L’altro ieri il Corriere ha pubblicato un’intervista a Luciano Ligabue.
Tra le molte cose dette, ci sono anche alcune domande
su alcune delle convinzioni personali del cantante.
Dio e la “giustizia che regola il mondo"
A un certo punto Ligabue racconta: “I miei genitori erano comunisti, ma io andavo in chiesa. Mi confessavo”. L’intervistatore gli chiede: “Crede ancora?”. E Ligabue: “Sì. Non può non esistere una linea di giustizia che regola il mondo”.
Quello che Ligabue dice è interessante per lui che dice e per il lettore che legge. L’idea di un Dio che è il garante di una giustizia superiore è un’idea che sonnecchia nel cuore e nella testa di tutti noi. Forse Ligabue pensava alla macelleria ucraina. E forse voleva dire che ci deve pur essere qualcuno che ha la forza di “farla pagare” ai macellai. Anche se Ligabue non lo pensava, l’ho pensato io quando ho letto, perché, appunto, quell’idea non è solo di Ligabue. È un’idea umanissima e comprensibilissima, bisogna riconoscerlo.
L’equilibrio della giustizia e lo squilibrio della Croce
Mi sono chiesto, però: in che rapporti sta quell’idea di Dio con quella che ci viene dalle narrazioni evangeliche? Che rapporto c’è fra quell’idea e la Croce? Sul Calvario, in effetti, il morente muore di una morte infamante (la croce, si sa, era il tipo di morte riservato ai ribelli politici e agli schiavi), infamante ma immotivata. È innocente, infatti. Non ha commesso nulla di male e quindi non ha nessun debito da pagare. Tutte le narrazioni evangeliche non fanno altro che dimostrare che Gesù è l’innocente per eccellenza.
Se vogliamo tornare a Ligabue, la sua – ripeto: umanissima – affermazione è il sogno del ristabilimento di un equilibrio, di una giustizia. La Croce, invece, è l’esibizione scandalosa di uno squilibrio, di una palese ingiustizia: muore chi non dovrebbe morire. Per cui, presi da quello scandalo, ci sentiamo costretti a cercare una qualche ragione: perché Gesù muore, a quel modo, lui, l’innocente?
I folli che amano “a prescindere"
Ci accorgiamo che le ragioni che possono darci una risposta non le troviamo in noi e tanto meno nei giudici che l’hanno condannato a morte. Le ragioni serie ce le può fornire solo lui. La morte di Gesù è il gesto estremo della “condiscendenza”, della misericordia, dell’amore che “viene dall’alto”. Se vogliamo a tutti i costi trovare una qualche ragione per la “follia della croce” (è noto che già Paolo la chiama così nella prima lettera ai Corinzi) lo possiamo intravedere, in forme e misure diverse, in tutti i nostri gesti amorosi autentici. Più si ama, infatti, e più si fanno cose “folli”.
E per fortuna di “matti” che amano a prescindere ce ne sono in giro ancora molti. Tanto che Gesù stesso ci dice che lo squilibrio della Croce deve diventare lo squilibrio del discepolo: “ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori”.
Per cui il cristiano sa che Dio deve “farla pagare” a qualcuno. Ma sa benissimo che, prima di tutti, ha pagato lui, lui che non aveva commesso nulla di male e che non aveva nessun debito da pagare.