. D’altra parte è difficile che si possa trovare nella storia dell’umanità un contesto veramente favorevole all’uomo e alla sua dignità. Questo – ricordava il grande gesuita – fa parte del mistero del peccato, che è un mistero di assurdità e di irrazionalità. In tale quadro, possiamo e dobbiamo chiederci: come opera il mistero del Natale? Come affronta un contesto ostile o indifferente? Che cosa sa dire per il vero bene e la dignità dell’uomo?

Dio prende casa dentro le nostre case

Mi aiuta una citazione di Emily Dickinson, poetessa statunitense che papa Francesco ha usato nell’omelia del 24 dicembre dello scorso anno: “Chi non ha trovato il Cielo quaggiù lo mancherà lassù”. Un invito a custodire con forza e passione, qui e adesso, il destino del pezzo di mondo che ci è stato affidato. In fondo questa è la verità sconvolgente della vicenda cristiana.

Un Dio che nella sua nascita rende evidente la scelta della povertà e della debolezza

Dalla grotta di Betlemme dove il nostro Dio prende corpo e volto nella vicenda di un cucciolo d’uomo, viene la consolazione che lo Spirito del Signore non si è fatto sfuggire di mano la storia e che questa va verso il suo compimento e non verso il suo sfacelo. Da qui l’impegno a sentirci solidali con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, a guardare e denunciare con occhio critico tutto ciò che disumanizza la storia umana ma, insieme, il compito di avere occhi nuovi per riconoscere dentro la nostra storia i segni, mai scomparsi, di un Dio che prende casa dentro le nostre case, volto dentro i nostri volti.

Un Dio che prende carne, nome, volto. E che nella sua nascita rende evidente la scelta della povertà e della debolezza, quasi un monito a quanti come noi sono spesso tentati di credere nella logica della forza e del potere. Con straordinaria lucidità Dietrich Bonhoeffer lo scriveva dalla cella del carcere di Tegel, cella dove aveva appeso ad un chiodo la corona dell’Avvento e attaccato la splendida Natività di Filippo Lippi: 

Cristo nella mangiatoia […]. Dio non si vergogna della bassezza dell’uomo, vi entra dentro […]. Dio è vicino alla bassezza, ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l’insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto; dove gli uomini dicono “perduto”, lì Egli dice “salvato”; dove gli uomini dicono “no”, lì Egli dice “sì”. Dove gli uomini distolgono con indifferenza o altezzosamente il loro sguardo, lì Egli posa il suo sguardo pieno di amore ardente incomparabile. Dove gli uomini dicono “spregevole”, lì Dio esclama “beato”. Dove nella nostra vita siamo finiti in una situazione in cui possiamo solo vergognarci davanti a noi stessi e davanti a Dio, dove pensiamo che anche Dio dovrebbe adesso vergognarsi di noi, dove ci sentiamo lontani da Dio come mai nella vita, proprio lì Dio ci è vicino come mai lo era stato prima, lì Egli vuole irrompere nella nostra vita, lì ci fa sentire il Suo approssimarsi, affinché comprendiamo il miracolo del Suo amore, della Sua vicinanza e della Sua grazia».

Che sia così anche per noi.

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