XXIX domenica del tempo ordinario (immagine: tempera di Giuseppe Sala
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«Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?»
La parabola della vedova e del giudice iniquo è l’unica che termina con una domanda che rimane in sospeso, senza risposta: una domanda inquietante, dolorosa, che ci pone direttamente in rapporto alla nostra vita di fede. Una domanda rivolta agli ascoltatori ma anche a noi oggi, a ciascuno di noi sia come Chiesa sia individualmente.
L’ipotesi della sconfitta
Gesù ci mette di fronte ad un bivio che ci spaventa perché ci presenta la tremenda possibilità di una sconfitta, di un crollo definitivo di cui, forse, in qualche misura siamo anche chiamati a rendere ragione.
Domanda ancora più attuale per il cristiano di oggi, immerso in un mondo, almeno quello cccidentale, che sembra avere smarrito il senso del messaggio evangelico; dove gli indicatori attentamente considerati dagli analisti da anni volgono inesorabilmente al negativo: dal calo delle vocazioni sacerdotali ai matrimoni in chiesa, dal numero di battezzati a quello degli studenti che optano per l’ora di religione.
La traversata del deserto
La vittoria, anzi la sopravvivenza stessa del cristianesimo sembra non essere affatto scontata: dobbiamo quindi prendere consapevolezza della nostra fragilità, della fragilità della Chiesa, di un contesto ostile, di questo mondo, un mondo dove siamo come la vedova alla mercè di un giudice iniquo.
A volte mi chiedo se la nostra Chiesa non abbia iniziato la traversata del deserto, una traversata che richiede l’abbandono di ogni cosa superflua, per portare con sé solo ciò che è essenziale per compiere il cammino in un terreno arido e ostile ma che porterà alla salvezza.
La fede del centurione di Cafarnao
Eppure, Gesù pare non perdere occasione per sottolineare la fede di coloro che lo hanno riconosciuto, come il lebbroso guarito (Lc 17,19), l’emorroissa (Lc 8,48), il cieco di Gerico (Lc 18,42), arrivando ad indicare a modello insuperato persino un pagano, il centurione di Cafarnao: «In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande.» (Mt 8,10) con una apertura che impressiona i discepoli.
Quasi sempre l’incontro con Gesù termina con una esortazione, anzi un imperativo: «va’ la tua fede ti ha salvato» (Lc 17,19), oppure «va’ e d’ora in poi non peccare più» come nel delicato colloquio con l’adultera (Gv 8,11). Un imperativo «va’» perché la conversione, la scelta di fede si traduca in un cammino, in una assunzione di responsabilità.
La nostra fede
La scelta di fede, infatti, non è un traguardo, uno status raggiunto una volta per tutte (Romano Guardini scrisse che la fede di può perdere anche a ottant’anni), ma un percorso per le vie del mondo a seconda dei carismi ricevuti e delle prove che ci attendono.
Noi confidiamo di avere imboccato la strada giusta, ma questa va percorsa con il nostro carico sulle spalle, che a volte può farsi pesante forse insostenibile per le nostre deboli forze, mentre la strada, talvolta, sembra perdersi nella nebbia.
«Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»
Ecco allora che, pur nella consapevolezza del possibile esito negativo della drammatica domanda posta da Gesù alla fine della parabola, siamo chiamati a proseguire lungo la strada indicata dal Maestro, con coraggio, costanza e fiducia, memori della promessa di Cristo che all’Ascensione si congeda dagli undici assicurando: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).